Il nuovo libro del drammaturgo

Poveri Cristi di Ascanio Celestini: uno schiaffo ad avidi e ricchi per sovvertire il mondo con un sorriso

La passione per gli ultimi di Pasolini, la bontà rivoluzionaria del Francesco di Rossellini, la magia straniante di Beckett. E tanta ironia al servizio della lotta di classe dimenticata. Ascanio va letto e riletto ...

Cultura - di Filippo La Porta

22 Agosto 2025 alle 17:27

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Photo credits: Stefano Carofei/Imagoeconomica
Photo credits: Stefano Carofei/Imagoeconomica

Un’epica degli ultimi e dei reietti è decisamente anacronistica. Ce la propone Poveri cristi (Einaudi Stile Libero) di Ascanio Celestini, uno dei libri più intensamente pasoliniani, nel cinquantesimo della morte di Pasolini. Direi anche più lietamente pasoliniani (non c’è il lato oscuro di Pasolini, la sua attrazione autodistruttiva per l’apocalisse dopo aver constatato il genocidio culturale degli italiani, la fine dell’umile Italia).

Sì, lietamente, nel senso della letizia di san Francesco, l’altro astro che presiede a questa narrazione. Dante volle celebrarne le nozze gioiose con la Povertà: nessun ascetismo penitenziale, nessuna contrizione. Qui Rossellini più di tutti ci ha mostrato la bontà e la gioia di Francesco e della sua confraternita… Aldo Fabrizi, unico attore professionista del suo Francesco giullare di Dio gli disse “Questo è completamente pazzo…”. Rossellini sapeva che quella bontà e gioia erano sovversive, e costituivano un mistero (un ribaltamento delle leggi di natura?). Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini era in gran parte ispirato, nelle immagini e nella ispirazione generale, dal Francesco di Rossellini
Questo libro conserva qualcosa della lietezza anche nella scrittura, nella sua forma, nella leggerezza e nella comicità a volte surreale, straniata che lo attraversa pur raccontando fatti drammatici. Pasolini l’ho ritrovato in molte pagine: riferimenti diretti e indiretti, citazioni, e anche un uso espressivo del dialetto romano (dialetto che per la sua vivacità espressiva ha attirato sempre tutti gli scrittori).

Ricordo solo come Pasolini , benché strumentalizzato da tutti, resta indigesto per la nostra borghesia: si pensi soprattutto al rifiuto del concetto di dignità, modellato sulla borghesia (una dignità legata allo status sociale, al reddito, al potere). Nei frammenti e appunti di Petrolio capii che per lo scrittore friulano il marxismo stesso era diventato strumento di potere e ascesa sociale… Resta indigesto perché amava la vita, la borghesia, intesa non come classe ma come idea dell’esistenza. La borghesia vuole possedere la vita così come possiede i beni, le merci, gli oggetti, le relazioni…Illusione micidiale. Sbagliava in modo clamoroso il pur grande critico Cesare Garboli a dire – perfidamente – che da Pasolini emanava un tanfo di scuola e di oratorio (legato a una assenza di felicità), o meglio uno questa cosa può dirla solo se ci dice quale tanfo lui stesso pensa di emanare…

Ma parliamo del libro di Celestini, che riunisce tre testi teatrali, Laika, Pueblo e Rumba, ma contiene un fil rouge che si traduce in una struggente Spoon River però di viventi, l’epica di una comunità di ultimi e sventurati, il “popolo dell’abisso” lo chiamava Jack London, un’umanità brulicante di marginali, umanità a volte rassegnata e altre volte combattiva (uno sciopero dei facchini, descritto meticolosamente, e con una attenzione “sindacale” a orari, salari e problematiche del lavoro): il Barbone (che non ha i soldi per la Sambuca), la Vecchia, la Signora con la testa impicciata, lo Zingaro, Said (c’è tutto il sottomondo dei migranti, e varie volte ci vengono ricordati i 100.000 migranti affondati nel Mediterraneo). Molte le storie che nascono e proliferano in questa comunità, che abita di fronte a un supermarket e a un condominio periferici. Celestini – lo abbiamo appreso dai suoi spettacoli – è un inesauribile affabulatore, uno storyteller che sembra appartenere al Sud del mondo e che ogni volta ci racconta un pezzo dei cent’anni di solitudine cui è condannata la maggior parte dell’umanità. Inoltre ha il merito di ricordarci che la lotta di classe – fortunatamente – esiste , e che nonostante l’omologazione antropologica (sogniamo tutti gli stessi consumi) resta un divario enorme tra i ceti sociali, tra i ricchi e i poveri. In questo senso il suo libro somiglia a una ballata brechtiana.

Quello che lo salva da qualsiasi retorica è il fatto che l’indignazione morale si accompagna sempre al comico, la denuncia alla satira, l’impegno civile all’umorismo. Alcune battute sono memorabili. Solo una, al volo, un commento di una ragazza albanese: “Avevamo il partito unico perché non c’era abbastanza ricchezza per far rubare due partiti…”. Si poteva scivolare in una immagine buonista e oleografica dei reietti: in fondo a Ladri di biciclette di De Sica – pure un film importante che segnò un’epoca intera -, con i suoi popolani dall’aria mite e sfigatissima, ho sempre preferito I figli della violenza (Los olvidados) di Buñuel una rappresentazione cruda dei giovani sottoproletari di Città del Messico, della loro innocente ferocia. Ma i personaggi di Celestini, benché umili e timidi, sono attraversati da molte contraddizioni e non ci appaiono mai come santini.

L’inizio poetico – “La volta celeste si abbassa di parecchi chilometri. Non c’è una letteratura scientifica in merito, perché non esistono strumenti che rilevano lo scivolamento del cielo. Eppure, tutti gli esseri viventi del creato percepiscono lo stravolgimento in corso…” – ci offre una chiave di lettura del libro: una fiaba lirico-visionaria e insieme un apologo politico. E poi, molto pasolinianamente, c’è un’apertura della cultura laica verso l’irrazionale, o come lo chiamava Pasolini, il “poco-razionale”, la parte di mistero che avvolge ogni nostro gesto e comportamento, l’esistenza dei miracoli, che nessuna Ragione illuministica potrà mai negare: senza il poco-razionale non potremmo spiegarci la stupenda ostinazione, un poco “religiosa”, di Gramsci che scrive ogni giorno nella cella del carcere. Alcuni dialoghi o monologhi di comicità surreale, straniata, mi ricordano perfino Beckett: “La maggioranza della gente è invisibile. I cinesi stanno in Cina. Non li vedi. I cinesi sono invisibili. Un miliardo e mezzo di gente invisibile. E l’americani? Invisibili. Australia? Tutti invisibili…”.

Infine. Durante un dialogo pubblico ho chiesto a Celestini di commentare la sua battuta su Stephen Hawking (“Si professava ateo, e così Dio lo ha punito rendendolo spastico”) – una battuta che avrebbe potuto far ridere perfino Hawking, ma che secondo me sta al limite, tra satira e cinismo. Insomma così rischiamo di sdoganare anche le barzellette di Berlusconi sui malati di Aids e sugli ebrei nei campi di sterminio. Mi ha però risposto, citando Bateson, che ogni barzelletta (o battuta) è solo un “gioco”, con le sue regole, la sua totale autonomia rispetto alla realtà. Perciò sarebbe assurdo giudicarla e censurarla in nome della morale.

22 Agosto 2025

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