Parola al parlamentare

“Renzi ha portato il suo sogno riformista in un vicolo cieco, per questo non l’ho seguito”, parla Luca Lotti

«L’uscita dal Pd ha rappresentato un tradimento di quella idea, non ho aderito alla scelta di Matteo perché penso che in un partito le tue idee non muoiono solo perché qualcuno se ne va»

Interviste - di Graziella Balestrieri - 28 Giugno 2024 alle 09:00

Condividi l'articolo

“Renzi ha portato il suo sogno riformista in un vicolo cieco, per questo non l’ho seguito”, parla Luca Lotti

Undici marzo 2024 è una data che Luca Lotti, parlamentare, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con il Governo Renzi e ministro per lo Sport dal 2016 al 2018, ricorderà per sempre, nel bene e nel male. Sette anni e mezzo, tanto è durato il suo incubo, e da un incubo se ne esce solo restando svegli, accertandosi personalmente che quell’incubo sia frutto di pressioni, menzogne, qualcosa che la realtà dei fatti dovrà smentire. La verità, la giustizia, però nel nostro paese non sempre è concessa e quando viene concessa, arriva dopo tanto, troppo tempo. Di giustizia, di verità, di come le idee non possano mai morire, di Pd e dei cambiamenti necessari parliamo con il diretto interessato.

Gli ultimi risultati delle amministrative vedono un Pd vincente e in forte crescita. Firenze ha la sua prima donna sindaca. Merito anche di Elly Schlein?
A Firenze ha vinto Sara Funaro, è una bella realtà perché è la prima donna sindaco di Firenze. Il voto amministrativo è diverso dal voto politico ma è anche innegabile che nel centrosinistra ci sia una novità. Il vento nazionale è un vento che ancora certifica un centrodestra forte, anche se finalmente qualcosa si sta rompendo. Toccherà al Pd e alla Schlein saper mettere e tenere insieme questa speranza di cambiamento che si è vista con le elezioni europee.

Però la destra estrema in Europa avanza?
E’ vero che il voto europeo è un voto caratterizzato da una trazione di centrodestra. Vediamo cosa accadrà con le elezioni in Francia, anche se non mi aspetto una deriva estremista. Chiaramente però la sinistra deve ritrovarsi. Oggi è troppo facile parlare di cose di sinistra o dichiararsi di sinistra senza poi in realtà lavorare a una sinistra riformista vera, che cambia. Non le nascondo che non mi è particolarmente piaciuta questa moda di candidare delle persone più per acchiappare voti che per credere davvero in un cambiamento, e ogni riferimento non è casuale alla candidatura di Ilaria Salis, perché non so quanto sia di sinistra portare in parlamento chi ha occupato illegalmente delle case. Sta di fatto che non è stata candidata nel mio partito e non spetta a me commentare.

Però Sinistra italiana potrebbe essere un vostro alleato nelle prossime elezioni…
Spero sempre che il centrosinistra riesca a trovare un equilibrio e faccia magari come il centrodestra, che trova sempre un modo per presentarsi agli elettori con un programma concreto. Nel centrosinistra trovare la modalità spetta al Pd, trovare tutte le sintesi possibili per far sì che si crei davvero, più che un campo largo, una forza di opposizione vera in parlamento, una opposizione che si prepari a governare in alternativa al centro destra. Penso che questa sia la vera sfida della Schlein e della classe dirigente del partito.

C’è spazio per il Movimento cinque stelle in questo campo largo o ci sono differenze abissali con il Pd?
Non mi permetto di fare i conti in casa altrui o di parlare degli altri partiti. Il Movimento cinque stelle ci può stare ma deve scegliere da che parte stare e come starci. A Firenze il M5s è un partito che ha preso il tre per cento al primo turno. È un partito che dice no all’aeroporto, no allo sviluppo, no alla tramvia, insomma è un partito che difficilmente poteva stare in coalizione con Sara Funaro e difficilmente può stare nella coalizione di Giani.

