Scontro in Aula
Meloni, il “premier time” al Senato: “Non mi dimetto se riforme non passano. Entro 2025 2% Pil per la difesa”
A 469 giorni dall’ultimo “Premier time”, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna al Senato per riferire in Parlamento e rispondere alle interrogazioni dei vari gruppi parlamentari.
Si sblocca così la situazione di cronaca allergia della premier al confronto, con la stampa ma anche col Parlamento, dove Meloni è solita parlare esclusivamente alla vigilia dei Consigli europei.
Durante il “Premier time”, tra i banchi del governo nell’aula del Senato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni siede tra i ministri Roberto Calderoli e Orazio Schillaci. Non sono presenti i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Il clima è a tratti scoppiettante, tra botta e riposta al vetriolo con l’opposizione. Nel suo intervento Meloni ribadisce “da patriota” che “libertà non ha prezzo” e che dunque “nel 2025 spenderemo in difesa il 2% del Pil”, come da richieste Nato ma senza usare i fondi di coesione europei.
Parole sul riamo non sufficienti per Carlo Calenda. Il leader di Azione d’altra parte aveva presentato la propria interrogazione proprio sulla difesa: “Se pensiamo di affrontare questa fase della storia con un esercito che ha una media di 59 anni e che non ha sufficienti capacità operative, diventiamo una nazione di serie C. Che io lo debba ricordare alla destra italiana mi sembra surreale. Questo è il gioco delle tre carte”, è stata la replica di Calenda.
E a proposito di difesa, per Meloni il quadro internazionale vede la “necessità di costruire sempre un pilastro europeo della Nato capace di incentivare una solida base europea”, con Italia ed Europa che “devono rafforzare le proprie capacità difensive per rispondere alle responsabilità cui sono chiamate anche in ambito Nato”.
Si passa poi al tema delle riforme. Da quella della legge elettorale, con Meloni che si dice “favorevole a introdurre le preferenze”, rispondendo ad una interrogazione presentata del leader di Italia Viva Matteo Renzi, per poi aggiungere che il premierato, la “madre di tutte le riforme” come da indicazione della stessa presidente del Consiglio, “sta andando avanti” ma “dipende dal Parlamento, ma sicuramente la maggioranza è intenzionata a procedere spedita su questa riforma, esattamente come è intenzionata a procedere spedita sulla riforma della giustizia”.
Proprio con Renzi c’è lo scambio più duro di giornata. L’ex premier ricorda a Meloni di aver promesso una riforma della giustizia garantista ma che “detto da voi fa quasi ridere”. Quindi l’invito ad andare a Bibbiano, “la stanno ancora aspettando per chiedere scusa a quella comunità per il vostro giustizialismo”.
Battibecco tra i due che continua. “Dimissioni in caso di sconfitta al referendum? Non farò mai niente che abbia già fatto lei”, dice la presidente del Consiglio rispondendo all’ex premier. Secca la replica di Renzi: “Ha detto che non farà ciò che ho fatto io. Nel 2015 in Tv disse che tra Putin e il presidente Mattarella stava dalla parte del presidente russo. Tra lei e Putin io sto dalla sua parte, perché sono un patriota vero che crede all’Italia. Lei oggi ha perso all’ennesima occasione per rispondere nel merito e ha continuato con l’aggressione personale”.
La leader del Partito Democratico Elly Schlein incalza invece Meloni sui referendum dell’8 e 9 giugno, accusando premier e governo di “avere paura” perché “invitano a non partecipare al voto”. Per la segreteria Dem “l’invito all’astensione è un tradimento dei principi costituzionali che fissano il voto come un ‘dovere civico’. Un governo che teme che il popolo possa esprimersi, è un governo che teme il popolo stesso”, mentre sul lavoro “la destra in questi due anni e mezzo lo ha reso sempre più precario, scegliendo di stare dalla parte dei più forti e dimenticando i più ricattabili”.
È in riposta all’interrogazione “amica” della senatrice Michaela Biancofiore, presidente del gruppo Civici d’Italia, Nm, Udc, Maie che arrivano poi le attese parole della premier su quanto sta accadendo a Gaza, col piano di occupazione di Israele.
Un passaggio in cui Meloni non si sbottona e non condanna l’iniziativa di Netanyahu: la premier spiega che l’Italia “lavora la fine permanente delle ostilità” appoggiando il piano dei Paesi arabi, “un piano di ricostruzione a Gaza credibile che hanno portato avanti, e anche per tracciare un quadro generale di pace e sicurezza, quadro che a nostro avviso deve includere anche la prospettiva dei due Stati”.