L'ex leader dei penalisti

Intervista a Gian Domenico Caiazza: “Solo in Italia i magistrati trattano sulla riforma della giustizia”

«Questo viola ogni regola del principio di separazione dei poteri», denuncia l’ex presidente delle Camere penali, candidato alle europee con la lista Stati Uniti d’Europa. «Da due anni il governo fa annunci sulla separazione delle carriere e adesso si blocca tutto? Vergogna!»

Interviste - di Angela Stella - 14 Maggio 2024

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Intervista a Gian Domenico Caiazza: “Solo in Italia i magistrati trattano sulla riforma della giustizia”

Europee 2024: prima intervista per Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione Camere Penali e ora capolista nel centro per la lista Stati Uniti d’Europa.

Il Ministro Nordio, a margine del suo intervento al Congresso dell’Anm, ha dichiarato che il Cdm farà fatica a riunirsi durante questa campagna elettorale e quindi la riforma della separazione delle carriere sembra congelata. Come commenta?
Stiamo discutendo del nulla: non c’è una data, non c’è un testo, non sappiamo chi stia scrivendo questa riforma e se tutto questo derivi da un mancato accordo all’interno della maggioranza. Da quasi due anni si fanno annunci su questa iniziativa del Governo, che se e quando arriverà andrà sovrapporsi e a bloccare quella parlamentare, e adesso si blocca tutto: è una vergogna, un tradimento della volontà popolare visto che era un punto qualificante del programma politico, ed un definitivo asservimento del potere legislativo ai diktat inammissibili del potere giudiziario. Poi mi chiedo cosa c’entrino le elezioni con la possibilità di licenziare il testo in Consiglio dei Ministri. Ho l’impressione che il Governo tenda a fare di questa riforma più un richiamo simbolico ad una idea che una concreta azione legislativa. Una maggioranza solida avrebbe potuto avviare l’iter della riforma dal primo giorno della legislatura. Ha scelto di non farlo e continua a non farlo.

È vero che l’Anm si oppone fermamente alla riforma ma fa il suo gioco. Non dovrebbe essere la politica più forte?
Siamo dinanzi ad una debacle della politica. Non capisco perché la politica debba trattare con l’Associazione Nazionale Magistrati. Perché il potere Esecutivo dovrebbe mediare qualcosa con quello giudiziario? Ciò viola ogni regola del principio di separazione dei poteri: accade solo nel nostro Paese. Mi chiedo in quali altri Stati una riforma della giustizia debba essere contrattata con la rappresentanza politica del potere giudiziario che addirittura si attribuisce il diritto di dire con iattanza ‘noi non trattiamo’. Quello che si può fare è accogliere il parere della magistratura, dell’avvocatura e dell’accademia ma il Governo non deve letteralmente trattare con una delle parti. Non da oggi la politica è fortemente intimidita dalla magistratura e non ha la forza di varare una riforma che ci porterebbe al pari delle più grandi democrazie occidentali.

Al Congresso dell’Anm, l’ex presidente Eugenio Albamonte, ha detto: “è stata invocata la separazione delle carriere nel caso Apostolico. Cosa c’entra visto che era un tribunale civile? La stessa cosa è stata fatta quando un gip ha ritenuto di imporre l’esercizio dell’azione penale nei confronti di un pm su una vicenda che guarda caso riguardava un soggetto politico. Anche qui che c’entra? Ci vuole tanto a rendersi conto – e mi rivolgo agli amici dell’Unione delle camere penali – che hanno imbarcato sulla loro navicella dei compagni di strada impresentabili, che strumentalizzano la loro idea, che ci vuole ad alzarsi in piedi e dire ‘non in mio nome’?”.
È vero che costantemente la politica ha usato il richiamo alla riforma della separazione delle carriere quando ha voluto reagire a interventi e vicende giudiziarie ritenute sgradite. Tuttavia non è che un’idea che appartiene all’avvocatura penalistica italiana da trent’anni può essere messa in discussione da eventuali usi strumentali di questo progetto. L’amico Albamonte invece dovrebbe rispondere a questa domanda: come si fa a ritenere così devastante la prospettiva di una separazione delle carriere quando questo sistema ordinamentale appartiene alla quasi totalità delle democrazie occidentali, soprattutto quelle che hanno un processo accusatorio mentre noi rimaniamo in compagnia della Turchia, della Romania e della Bulgaria? Risponda banalmente a questa domanda.

A proposito di riforme è in stallo alla Camera anche il ddl Nordio che contiene, tra l’altro, l’abrogazione dell’abuso di ufficio. Quanto è deluso dal Guardasigilli in materia di giustizia?
Anche da presidente dell’Ucpi, insieme alla mia giunta, ho espresso questo allarme: avere come avversari il Movimento Cinque Stelle, il Partito democratico, una certa stampa e ovviamente la magistratura è nell’ordine delle cose. Diventa, invece, preoccupante quando chi si dichiara riformista sulla giustizia, chi ha ottenuto il consenso su quelle posizioni, poi le riforme non le fa. Il timore politico vero è questo e non di quella opposizione culturale e politica e anche di potere contro le riforme liberali della giustizia. Non è questione di delusione ma di allarme perché noi vorremmo capire come mai nessuna riforma sulla giustizia vada in porto.

Questione Toti, governatore della Liguria: dovrebbe dimettersi per opportunità politica?
Le questioni di opportunità non possono essere imposte dall’esterno, sono rimesse alla valutazione di chi deve misurarsi con essa. I cittadini, l’elettorato valuteranno se sia apprezzabile o meno rimanere in carica mentre si è indagati per accuse anche abbastanza gravi. Però non possiamo confondere il piano dell’opportunità con quello dell’illiceità. Non entro nel merito di un’inchiesta giudiziaria, ma la preoccupazione di chi segue queste vicende è sempre la stessa ossia che esse non diventino un’occasione di condizionamento della vita politica.

Perché si candida alle prossime elezioni europee?
Noi abbiamo bisogno di una Europa non genericamente più forte ma di una Europa rifondata sull’idea di chi l’ha immaginata. Mi riferisco al Manifesto di Ventotene, ad Altiero Spinelli e altri. Occorrono gli Stati Uniti d’Europa perché quella attuale e quindi anche le grandi nazioni europee contano sempre meno sullo scacchiere internazionale in termini politici, economici e di competitività. Chi dice meno Europa e più Italia è un irresponsabile. Inoltre, personalmente, sono attento ai temi del diritto e della giustizia e faccio presente che i traguardi migliori che siamo riusciti ad ottenere in Italia li dobbiamo all’Europa: la riforma del processo penale in senso accusatorio e poi la riforma dell’art. 111 della Costituzione è fondato sull’articolo 6 della Convenzione Edu. La direttiva sulla presunzione di innocenza è europea. La denuncia scandalosa della situazione delle nostre carceri la dobbiamo al costante monitoraggio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una Europa più forte significa una giustizia più forte anche nel nostro Paese.

14 Maggio 2024

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