L'anniversario
Così le Brigate Nere uccisero Papà: la strage del 10 agosto 1944 a Piazzale Loreto, il racconto di Sergio Temolo
Il ricordo del figlioletto di uno dei quindici giovani antifascisti trucidati dalla Brigate Nere 81 anni fa. Un anno dopo vide lì, nella stessa piazza, il cadavere di Mussolini, ma “non provai nessuna soddisfazione”
Editoriali - di Redazione Web
Dieci agosto 1944, ore 5,45. Un autocarro tedesco frena di botto e scarica giù 15 uomini in tuta da lavoro. Fa appena giorno a Milano e piazzale Loreto è quasi un deserto. Su un lato della grande spianata circondata dai palazzi, un pugno di militi della Brigata Nera “Aldo Resega” sorveglia le vie d’accesso. Altri uomini, italiani, fascisti della GNR e della Legione “Ettore Muti” attendono di compiere lo sporco lavoro che gli è stato affidato. I prigionieri stanno fermi, in fila, davanti alle armi. La voce del capitano Pasquale Cardella, che comanda il plotone della “Muti”, urla parole di morte. Poi, un ordine secco mette in moto i quindici uomini, velocemente. Con uno scatto improvviso, prima uno e poi un altro cercano scampo. Un portone spalancato, un angolo da svoltare. Due raffiche e pochi metri di vita. Il resto della fila si sbanda, forma una curva, c’è una staccionata. Fermi così! Fermi lì! Colpi, colpi, e anche quei corpi muoiono a terra.
Lì, tutti insieme… Trascinate nel mucchio quegli altri due. Grida di ebbrezza, risate rabbiose. Un cartello: QUESTI SONO I GAP SQUADRE ARMATE PARTIGIANE ASSASSINI. Lì. Fino a sera. State di guardia. Nessuno li muova. Nessuno li tocchi. Niente fiori, nemmeno candele. Tutti li vedano, tutti devono guardare. Che imparino tutti. Snodo fondamentale della rete dei trasporti milanesi, la grande piazza era percorsa dalle linee tranviarie che collegavano il centro della città alle periferie dei grandi insediamenti industriali. Al sabato, giorno di paga della quindicina, sotto le pensiline dei tram e tutto attorno ai binari si improvvisava un mercatino dove gli operai usavano rifornirsi di generi di prima necessità. Un punto di passaggio e di ritrovo, dunque, che avrebbe assicurato, nell’intento dei nazifascisti, la massima visibilità ed efficacia all’agghiacciante schiaffo d’intimidazione ai lavoratori, agli antifascisti e ai cittadini di Milano. Con la strategia del “terrore” i tedeschi confidavano di annichilire una volta per tutte ogni forma di resistenza, ma non fu mai così.
Sergio Temolo: «Mio padre operaio comunista alla Bicocca»
Giuseppe Garibaldi, Annita, Giordano, Bruno, Progresso, Eugenio (come Delacroix, il pittore de La Libertà che guida il popolo), sono i nomi di battesimo della famiglia Temolo all’inizio del XX secolo. Tra loro c’è anche Libero. «Mio nonno era socialista – racconta Sergio, che il quel 1944 era un bambino – e ad ogni nuova nascita ingaggiava un duello col parroco del paese per riuscire a incarnare nei nomi dei figli i suoi ideali». Orefici e proprietari di un forno ad Arzignano, in provincia di Vicenza, i Temolo subiscono un tracollo nel corso del ventennio. Tutti sanno che sono antifascisti e dare il pane a credito ai contadini poverissimi della zona di certo non aiuta l’impresa familiare. «Qualche tempo dopo la mia nascita, papà partì per raggiungere uno dei suoi fratelli a Milano. Io rimasi al paese con gli zii, perché la famiglia di mia mamma non acconsentì al matrimonio», ricorda Sergio. Siamo negli anni 30, tradizione familiare e primi contatti con militanti comunisti dei circoli locali hanno già formato la coscienza politica di Libero Temolo. Stabilitosi in città, entra alla Pirelli nello stabilimento Bicocca. Dapprima è assegnato al reparto mescole, poi diventa operaio specializzato addetto alla manutenzione. Il nuovo ruolo gli consente di spostarsi liberamente e di mantenere i contatti fra i vari comparti: è il punto di riferimento del partito comunista clandestino all’interno della fabbrica. «Compiuti sei anni andai finalmente a vivere a Milano, con mio padre e la sua nuova compagna», continua Sergio Temolo.
Come capita spesso, i rapporti con la matrigna non sono idilliaci e tra papà e figlioletto si instaura un sentimento di affetto esclusivo e stretta complicità. «Mi raccontava le storie dei libri che leggeva: i Paralipomeni della Batracomiomachia di Leopardi, le Memorie di Garibaldi, i Princìpi della filosofia dell’avvenire di Feuerbach. Era anche abbonato a La difesa della razza e a volte acquistava L’Osservatore romano: “Per avere qualche notizia dal mondo”, mi spiegava. E poi mi insegnava le canzoni di lotta, raccomandandomi di non farmi mai sentire da nessuno». Una volta il piccolo Sergio pronuncia ad alta voce le parole “cellula comunista”. «Papà si spaventò del fatto che potessi averle udite da lui, poi si tranquillizzò scoprendo che le avevo lette nel romanzo Addio Kira!, che allora andava di moda ed era consentito leggere perché criticava l’Unione Sovietica».
