Il Carroccio non cede

Salvini blinda Zaia e spacca la destra sul terzo mandato

Dichiarati ammissibili, gli emendamenti saranno messi al voto, con FI e FdI che annunciano già parere contrario. Incertezza anche nel Pd

Politica - di David Romoli - 21 Febbraio 2024

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Salvini blinda Zaia e spacca la destra sul terzo mandato

Che si fa sul terzo mandato? In maggioranza si disinnesca per quanto possibile, si declinano le responsabilità, sempre per quanto possibile, si tira al rinvio, per quanto prendere tempo non serva a molto. Nel Pd, invece, si affilano le lame. La questione squassa la destra molto più che non il partito di Elly ma le apparenze sembrano quasi opposte.

Ieri sono stati ammessi gli emendamenti leghisti che porta da due a tre il tetto dei mandati per governatori e sindaci dei comuni oltre i 15mila abitanti. FdI e Fi hanno già notificato il loro voto contrario, il capogruppo della Lega al Senato Romeo, nonostante le esplicite richieste degli alleati non lo ha ritirato: “Aspetto indicazioni”, afferma.

Però passano le ore e l’emendamento resta. L’atteso vertice di maggioranza che dovrebbe dirimere la questione probabilmente non ci sarà. Il governo ha deciso di rimettersi alla scelta della Commissione: se deve essere spaccatura, almeno che non sia ai massimi livelli.

“Ciascuno sarà libero di esprimere il voto secondo il proprio libero convincimento. Affrontiamo il nodo senza strappi, senza litigi e nel rispetto reciproco”, promette speranzoso il presidente della commissione Affari costituzionali Balboni.

Ma il voto slitterà: “Siamo in attesa del parere della quinta commissione e ho appreso che probabilmente non arriverà questa settimana”. Poi i pareri, quello della commissione e quello del Mef, sono arrivati ma la Lega tira lo stesso al rinvio. Vuole aspettare l’esito delle elezioni sarde, perché sa che un’eventuale sconfitta di Truzzu, il candidato imposto dalla premier, indebolirebbe di molto le sue posizioni.

La Lega evita di alzare i toni. Immaginare una crisi vera su una questione pur importante come il terzo mandato, che si tira dietro il nodo spinosissimo del Veneto conteso da FdI al Carroccio, non era comunque realistico. Ma il silenzio della Lega è lo stesso inusuale. Nei giorni scorsi aveva alzato più volte la posta, salvo poi ritirare la mano a sasso lanciato, minacciando rappresaglie sul premierato.

Ieri persino il vicesegretario Crippa, a cui sembra essere stato delegato il compito di sparare le bordate più rumorose anche se sin qui sempre a salve, ha mantenuto una compassata discrezione. Parla solo Zaia, il governatore del Veneto, per negare di essere lui il diretto interessato: “Il problema non sono io e mi spiace che qualcuno pensi che questo emendamento è fatto per me. L’interlocutore non sono presidenti e sindaci: sono i cittadini”.

Quelle di Zaia sono parole minacciose, o possono suonare come tali. Il presidente del Veneto è tanto popolare nella sua regione, vanta un seguito svincolato dalla Lega tale, da poter giocare un ruolo simile a quello di De Luca in Campania sull’altra sponda. Se si mette di mezzo, se decide di dar voce “ai cittadini” con una sua lista e un suo candidato, per la destra la partita diventa difficilissima.

Certo il carattere dell’uomo è molto diverso da quello dell’esplosivo campano e per la Lega una sua discesa in campo sarebbe un problema enorme. Però il rischio c’è. Qualche voce in questo senso a Chigi è arrivata, sia pur in via solo ipotetica, anche per questo il partito di Giorgia da un lato insiste con la Lega perché rinvii il sofferto momento a dopo le europee, quando a Montecitorio si discuterà il ddl della stessa Lega che propone anche in quella sede il terzo mandato, dall’altro la premier valuta la possibilità di modificare lo schema di gioco.

Il no di Meloni sul terzo mandato in realtà resta fermissimo: la premier non ha alcuna intenzione di cedere né ora né dopo le europee. Non sembra del tutto esclusa però la possibilità di trattare con Zaia lasciando che sia lui a indicare un successore.

Cioè rinunciando a un Veneto tricolore per lasciare alla Lega la sua roccaforte e al governatore uscente il suo regno, pur se per interposto monarca. Non è una strada che la premier intenda battere, però, se questo significa rinunciare all’irrinunciabile, cioè al governo tricolore di una delle tre regioni guida del Nord.

La Lombardia è fuori discussione: si vota nel 2027, tempi biblici. Resta il Piemonte, dove invece si voterà quest’anno. La conferma del presidente uscente Cirio, azzurro, sembra al momento certissima ma in politica di certissimo non c’è mai niente e la stessa FdI, la settimana scorsa, ha detto chiaramente di volere una delle due regioni: “Si vedrà poi se Veneto o Piemonte”.

Per Fi l’ipotesi non può essere neppure presa in considerazione ma Fi, a differenza di Zaia, non è in grado di determinare l’esito del voto in quella regione. In concreto molto dipenderà dall’esito delle europee: se Tajani, alla prima prova dopo aver sostituito Berlusconi, avrà esiti rovinosi la sua contrattualità precipiterà ma altrettanto può dirsi del partito di un Salvini mai in difficoltà così soverchianti.

Anche il Pd deve prendere una decisione e dovrebbe farlo oggi. La segretaria, in direzione, ha rinviato la scelta ad apposito “gruppo di lavoro”, che dovrebbe sciogliere il nodo oggi riunendosi in remoto. La speranza di Elly era che fosse Meloni a togliere le castagne dal fuoco costringendo la Lega alla retromarcia. Con l’emendamento ai voti, invece, il fronteggiamento è inevitabile.

“La conversazione immagino che sarà calda ma alla fine il Pd dirà sì al terzo mandato”, profetizza il sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci Pd Matteo Ricci. Se avesse ragione l’intero quadro cambierebbe e per una Lega non più isolata come è oggi insistere sarebbe mille volte più facile. Però, nonostante le rosee previsioni di Ricci, Elly Schlein è decisa a bocciare il terzo mandato almeno tanto quanto Giorgia Meloni.

21 Febbraio 2024

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