La riforma costituzionale

Premierato, è scontro tra Meloni e Salvini: “Giù le mani dalla riforma”

Il Carroccio contesta la norma anti-ribaltone e non vuole limiti di mandato per salvaguardare Zaia. Ma Fdi non cede. Comunque vada non sarà un successo...

Politica - di David Romoli - 2 Febbraio 2024

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Premierato, è scontro tra Meloni e Salvini: “Giù le mani dalla riforma”

Qualche scoglio ancora c’è ma alla fine il vertice di maggioranza ha deciso di lavarsene le mani affidando al summit dei leader il compito di spianare gli ultimi ostacoli: tanto devono vedersi e discutere comunque perché di depositare lunedì 5 febbraio i “4 o 5 emendamenti firmati da tutti i capigruppo” senza il loro vaglio finale proprio non se ne parla. Dunque ci pensassero loro.

Un problema è quell’indicativo che la ministra Casellati ha deciso di adoperare sull’emendamento che revisiona la “norma antiribaltone”, insomma la casistica che dettaglia quando, a fronte di una crisi, si può ricorrere al “secondo premio” e quando invece resta solo lo scioglimento delle Camere. Nella versione Casellati il premier affondato da formale mozione di sfiducia “chiede al presidente della Repubblica lo scioglimento”.

La Lega disquisisce: ma perché una formula così imperativa? Molto meglio scrivere che, nell’infausto caso, il premier già direttamente eletto “può chiedere lo scioglimento”, così ci si lascia aperta ogni strada. Poi quel tetto ai mandati: l’ultima formula è ripresa di peso dalla norma in vigore per i sindaci, due mandati ma con facoltà di ripresentarsi una terza volta se la legislatura tracolla prima del giro di boa dei due anni e mezzo.

Ossessionato dal terzo mandato per i governatori, anzi per il governatore Zaia, il Carroccio chiede di lasciare il capitoletto in bianco: tanto l’opposizione presenterà emendamenti in merito e si vede lì. Quanto al premio di maggioranza, altra nota dolente, inutile scervellarsi: è legge elettorale, compete al Parlamento.

La nuova Carta darebbe stabilità solo che i vincitori devono avere la maggioranza in entrambe le Camere, se poi si tratterà del 51 o del 55% e come fare per garantire il rispetto del dettato anche al Senato, dove l’elezione è su base ragionale sarà affare del Parlamento.

Sono inezie. La formula, nei suoi tratti essenziali, è definita. Potrà essere limata e corretta ma l’impostazione di fondo resterà un pasticcio indigeribile perché all’origine delle numerose e potenzialmente devastanti contraddizioni c’è un’impostazione di fondo: importante è solo che il premier sia eletto, tutto il resto è secondario. Dunque tutto il resto, i poteri del Parlamento e quelli del Capo dello Stato, è stato abborracciato con una sola stella polare, evitare l’accusa di aver spogliato le Camere e il Colle di ogni potere.

Il risultato parla da solo. Se sfiduciato il premier chiederà, o forse “potrà chiedere” le elezioni anticipate. Sembra però che se invece verrà negata la fiducia posta dal governo su un singolo provvedimento, allora si tratterà di un più banale incidente e sotto con il rimpiazzo, strada spianata per il “secondo premier”, purché proveniente dalla stessa maggioranza di quello affossato.

In questo modo, però, qualsiasi gruppo pur piccolo di parlamentari della maggioranza appena in grado di organizzarsi potrà tendere agguati e, soprattutto al Senato dove lo scarto a favore della maggioranza resterà comunque esiguo, abbattere senza gran sforzo il premier direttamente eletto.

La formula concorrente per cui il premier è legittimato dall’elezione diretta ma il suo governo deve invece chiedere la fiducia spalanca portoni al ricatto dei partiti minori di una coalizione e prepara il terreno per possibili e clamorosi inconvenienti, come quello in cui un premier legittimato dall’elezione diretta si ritrova con il governo abbattuto dal Parlamento. Non che le cose stiano molto meglio per quanto riguarda il Colle.

Il presidente mantiene il potere di nomina dei ministri su proposta del premier e sin qui nulla di inedito. La novità è che ora passa al capo dello Stato anche il potere di revoca dei ministri sin qui affidato al Parlamento, sempre su proposta del premier. L’eventualità di un ministro revocato dal premier e confermato dal presidente, magari improbabile ma certo non impossibile, verrà sancita dalla Costituzione.

Di fronte a formule così contraddittorie e potenzialmente foriere di confusione e conflittualità permanenti è facile cavarsela accusando la maggioranza di non essere in grado di buttare giù un testo credibile, anche solo a lume di buon senso.

In parte è davvero così ma in parte maggiore la premier e tutti suoi ufficiali sono semplicemente convinti che questi bizantinismi resteranno privi di ogni efficacia perché nella “Costituzione materiale” prossima ventura la forza del premier direttamente eletto sarà schiacciante in ogni circostanza. Il modello è: premier fortissimo e regole confuse, cervellotiche, contraddittorie che alla fine faranno il loro dovere: renderlo ancora più forte.

2 Febbraio 2024

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