La canzone
Gino Paoli, com’è nata e cosa significa “Il cielo in una stanza”: “Ero in un bordello con una prostituta”
Il capolavoro pubblicato nel 1960. "Andai in quella stanza due, tre, quattro volte. Fino a quando non finii i soldi". La protagonista non seppe mai che era dedicata a lei. Il successo con Mina
Cultura - di Redazione Web
Gino Paoli ha raccontato – non per la prima volta, per carità – che Il cielo in una stanza, una delle sue canzoni più note, uscita nel 1960 nacque nella stanza di un bordello. “Ebbi un amoretto con una puttana … – ha detto a Il Corriere della Sera – Ricordo che era molto carina. Mi piaceva proprio tanto, e io piacevo a lei. Andai in quella stanza due, tre, quattro volte. Fino a quando non finii i soldi. Dovevo inventarmi qualcosa per rivederla”.
A quel punto rubò i libri dell’enciclopedia del padre, li rivendette, tornò dalla donna di cui si era innamorato fino a quando non finirono anche quei soldi. Lei gli disse che poteva tornare comunque fino a quando lei stessa non lasciò Genova: quella donna non seppe mai che aveva ispirato quella canzone. “Nei bordelli di lusso le pareti e i soffitti erano coperti di specchi. In quelli più popolari erano dipinti di viola o altri colori impossibili”.
- È morto Giovanni Paoli: figlio di Gino Paoli, giornalista e direttore di “Dillinger News” di Fabrizio Corona
- Ornella Vanoni nostalgica: “Ridateci Craxi e Andreotti, Meloni senza squadra, Celentano ha paura dei virus e non esce di casa”
- Ornella Vanoni, festeggiare 90 anni come un attimo senza fine: gli auguri e per regalo il duetto con Elodie
- I migliori 100 dischi italiani di sempre: la storica classifica di Rolling Stone
L’armonica della canzone è il suono che rappresenta il momento dell’orgasmo. “Quello è un ricordo del matrimonio di mio nonno, che si sposò in chiesa, lui socialista, soltanto a settant’anni. Nonna Uliva era diventata cieca per le complicazioni di un parto, ma aveva gli occhi sulla punta delle dita. Lavorò il nonno ai fianchi per tutta la vita, e finalmente ottenne di essere portata all’altare. E quel giorno in chiesa suonai la marcia nuziale per i nonni con l’armonica”. Nessuno volle quella canzone fino a quando non la prese in custodia Giulio Rapetti, in arte Mogol, figlio del capo delle Edizioni Ricordi. Quando la incise Mina la canzone divenne un successo.
Del 1959 invece il suo primo successo, La Gatta. “Si chiamava Ciacola. Era furbissima. Siccome si sporgeva dalla finestra vicino al mare, una volta cadde di sotto, e si ferì a una zampa. Guarì subito, ma quando combinava i suoi disastri e mi accadeva di rimproverarla, Ciacola faceva gli occhioni e sollevava la zampa a mezz’aria, come se fosse ancora ferita. Irresistibile”.