Il Patto di stabilità

Patto di stabilità, accordo capestro: ci costerà 20 miliardi all’anno

La Germania ha imposto (con uno stratagemma ) che il tetto del deficit passi dal 3 all’1,5 per cento. E il rientro dovrà avvenire ogni anno con un punto di Pil. Per noi 20 miliardi. Che vuol dire: altro che austerità!

Politica - di David Romoli - 9 Dicembre 2023

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Il ministro Giancarlo Giorgetti
Il ministro Giancarlo Giorgetti

L’ottimismo della vigilia si è dimostrato ingiustificato, o giustificato solo a metà. In una “cena” proseguita dalle 20 di giovedì sera sino alle 4 del mattino di ieri i ministri delle finanze europei non hanno trovato la quadra. Non del tutto almeno: il traguardo, ripetono tutti, è a un passo e ci si può sbizzarire sulle percentuali. “E’ fatta al 95%”, assicura il francese LeMaire.

“Ci siamo al 92%”, corregge il tedesco Lindner. “Missione non compiuta ma possiamo essere ragionevolmente fiduciosi su un accordo entro l’anno”, resta prudente Gentiloni. Se ne riparlerà in un vertice Ecofin eccezionale da convocarsi dopo il Consiglio europeo del 14-15 dicembre, nel quale sia pure informalmente il punto non potrà non essere discusso. Comunque finisca, però, per l’Italia finirà male.

Anche se nessuno lo ammette apertamente, le nuove regole che si stanno delineando sono una mazzata che peserà moltissimo nei prossimi anni. Lo scoglio, nel vertice notturno e poi nella riunione Ecofin di ieri, è stato la procedura di rientro dal deficit eccessivo, sopra il 3%.

La Germania vuole che in quel caso sia automatico un rientro dello 0,5% ogni anno. La Francia ha controproposto lo 0,3%, a patto che il restante 0,2 sia investito in spese strategiche: green, digitale, difesa. Lindner si è opposto: “I deficit vanno ridotti, non perdonati”.

Il compromesso, sul quale ci sarebbe già un testo approvato da Germania, Francia, Italia e Spagna prevederebbe un margine di flessibilità che ogni Paese dovrebbe trattare con la Commissione nell’arco 2025-27. A sette Paesi frugali pare troppo e resistono. Il problema è che anche se il compromesso verrà accolto, il nuovo patto accoglierà comunque quasi tutte le istanze rigoriste della Germania e dei Paesi “frugali”.

Lindner è falco già di suo ma è spinto ancor più in quella direzione dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca che ha dichiarato incostituzionale il gioco delle tre carte grazie al quale il governo aveva contratto un debito di 60 mld per il Covid, dunque non inserito nel deficit, salvo poi usarlo per gli investimenti verdi.

Rimasto a corto di 60 mld il governo ha dovuto sterzare verso scelte rigoriste che a questo punto deve imporre anche all’Unione, pena un ulteriore balzo nei sondaggi e poi anche nelle urne dei sovranisti dell’AfD.

In soldoni, la Germania ha ottenuto che al parametro sul deficit, 3% nel rapporto deficit/Pil si aggiunga una “zona cuscinetto” per evitare il rischio che, trovandosi a un passo dal limite, lo si sfori alla prima crisi. In concreto significa che il parametro resta al 3% però i Paesi devono ridurre il deficit sino all’1,5%. Il rientro sul debito è un salasso: 0,5% del Pil per i Paesi con debito sotto il 60%, 1% per quelli sopra il 90%.

Le leggi di bilancio, in Italia, partiranno dunque da -20 mld, cioè da una cifra di per sé pari a una finanziaria. Investire sarà difficile. Salvare lo Stato sociale, mettere una pezza al disastro della Sanità, evitare prima o poi nuove mannaie sulle pensioni sarà probabilmente impossibile.

Le richieste dell’Italia, per quanto tutt’altro che balzane o peregrine, si avviano a essere bocciate tutte. La Germania e i frugali si oppongono all’aggiustamento del deficit in termini di saldo primario e non strutturale. La differenza è che nel primo caso verrebbero esclusi dal calcolo gli interessi sul debito, diventati una pietra al collo dopo il rialzo dei tassi senza precedenti operato dalla Bce nell’ultimo anno per contrastare l’inflazione.

La proposta, sulla quale l’Italia ancora prova a insistere, di non calcolare nel deficit le spese strategiche è stata affossata in cinque parole da Lindner:Siamo contrari alla golden rule”. Nel complesso l’Italia sarebbe comunque condannata a una lunga fase di austerità e rigore, quanto alla vita quotidiana delle persone, e rischierebbe di brutto anche sul fronte macroeconomico essendo gli investimenti tutt’altro che garantiti.

“Meglio tornare alle vecchie regole che un cattivo accordo”, affermava ieri pomeriggio Giorgetti, sottolineando la necessità di rendere casomai fisso e non transitorio il compromesso sul quale si sta lavorando, la flessibilità triennale che allontanerebbe il rischio di procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Allo stesso tempo il premier frena su un via libera al Mes di cui aveva parlato con i colleghi degli altri Paesi come contropartita a un accordo flessibile. Quell’accordo al momento non c’è e Giorgetti, nonostante il collega Tajani si fosse esposto in mattinata a favore della ratifica della riforma del Mes, glissa e frena: “E’ in calendario per il 14 dicembre. Deciderà il Parlamento”.

Difficile immaginare che la Lega, in queste condizioni, voti a favore della riforma del Mes. Il vertice decisivo si terrà tra il 18 e il 21 dicembre. Tutti si dichiarano molto ottimisti ma non certi e di certezze non possono essercene. Se l’Italia non firmasse un accordo che in buona misura è un capestro sarebbe difficile dar torto al governo.

9 Dicembre 2023

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