Il centanario: 1924 - 2024

Cent’anni de L’Unità, l’idea di Gramsci è ancora viva: un secolo controvento

Un secolo di storia dell’Unità che ha pesato su tutto il sistema dell’informazione in Italia. Dalla clandestinità, all’autunno caldo a oggi

Editoriali - di Piero Sansonetti - 13 Febbraio 2024 alle 13:30

Cent’anni de L’Unità, l’idea di Gramsci è ancora viva: un secolo controvento

L’Unità compie cent’anni. Li ha compiuti ieri. Il primo numero, voluto da Gramsci, uscì il 12 febbraio del 1924. Il fascismo era al potere ma non si era ancora consolidato. Si consolidò una cinquantina di giorni dopo, con le elezioni stravinte, il 6 aprile, grazie anche alla legge “Acerbo”, che assomigliava abbastanza alla legge elettorale immaginata oggi dalla maggioranza-Meloni.

E poi, soprattutto, si consolidò in giugno, con l’uccisione di Giacomo Matteotti e poco dopo, il 16 novembre, col discorso di Mussolini a Montecitorio, noto come “il bivacco dei manipoli,” che segnò la sconfitta dell’“Aventino” e praticamente la fine dell’opposizione, e precedette di poco più di un anno l’arresto di Gramsci e di altri capi comunisti e anche socialisti.

Diversi esponenti liberali e popolari si arresero e passarono coi fascisti. A resistere, salvo pochissime defezioni, furono i socialisti e soprattutto i comunisti. L’Unità clandestina continuò a uscire.

Gramsci aveva pensato l’Unità come uno strumento essenziale per condurre la battaglia politica. Gramsci aveva un’idea molto alta di politica, e credeva che la politica fosse la miscela di lotta di classe e lotta delle idee.

Diceva che i partiti politici sono la “nomenclatura delle classi” e sono destinati a crescere o indebolirsi, estendersi o sciogliersi, a seconda che le classi di riferimento assumano più o meno centralità nella struttura della società.

Ma pensava anche che nessun partito politico potesse sopravvivere solo nel suo essere espressione di classe, se non riusciva a costruire l’ideologia della classe. Per questo era convinto che il partito comunista, che era nato tre anni prima, avesse bisogno di un suo giornale quotidiano. Non bastava Marx per costruire ideologia, occorreva – occorre – il pensiero di tutti i giorni.

L’Unità è stata per anni il giornale della classe operaia e degli intellettuali. Persino durante la clandestinità e poi alla ripresa, quando Togliatti, riprendendo e modificando l’idea di Gramsci, decise che l’ Unità dovesse diventare il “Corriere della Sera” del proletariato. Perché – pensava Togliatti – non si può combattere la borghesia senza disporre dei suoi stessi strumenti di influenza sull’opinione pubblica.

Per molti decenni l’Unità – guidata da dirigenti di primissimo piano del partito, come Ingrao, Reichlin, Alicata, Pajetta, Ferrara, Tortorella (ho citato solo quelli della generazione della Resistenza) – svolse esattamente questo compito. Influenzando non solo i suoi lettori ma anche tutto il sistema della stampa. Il suo ruolo è stato questo: produrre informazione, condizionare l’informazione fornita dagli altri giornali, organizzare e dare forza al dibattito e dunque alla ricerca teorica.

Intorno all’Unità, già dalla fine degli anni Quaranta, si radunò un gruppo formidabile di intellettuali. Filosofi, letterati, uomini e donne di scienza, poeti, registi, pittori. Oggi si parla di egemonia della sinistra sul sistema-cultura.

Vero, l’egemonia c’è stata, per la semplice ragione che la sinistra, in particolare i comunisti, ma non solo, produsse un’enorme massa di cultura e di pensiero, mentre gli altri partiti non potevano fare la stessa cosa, se non in minima parte. Gran parte degli stessi intellettuali cattolici, liberali e socialisti furono molto attratti dal polo culturale del Pci e dalla sua capacità di rompere gli schemi e di imporre la propria impronta allo spirito pubblico.

L’Unità ha avuto una funzione decisiva in questa operazione. E guardandosi alle spalle è difficile dire che l’egemonia culturale del Pci e della sinistra non diede un grande contributo allo sviluppo della civiltà nell’Italia del secondo novecento. Anche per una ragione molto semplice: nella macchina culturale del Pci, almeno a partire dagli anni sessanta, fu espunto lo spirito staliniano.

Ci fu una grande apertura agli altri pensieri progressisti. Non solo a quello cristiano, in particolare sulla spinta del Concilio Vaticano Secondo. Anche quello liberale: mi viene in mente un fenomeno preciso e di grande valore.

Il modo nel quale il Pci seppe superare i suoi bigottismi e accogliere le istanze del partito radicale, e in particolare di Marco Pannella – che pure era molto odiato dai comunisti – su temi come i diritti civili, il divorzio e poi l’aborto, la nonviolenza, certe istanze dell’antiautoritarismo (vedi la legge Basaglia sull’abolizione dei manicomi e le leggi Gozzini sulla politica carceraria).

Bene, in tutti questi frangenti – così come nel fronteggiare il grande sommovimento del sessantotto, e poi la rivolta giovanile del ‘77, e poi la mafia, la lotta armatal’Unità è sempre stata in prima linea. E ha sempre viaggiato controvento. Timida e fiera. Imbarcando spesso acqua, ma senza spaventarsi.

Ho partecipato per un bel tratto alla fatica del suo cammino. Sono entrato al giornale poco più che ventenne negli anni della grande avanzata comunista (primi anni Settanta), e sono rimasto in quel fiume per trent’anni.

Vivendo gli anni del terrorismo, l’offensiva mafiosa, le epiche battaglie sociali (come quella, perduta, sulla scala mobile, della quale parleremo nei prossimi giorni), e poi Tangentopoli, la fine della prima Repubblica, la terza via di Clinton, l’esplodere della questione profughi, sempre con lo spirito tipico dei giornalisti dell’Unità: combattivo ma critico. Critico anche nei confronti del partito. Abbiamo sempre fatto gioco di squadra ma senza mai essere soldati.

Son passati cent’anni. È caduto il fascismo, è finita la Prima Repubblica – quella di De Gasperi e Togliatti, di Moro, Craxi e Berlinguer – ed è caduta anche la seconda Repubblica, quella di Berlusconi e Prodi. Ora siamo al governo della destra radicale. Tempi durissimi. Soprattutto per la sinistra. Rischio di regime. Ma l’Unità è sempre lì, ferma sulle sue posizioni: socialiste, liberali, garantiste e cristiane. Per cent’anni ha navigato controvento. E non si ferma. Tira dritto, con il vento in faccia.

13 Febbraio 2024

Condividi l'articolo