L’11 marzo 2024 arriva la fine di un incubo…si ricorda il momento in cui tutto è iniziato?
Ho avuto l’onore di essere stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e da qualche giorno ero stato nominato ministro. Ero già un ragazzo fortunato e anche consapevole che, quando si fa un mestiere come quello puoi incappare in incidenti e in difficoltà. Quel giorno lo ricordo, e credo lo ricorderò per sempre perché è un momento nel quale ti cade il mondo addosso. Mi sembrava impossibile essere accusato di una cosa che sapevo di non aver fatto. All’inizio pensavo che tutto si sarebbe risolto immediatamente. Che sarebbe bastato spiegarmi, raccontare la verità e tutto sarebbe tornato come prima. Mi sarebbe bastato spiegare che Marroni (Luigi, ex ad di Consip, ndr) tutto quel che ha raccontato lo ha raccontato sotto pressione, per difendersi, e dopo un po’ la faccenda sarebbe finita. Invece da lì è iniziato, ovviamente, una sorta, di calvario mediatico, però anche a quello, facendo questo mestiere, devi essere abituato: quindi giornali, tv sotto casa… e fin lì, ripeto, devi sopportare. Un altro momento difficile è stata la mozione di sfiducia in parlamento. Poi è iniziata qualcosa da cui ti sembra di non uscire più: sette anni e mezzo sono stati lunghissimi. Ho voluto seguire tutte le fasi del processo, tutte le udienze.

Come mai?
Perché volevo fino in fondo dimostrare e testimoniare la mia estraneità totale ai fatti e rendermi conto dal vivo di quel processo così “brutto” per me. Nella vita sono stato abituato ad affrontare le cose, sarebbe stato inutile delegare al mio avvocato, seppur persona di quale mi sono fidato ed è stato un difensore eccellente. Ho voluto vivere tutto in prima persona, fino alla fine anche perché tutte quelle sfumature, quei ricordi, quegli appunti, per me sono stati importanti per comprendere ancora di più quanto sia faticoso quando si entra in un tunnel del genere e allo stesso tempo una liberazione come quella dell’ 11 marzo, quando finalmente senti la formula “perché il fatto non sussiste”.

Ma tutti gli anni spesi e dispersi, chi glieli ridà indietro?
Ci ho pensato tanto e per me è stata una lezione di vita perché ho imparato che prima di giudicare devi sempre conoscere le cose. Ho vissuto sette anni e mezzo sotto giudizio anche delle persone. I primi giorni tutti ti guardano e ti sembrano che ti additino e che guardino al mostro. Magari tante volte l’ho fatto anche io, non in vicende giudiziarie ma giudicando in modo sommario le persone. Da qui ho imparato che non è mai giusto giudicare, poi siamo uomini, tutti sbagliamo. È l’unico insegnamento positivo di questa vicenda drammatica, per il resto non c’è stato niente altro di positivo.

La sua idea della magistratura?
Non è cambiata. Avevo già avuto uno spaccato della magistratura quando mi sono occupato di vicende legate alle politiche giudiziarie, per esempio come è organizzata la magistratura e come, secondo me, è sempre assurdo parlare di correnti di magistrati di destra di sinistra. Ma al di là di questo, posso dire che la fiducia nella magistratura è sempre rimasta intatta e sempre lo sarà perché alla fine il tribunale poteva dichiarare prescritto il reato e invece ha comunque emesso sentenza, e per me questo è stato un gesto di grande attenzione e serietà da parte della magistratura.

La riforma del ministro Carlo Nordio è necessaria?
Sicuramente è necessario fare qualcosa per cambiare il rapporto tra politica e magistratura o ristabilire un po’ di chiarezza in questo rapporto. Se di riforma si tratta, intanto mi piacerebbe vedere una riforma che affronti i tempi del processo. Sulle modalità spetterà al parlamento trovare la sintesi migliore per far sì che per i cittadini possa cambiare in meglio la giustizia e avere una riforma veramente degna di questo nome.

La giustizia non è per tutti…
Io mi ritengo fortunato perché ho potuto scegliere gli avvocati però anche il tempo è importante. Mi metto nei panni di chi non solo non può permettersi un avvocato per un tot di anni ma anche di chi magari viene invischiato in una vicenda con la sua azienda o personalmente e subisce dei danni incredibili. Penso ad imprenditori che hanno i conti in banca bloccati, che magari falliscono per poi vedersi riconoscere che “il fatto non sussiste” dopo cinque o sei anni. O ad imprenditori che perdono milioni di fatturato per inchieste che già quando partono si sa che non arrivano. Su questo vorrei che ci fosse un’azione più concreta da parte del ministro. Che non è la pena per i magistrati che sbagliano, certamente va trovato un metro di giudizio, troppe inchieste rovinano centinaia di aziende in Italia e la vita a tante persone. Questo deve portarci alla riflessione. Non ho in tasca una soluzione, però so che magistratura e politica devono avere la forza di affrontare questo problema allo stesso tavolo.

