L'attacco ai dem

Meglio Biden o Trump? L’ambiguità di Conte e la distanza dal PD

In teoria sarebbe l’alleato. Ma Giuseppi non vuole saperne di riconoscere a Elly la leadership del campo largo. E anzi civetta pure con la Lega

Politica - di David Romoli - 31 Gennaio 2024

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Meglio Biden o Trump? L’ambiguità di Conte e la distanza dal PD

In sé l’ambiguità di Conte sulle elezioni americane sarebbe solo un problema molto grosso e ancora di più perché è l’ennesima conferma di una divisione totale sulla politica estera tra le due forze principali che dovrebbero comporre il campo largo.

Con Trump in campo, peraltro, non prendere posizione come ha fatto Conte va ben oltre il non schierarsi tra un candidato democratico e uno repubblicano. In una certa misura sono chiamati in causa i fondamentali. Il guaio serio, però, è che l’equidistanza in materia di presidenziali Usa, e anzi l’intera politica estera, si sommano a una serie di prese di distanza quasi a tutto campo.

Il no dei 5S al sit-in del Pd di fronte alla Rai non riguarda una manifestazione tra tante ma quella che è oggi la prima linea del Pd, l’informazione e l’attentato, vero o presunto, alla libertà di informazione.

Ovvio che al Nazareno non sia piaciuto affatto leggere su Fb che “se si vuole costruire una seria alternativa di governo bisogna mettere da parte l’ipocrisia”, che per quanto scodinzolanti siano oggi i Tg “non sarà facile eguagliare il record dei servizi accortamente confezionati negli anni a favore del Pd”, per concludere con un velenosissimo “siamo seri, l’amichettismo di destra vale quello di sinistra”.

Non c’è solo calcolo politico. Chiunque negli ultimi anni abbia seguito Giuseppe Conte sa che l’uomo se la lega al dito e certo non ha dimenticato la durissima campagna scatenata contro il suo Movimento in seguito alla caduta di Draghi.

Chiedergli di protestare ora contro la parzialità della Rai dopo essere stato massacrato per settimane e mesi a ridosso delle elezioni politiche era in effetti chiedere troppo. Però c’è anche il calcolo, perché l’ “avvocato del popolo” non perde occasione per smarcarsi quanto più rumorosamente possibile dai presunti compagni di strada. La costruzione di una coalizione forse arriverà.

Una competizione durissima con il Pd invece c’è già, completamente dispiegata, e non è affatto escluso che, se le circostanze e il quadro complessivo lo permetteranno, il leader dei 5S intensificherà il civettamento con la Lega, non foss’altro che per avere a disposizione la proverbiale “politica dei due forni”.

Al Nazareno la reazione è irritata e infastidita ma non troppo. “Preferisce Tele Meloni”, sibilano e sottolineano che in materia di Rai i rapporti tra l’opposizione pentastellata e la destra al governo sono sempre stati ottimi. Ma l’ira del Pd è temperata dal trovarsi in fondo sulla stessa lunghezza d’onda del papabile alleato al momento rivale.

Tutti, insomma, pensano solo a misurare i rapporti di forza alle europee convinti che, una volta chiuse le urne dell’8 e 9 giugno “comincerà un altro film”. Un film, tuttavia, la cui sceneggiatura sarà strettamente condizionata dall’esito del voto, sia per quanto riguarda la competizione a sinistra, sia per quanto riguarda lo stato di salute dei partiti alleati di FdI a destra.

Va infatti da sé che una Lega a rischio di sopravvivenza sarebbe molto più interessata a cercare una possibile alternativa tornando al matrimonio gialloverde e che una FI in via di scomparsa potrebbe essere animata dalla medesima tentazione, guardando però al centro. Dunque il Pd tiene a freno la rabbia ed evita accuratamente di prestare orecchio alla sirena dei centristi che in coro chiedono al Pd di rompere il peraltro labile fidanzamento.

Da Calenda, “Conte ha già deciso di stare con Trump e Putin: prenderne atto e voltare pagina sarebbe già un buon inizio”, a Renzi, “Anche il Pd si sta accorgendo che Conte è la stampella del governo”. Il calcolo è semplice: inutile calcare la mano adesso, i conti si faranno dopo le europee. Calenda rispondeva al Prodi secondo cui “Conte non ha ancora deciso dove stare”, e la realtà è senza dubbio più vicina alle parole del Professore che non a quelle del leader di Azione.

Conte non ha ancora deciso se stare in una eventuale alleanza con il Pd o far valere la sua vera carta, la possibilità di restare solo senza pagare un dazio troppo elevato, e soprattutto come eventualmente stare in quell’alleanza: a quale prezzo, in cambio di cosa. Sul fatto che non abbia alcuna intenzione di riconoscere la leadership di coalizione di Elly Schlein, per esempio, ci sono pochi dubbi.

Dunque, a meno di risultati clamorosamente sbilanciati, il dopo europee, da questo punto di vista, somiglierà al prima, nonostante le speranze del Pd. Lo stesso Prodi ha segnalato che la forza di Giorgia Meloni deriva dall’assenza di un’alternativa: senza coalizzarsi Pd e M5s non avranno quindi alcuna possibilità. Ma una coalizione vincente non si può costruire all’ultimo minuto dopo essersi divisa su molto se non su tutto per mesi e anni. Invece proprio questo stanno facendo Elly Schlein e Giuseppe Conte. Ma lui, almeno, lo fa consapevolmente.

31 Gennaio 2024

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