Le elezioni in Usa

“Così Trump può tornare alla Casa Bianca”, parla Alexander Stille

“Vuole il tycoon come avversario perché l’ha già sconfitto nel 2020 e poi sa che contro un candidato più giovane potrebbe essere svantaggiato. Ma il presidente uscente non è apprezzato nei sondaggi, mentre le posizioni dei democratici sono maggioritarie”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 18 Gennaio 2024

CONDIVIDI

“Così Trump può tornare alla Casa Bianca”, parla Alexander Stille

Il trionfo in Iowa, i propositi autoritari. Strada in discesa per Trump verso la Casa Bianca? L’Unità ne discute con un profondo conoscitore del “pianeta a stelle e strisce”: Alexander Stille.

Giornalista e scrittore statunitense, Stille collabora con prestigiose testate come The New Yorker e The New York Times, e insegna giornalismo alla Columbia University. Tra i suoi libri, tradotti in Italia, ricordiamo La forza delle cose. Un matrimonio di guerra e pace fra Europa e America (Garzanti); La memoria del futuro. Come sta cambiando la nostra idea del passato (Mondadori); Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo (Garzanti); Il suo ultimo lavoro The Sullivanians: Sex, Psychotherapy, and the Wild Life of an American Commune Farrar, Straus & Giroux, ha riscosso un successo di critica e di lettori.

Donald Trump trionfa nelle primarie dei Repubblicani in Iowa. Strada spianata per la sua nomination alle presidenziali?
Direi proprio di sì. La sua forza sta anche nella debolezza dei suoi competitor. L’opposizione interna si è divisa e questo ha agevolato il successo di Trump. Lui ha preso poco più del 50% del voto in Iowa, però nessuno dei suoi rivali ha preso più del 20%. Se ci fosse un solo sfidante, allora forse si potrebbe assistere ad una corsa davvero competitiva, ma in una situazione di divisione, questa corsa ha già un sicuro vincitore. A questo va aggiunto un altro elemento che agevola il cammino di Trump alla nomination repubblicana…

Quale, professor Stille?
Nessuno dei competitor di Trump l’ha attaccato. Si sono fatti la guerra tra di loro. Nessuno di loro rappresenta una vera alternativa a Trump. La strategia di Ron DeSantis si riduce a rappresentarsi come un Trump 2.0, un sosia di Trump senza i problemi giudiziari che affliggono il tycoon ma anche senza un briciolo del suo carisma. Un elettore trumpiano si chiede perché dovrebbe votare una copia quando può avere originale. E dunque sceglie l’originale. Su queste basi, la strategia di DeSantis era condannata al fallimento fin dal suo nascere.

E Nikki Haley?
L’ex governatore del South Carolina rappresenta l’unica vera alternativa a Trump. Nel senso che si presenta, e lo è, come un politico un po’ più moderato, portatrice di una visione meno radicale del cambiamento del paese, senza quei marcati tratti autoritari di Trump, con una politica estera non lontana da quella di Biden, a favore dell’Ucraina piuttosto che della Russia. Purtroppo, però, nel Partito repubblicano di oggi quella di Haley è una posizione minoritaria. Il popolo MAGA (“Make America Great Again”), il popolo di Trump in realtà è attratto fortemente dagli aspetti più radicali, più aggressivi, più violenti, della politica e della retorica di Trump. Per paura del popolo MAGA, Haley ha esitato a criticare Trump. Come puoi vincere contro un candidato forte quando non lo attacchi e non offri un’alternativa chiara e netta. I leader del Partito repubblicano pagano il prezzo di non aver mai preso una posizione netta rispetto al comportamento autoritario, illegale di Trump. Penso al tentativo di rovesciare l’esito delle elezioni del 2020, il suo aizzare la folla nell’occupazione del Congresso, nel gennaio 2021. Di fronte a queste forzature autoritarie, paragolpiste, i leader repubblicani non hanno mai censurato questo comportamento, prendendo le distanze da Trump. Hanno contribuito a far sì che quel comportamento antidemocratico, eversivo, finisse per essere considerato “normale” nella politica americana, addirittura legittimo, in particolare nell’elettorato repubblicano. Oggi sono senza strumenti, messi all’angolo. E pagano il prezzo della propria ignavia.