In questi sette anni e mezzo l’atteggiamento delle persone a lei vicine è cambiato?
In questi momenti l’uomo si rivela per quello che è. Molte persone sono sparite, alcuni negli anni hanno nascosto il telefono quando parlavano con me per paura di essere intercettati, insomma cose che sinceramente davano non poco fastidio. Ma tante altre persone con pazienza, in silenzio, anche con una pacca sulla spalla mi hanno fatto sentire la propria vicinanza. E poi la cosa principale per me è stata la forza dei figli, ho affrontato questa vicenda in un momento particolare della mia vita, i miei figli erano piccoli, però mi hanno sempre guardato con gli occhi dei figli anche se capivano perfettamente che stava succedendo qualcosa. Spiegargli l’11 marzo che cos’è un’assoluzione da un processo, per me è stato un motivo di grande soddisfazione e spero per loro di insegnamento.

Lei è stato sempre un fedelissimo di Renzi, come mai non l’ha seguito nelle sue nuove avventure politiche?
Posso dire di essere stato il primo renziano, ma ho deciso di restare nel Pd e di non seguire Matteo anche se non ho mai rinnegato il percorso che abbiamo fatto insieme dalla provincia di Firenze fino al governo del paese. Perché ho sempre creduto ad un progetto riformista che era l’idea che Matteo aveva portato sia a Firenze sia nel Paese. Poi non ho capito e non ho condiviso l’uscita dal Pd, perché ha significato per certi versi tradire quel sogno e quella svolta riformista. Ho ascoltato Matteo quando mi ha comunicato la sua decisione e ho cercato anche di capire le ragioni. Secondo lui, non c’era più spazio per un sogno riformista. Io questo non l’ho mai creduto e non lo credo tutt’ora. Ho sempre pensato che in un partito si possa stare in maggioranza e in minoranza, ma le proprie non muoiono, dentro un partito, solo perché va via qualcuno, e quindi non ho aderito a quella scelta che, secondo me, era una scelta minoritaria che avrebbe portato anche le nostre idee in un vicolo cieco e purtroppo per lui è stato così. Il problema è che ha scelto altre strade, la verità è questa, probabilmente ha deciso di cambiar vita, legittimamente e questo cambio per me non era condivisibile. Poi la storia dirà chi ha torto e chi ha ragione.

Però la sinistra (il Pd) rimane divisa su molte tematiche fondamentali per affrontare l’avanzata del governo Meloni.
La sfida del centro sinistra debba essere quella di far quadrato e far un’opposizione sana, costruttiva e forte a partire da ora, dalle questioni importanti come il sud, come il posizionamento geopolitico dell’Italia. Non scordiamo che l’Europa sta affrontando una guerra alle porte di casa sua e sinceramente trovo assurdo che la sinistra si divida sull’invio delle armi. Qui non si sta parlando di inviare le armi e basta, qui si sta prospettando un’idea di Europa che vogliamo. È su questa idea di Europa che il centro sinistra non si può dividere, altrimenti il governo Meloni avrà vita facile.

Anche sul conflitto Israele-Palestina le idee non sono chiarissime…
Qui è già più complessa perché il tema del Medio Oriente non nasce ora. non è degli ultimi anni. Ho sempre pensato e sognato che la soluzione sia due popoli e due stati. Poi ci deve essere un cessate il fuoco immediato e un’attenzione che deve essere principalmente alle popolazioni, alle persone nella striscia di Gaza, chi davvero la guerra la subisce. Anche su questo vorrei che non ci fosse una destra o una sinistra, perché la guerra la subiscono i più deboli, i bambini e di questo il parlamento e chi fa politica, deve tenere conto, capire che lo sforzo della diplomazia, lo sforzo che non deve mai fermarsi. A Firenze abbiamo avuto Giorgio La Pira, grandissimo sindaco che ha fatto col dialogo una grande politica estera nonostante fosse sindaco di una città e non un ministro degli esteri, un sindaco che credeva ai ponti e non ai muri. Questo spero sia per tutti i partiti il faro che porti a risolvere un problema per un conflitto che di certo non scopriamo oggi.

28 Giugno 2024

Condividi l'articolo