Negli anni del conflitto l’azione contro il regime si intensifica: Libero Temolo distribuisce clandestinamente materiale di propaganda, è tra gli organizzatori degli scioperi alla Pirelli, si mantiene in contatto con le SAP (Squadre di Azione Patriottica), in particolare col suo amico partigiano Alessio Lamprati “Nino”.. «A quei tempi si cresceva in fretta: gli orrori della guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti ti aprivano gli occhi sulla vita, anche se eri solo un ragazzino. A me piaceva agire anche un po’ per spirito di avventura, oltre che per stare sempre al fianco di mio padre». Di sera, dopo il lavoro, Libero nascondeva messaggi e ciclostilati sotto gli abiti di Sergio e, insieme, prima del coprifuoco, li portavano a destinazione. «Ufficialmente uscivamo per andare a provare il mio abito nuovo a casa di “Nino”, che di copertura faceva il sarto. Per prudenza papà camminava sempre a qualche metro da me e, se qualcuno lo fermava, sapevo che dovevo fare un giro largo e tornarmene a casa. Andò sempre tutto bene. Quel vestito per me non fu mai tagliato».
Libero viene arrestato il 20 aprile del ‘44, all’uscita dalla fabbrica: «Di solito, quando ai cancelli si notavano macchine sospette, correva voce all’interno dello stabilimento e chi aveva qualcosa da temere usciva scavalcando i muri di cinta. Quella volta, purtroppo, nessuno avvisò. Qualche collega, interrogato duramente, doveva aver fatto il nome di mio padre, perché cercavano proprio lui. Me la ricordo bene la sera che non tornò a casa. Non l’ho rivisto mai più». Libero era da tempo nel mirino, secondo i colleghi di lavoro si era esposto troppo. «Ma cosa doveva fare mio padre? Organizzare gli scioperi e poi tirarsi indietro di fronte al rischio? Che esempio avrebbe dato? Tutti, logicamente, aspettavano che a muoversi fosse lui».
Durante i mesi della carcerazione a San Vittore, Libero, promosso spazzino, continua a darsi da fare portando notizie e mantenendo i contatti tra i reclusi. Sergio, invece, è rispedito dai parenti al paese. «Ad agosto, ebbi il sentore che fosse successo qualcosa. Avevo percepito dei bisbigli al bar, e prima una mia cuginetta, poi il prete, cercarono di parlarmi. Ma non trovarono la forza di arrivare in fondo. In autunno inoltrato tornai a Milano, accompagnato da un conoscente. Dopo un lungo viaggio in camion, camminavamo a piedi verso casa mia e, svoltato un angolo, quell’uomo mi disse: “Vedi, è lì che hanno ammazzato tuo padre”. Era Piazzale Loreto, quasi buio e faceva freddo, ma serrai le lacrime».
Alla Liberazione, a Milano, c’è anche Sergio, ormai quindicenne: «Di quella giornata assolata mi è rimasto impresso in maniera indelebile un odore particolare. Ero suggestionato al punto da credere che provenisse dal sangue dei morti, invece ho capito dopo che era solo un fortissimo aroma di benzina, insolito per quei tempi». La città è in fermento: gli ultimi automezzi tedeschi, i presídi partigiani, i tribunali del popolo, tante armi. «Non ricordo quelle ore con gioia. Durante un comizio, sotto casa mia, coprirono la targa della strada ribattezzandola come via Libero Temolo. Era un riconoscimento alla memoria di mio padre, ma me ne andai perché non volevo soffrire». A piazzale Loreto, nell’albergo Titanus, sede del comando militare tedesco, ci sono ancora fascisti asserragliati che sparano. «Il 29 aprile si sparse subito la voce che avevano portato proprio lì Mussolini. Ero assieme a Franco Loi, mio inseparabile amico di strada che poi è diventato uno dei maggiori poeti dialettali milanesi del Novecento. Quando entrammo, la piazza era già piena di gente e i corpi erano ancora a terra. Salimmo sulle macerie di un palazzo ed osservammo tutta la scena da quella posizione privilegiata».
La foga della folla e i partigiani che faticano a trattenerla, i calci e gli sputi, gli idranti sfiatati che servirono solo a lavare un po’ il sangue. «Si dice spesso che si è trattato di un atto di oltraggio, ma non fu così: la decisione di issare i cadaveri fu presa per evitare che fossero travolti, qualcuno voleva addirittura sparare per disperdere la folla. Riflettendoci oggi penso che forse era meglio non portarceli. Quel giorno, invece, ero solo un ragazzo. Assistevo alla vendetta per la morte di mio padre e non provavo nessuna soddisfazione».
Tratto dalla rivista dell’Anpi “Patria Indipendente”. Sergio Temolo è morto tre anni fa ultraottantenne.