Subito dopo l’ufficializzazione della vittoria di Trump nei caucus in Iowa, Biden si è affrettato a innalzarlo a suo sfidante ufficiale. C’è chi sostiene che l’ha fatto perché Trump è la sua assicurazione alla ricandidatura, visto che Biden aveva sostenuto che avrebbe fatto un passo indietro nel caso in cui Trump fosse uscito di scena. È una lettura maliziosa?
È un sospetto legittimo. Non si tratta di fare un processo alle intenzioni, e nessuno è nella testa di Biden, però anch’io penso che Biden voglia Trump come avversario, sia perché ha già vinto contro di lui nel 2020, sia perché vuole essere ricandidato nel 2024, e sa che contro un candidato molto più giovane, la sua età avanzata potrebbe rivelarsi un grande svantaggio. Questa considerazione di Biden è legittima, ma è un peccato…

Perché, professor Stille?
Pur avendo governato abbastanza bene, Biden non è apprezzato nei sondaggi, mentre le posizioni dei Democratici risultano essere maggioritarie. È legittimo pensare che un candidato più giovane avrebbe più chance di vincere. Purtroppo l’ambizione personale, la vanità, la convinzione che solo lui può battere Trump, prevale in Biden. C’è il serio rischio di riavere Trump alla Casa Bianca.

In una recente intervista, Michelle Obama ha confessato di non dormire la notte al pensiero di un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.
Anch’io dormo male al pensiero. Capisco e m’identifico perfettamente col sentimento di Michelle Obama. A giudicare dalle cose che ha detto e che ha fatto negli ultimi tre anni e in quelli della sua presidenza, non abbiamo mai avuto nella storia del paese, un presidente che ha cercato di rovesciare l’esito di una elezione, manifestando un comportamento fortemente antidemocratico, autoritario. In più, Trump è pervaso da un’acredine senza limiti nei confronti di quelli che lui ritiene dei traditori, che hanno lottato contro la sua presidenza. Trump è convinto che l’intera burocrazia federale, del governo americano, non gli sia leale. Ha minacciato di rasare a zero la burocrazia del paese, promuovendo in ogni ganglio di essa, solo persone che gli sono state fedeli. C’è un numero limitato di persone che il presidente può scegliere nella burocrazia del governo. Trump ha ripetuto più volte che intende estendere il numero delle persone che da presidente può licenziare o assumere. Se realizzasse quello che ha minacciato di fare, eliminerebbe permanentemente l’amministrazione pubblica apolitica, che poi sarebbero quelli che nel campo della giustizia cercano di applicare la legge, quelli che in campo ambientale vorrebbero proteggere l’ambiente e via dicendo. Tutti sostituiti con persone con un’agenda politica trumpiana, animata da una fedeltà assoluta al capo. Questo stravolgerebbe di molto il nostro modo di governare.

Dal suo osservatorio, su che temi e priorità Biden, se sarà lui come sembra il candidato dei Democratici, dovrebbe fondare la sua campagna presidenziale?
Anzitutto, vogliamo vivere in democrazia o no? Se volete vivere in democrazia, non dovete votare Trump perché lui ha dimostrato, non soltanto con le parole ma con gli atti, di non rispettare le regole della democrazia. Punto primo. E ancora: vogliamo che i nostri alleati siano Putin o Orbàn, o vogliamo essere alleati con i Paesi europei davvero democratici e con l’Ucraina? Vogliamo che continuino ad essere uccise 40mila persone all’anno con le armi, o vogliamo rendere più razionale, sensata, la nostra politica per quel che concerne l’accesso alle armi? Vogliamo affrontare in qualche modo il problema del riscaldamento globale, oppure vogliamo continuare a fare finta che il problema non esista?

Quanto può pesare in questa campagna presidenziale la politica estera. Non mi riferisco tanto alla guerra in Ucraina, quanto a ciò che sta avvenendo in Medioriente, a Gaza in primis, che sta creando non pochi problemi per Biden all’interno stesso del suo partito?
Può contare molto. È un po’ un assioma nella politica americana, che alla fine la politica estera conti poco nelle elezioni. Io invece su questo versante sono un po’ pessimista. Nel senso che dato il nostro sistema elettorale, per cui il voto in quattro-cinque stati chiave può determinare il risultato, la politica troppo pro Israele, pro Netanyahu, del governo americano, rischia di spaccare l’elettorato democratico. Biden non è popolare per niente nell’elettorato giovanile e quindi se alcune decine di migliaia di giovani, studenti nel Michigan, Wisconsin, Massachusetts, Pennsylvania – tutti stati considerati in bilico- decidono di votare un terzo candidato oppure di restare a casa e non votare perché scoraggiati dall’appoggio di Biden a Netanyahu, allora per Trump la vittoria diventa più facile. La politica marcatamente pro Israele portata avanti da Biden, aldilà dell’antipatia personale che manifesta per Netanyahu, è un’altra ragione per cui credo che i Democratici sarebbero messi meglio se avessero un altro candidato. È vero che la posizione degli Stati Uniti dopo l’attacco di Hamas a Israele, era comunque molto difficile, ritengo però che hanno offerto un appoggio troppo marcato a Netanyahu, che mette in grande difficoltà i Democratici nelle elezioni di novembre.

18 Gennaio 2024

Condividi l'articolo