La strategia della premier

Perché la Meloni si candida alle Europee: personalizzare la campagna elettorale per nascondere i flop del governo

La trovata di chiedere ai cittadini di votarla scrivendo sulla scheda soltanto il suo nome di battesimo serve a evitare il giudizio sull’operato dell’esecutivo: a dir poco deludente anche per gli elettori di destra

Politica - di David Romoli - 30 Aprile 2024

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Perché la Meloni si candida alle Europee: personalizzare la campagna elettorale per nascondere i flop del governo

Insomma, gli elettori potranno davvero votare solo “Giorgia”. Lo hanno confermato ieri fonti del Viminale. Nel manuale per i presidenti di seggio prodotto dal ministero dell’Interno viene infatti riportato tra i casi di voto valido quello che vede la preferenza per il candidato assegnata “utilizzando espressioni identificative quali diminutivi o soprannomi, comunicate in precedenza agli elettori”. La trovata non è stata estemporanea. Lo stato maggiore di FdI si era adeguatamente informato, i precedenti non mancano anche se Giacinto Pannella detto Marco e tutti gli altri volevano solo evitare confusioni essendo noti col soprannome e non col nome.

Il caso di candidati col soprannome uguale al nome non si era invece mai dato. Ma formalmente è possibile, sempre che qualcuno non decida di accettare il suggerimento offerto ieri in una chat privata da Nadia Urbinati decidendo di farsi inserire in lista come, tanto per fare un esempio, Schlein Elly detta Giorgia. E sempre che non sorga qualche intoppo legale che secondo alcuni costituzionalisti non è ancora escluso. A questo punto però l’esito non cambierebbe di molto. L’effetto pubblicitario, in un mercato della politica sempre più simile a quello dei detersivi e dei cosmetici, ormai è passato all’incasso e in parte almeno proprio a questo mirava la supercandidata. La scelta era stata di fatto annunciata, con la sfida rivolta alla rivale che guida il Pd, con troppo largo anticipo. L’effetto, nonostante una successiva suspense probabilmente creata a bella posta, era in larga parte svanito e comunque l’annuncio di domenica scorsa era già dato per certo tanto da non fare notizia. La trovata del nome ha capovolto la situazione e garantito l’impatto necessario per fare di un annuncio previsto una notizia mediatica. Le esigenze dell’advertisement però sono solo la schiuma dell’onda.

IL VALORE DEL VOTO DELLE EUROPEE

La premier ha sostenuto che così il voto sarà anche un giudizio su di lei e sull’operato del governo ma, almeno per quanto riguarda il secondo verdetto, la realtà è opposta. “Giorgia” sa perfettamente, come tutti del resto, che la sua popolarità supera quella del governo. Ha provato e forse proverà ancora a rallentare la marcia dell’autonomia differenziata, consapevole di quanto quella legge destinata a flagellare il meridione sia impopolare al sud e rischi quindi di costare voti sonanti. Ma quella tabella di marcia è troppo importante per un Salvini la cui popolarità tra i leghisti del nord sta andando a picco. La Lega ha puntato i piedi e la data fissata per l’approvazione al Senato è stata rispettata, a prezzo delle ormai immancabili forzature. C’è ancora il passaggio alla Camera prima che la riforma sognata trent’anni fa da Bossi e dal professor Miglio sia legge ma a questo punto è molto probabile che l’autonomia di Calderoli tagli il traguardo prima delle europee del 9 giugno. Chiedere il voto sulla persona invece che sulla leader di partito o anche sulla premier serve proprio a evitare il pronunciamento su un operato di governo che, anche dal punto di vista dell’elettorato di destra, è stato a dir poco deludente.

LA PERSONALIZZAZIONE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

La scelta di personalizzare al massimo, come non aveva fatto neppure il campione assoluto della personalizzazione Silvio Berlusconi, ha probabilmente anche valenze strategiche. Oggi la situazione del governo, sia sul fronte dell’economia che su quello fondamentale della collocazione internazionale, è solida. Ma la premier sa di avere di fronte tempi duri e grami. Bloccare con il veto la riforma del patto di stabilità non era possibile. Farne una colpa alla presidente o al suo ministro Giorgetti è pura anche se legittima propaganda. Il governo ha spacciato per mezza vittoria una sconfitta piena i cui effetti però non si potranno addomesticare come si fa con gli annunci. Nulla produce effetti “divisivi” nelle coalizioni di maggioranza più della penuria di fondi, che obbliga i partiti a bracci di ferro feroci per accaparrarsi i pochi soldi a disposizione. Giorgia ha bisogno di una legittimazione popolare e diretta per poter tenere a bada gli alleati quando si arriverà al momento di fare i conti con l’austerità imposta dal combinato tra situazione dei conti, in buona parte effettivamente a causa dei bonus, e resurrezione del rigore europeo.

La personalizzazione, infine, serve a preparare il terreno per la vera prova decisiva e difficile che aspetta Giorgia Meloni. In queste elezioni, la leader di FdI non ha nulla da temere. Nelle regionali dell’anno prossimo giocherà solo in attacco: il massimo che i rivali possono augurarsi è mantenere le posizioni e sarebbe già un mezzo miracolo. Con il referendum la situazione è opposta e sarà una di quelle mani che valgono l’intera partita. Il Pd, con esagerato ottimismo, si vede già quasi certamente vincente. Il quadro è meno roseo ma la possibilità di dare scacco alla regina è reale e la madrina del premierato lo sa. Forzare ora sulla personalizzazione significa abituare gli elettori al modello di competizione sul leader che ha in mente, depotenziando così l’impatto di una novità che, se confermata dal referendum, trasformerà radicalmente i connotati della democrazia italiana.

LA SFIDA CON ELLY SCHLEIN

Da questo punto di vista la candidatura Meloni ha già raggiunto un risultato: Elly Schlein si è candidata e non è affatto certo che lo avrebbe fatto anche senza la sfida diretta lanciata dalla rivale, Renzi aveva già annunciato la sua presenza ma Calenda e Tajani, che invece avevano ufficializzato la scelta opposta hanno dovuto rinunciarci. Salvini si è sottratto ma mettendo in campo un candidato, il generale Vannacci, che è quasi un manifesto del suo progetto politico e dunque, almeno in questo caso, si avvicina molto all’alter ego. Solo Conte si è davvero sottratto a elezioni europee trasformate in torneo tra leader, probabilmente per non bruciarsi in anticipo nella corsa alla leadership del Campo Largo. Ma se i risultati del Movimento saranno poco confortanti e proveranno che avrebbe fatto meglio a candidarsi, anche la sua assenza agevolerà la partita di “Giorgia” sul premierato.

30 Aprile 2024

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