La caccia all'avvocato

Giancarlo Pittelli è stato arrestato, senza un indizio ma i Pm vogliono il suo scalpo

Lo hanno arrestato di nuovo. Lo accusano in modo cervellotico di bancarotta fraudolenta. Il mandato è scattato in perfetta sincronia con la condanna altrettanto cervellotica al processo Rinascita Scott

Editoriali - di Piero Sansonetti - 25 Novembre 2023

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Il caso di Giancarlo Pittelli
Il caso di Giancarlo Pittelli

Hanno arrestato l’avvocato Pittelli. Di nuovo. La Procura di Catanzaro molto spesso chiede l’arresto dell’avvocato Pittelli. Il Gip non fa mai questioni. Stavolta tuttavia il Gip una questioncella l’ha messa giù: niente arresto in carcere, ha detto: Pittelli va ai domiciliari. Poi di solito arriva il riesame, e poi la Cassazione, e lo scarcerano osservando che c’è mancanza di indizi.

E per arrestare una persona, dicono, in linea di principio qualche indizio serve. A quel punto si forma una giuria che deve giudicare. Ma se al Pm la giuria non piace, se gli pare che il Presidente sia persona troppo affidabile, seria, fuori da ogni pregiudizio, la fa cambiare. Mette uno più giovane, meno esperto.

E magari così ottiene una condanna in primo grado, anche se poi si sa che in appello Pittelli non potrà che essere assolto. In Calabria spesso le condanne arrivano in primo grado e poi scompaiono. È successo recentemente a Mimmo Lucano.

È andata così anche stavolta. E anche stavolta le accuse, a occhio nudo, non stanno in piedi. Ma perché ce l’hanno con Pittelli? Secondo me perché è una delle figure più in vista più (ex) potenti dell’avvocatura calabrese. Se abbatti lui dai un colpo micidiale all’avvocatura. E di conseguenza ridimensioni il diritto di difesa. L’obiettivo è quello.

La richiesta della Procura di mettere le manette all’avvocato è avvenuta il 19 ottobre. Il giorno dopo Nicola Gratteri, cioè il Procuratore, si è trasferito a Napoli. Il Gip l’ha firmata il 20 novembre, proprio il giorno della sentenza del “Rinascita Scott”.

È da escludere, immagino, che la Procura potesse conoscere la sentenza del “Rinascita Scott”, e perciò è da immaginare che paventando l’assoluzione – che era in tutte le previsioni, visto il crollo delle accuse in dibattimento – qualcuno possa aver pensato di dover tornare all’attacco di Pittelli da un altro versante.

Così è stato accusato di bancarotta fraudolenta per il fallimento di una società della quale i magistrati lo considerano il “dominus”. Questa società in realtà aveva molti debiti e prima di fallire ha venduto un terreno di valore, ma i soldi non sono andati in tasca a Pittelli o a qualche amico suo ma sono stati usati per pagare dei debiti.

Non si può certo contestare il reato di bancarotta fraudolenta, perché di fraudolento non c’è proprio nulla. Si potrebbe eventualmente contestare il reato di bancarotta preferenziale, se si accertasse che quei soldi dovevano andare ad altri creditori. Ma la bancarotta preferenziale non prevede la custodia cautelare e quindi non serviva a niente. Serviva la custodia cautelare. Spesso le cose vanno così. Non si cercano i reati, si cercano i colpevoli e poi si decide il reato più conveniente.

L’avvocato Pittelli fu arrestato la prima volta pochi giorni prima del natale 2019, nella maxi retata intitolata, come abbiamo già detto, “Rinascita Scott”. Fu arrestato su richiesta del procuratore Gratteri; ha passato agli arresti quasi due anni, uno dei quali segregato nel carcere di Badu e Carros, in provincia di Nuoro. Cioè nella prigione che era stata scelta per isolare i terroristi e i mafiosi.

Poi è intervenuta la Cassazione e ha scoperto che per arrestare Pittelli sarebbe servito qualche indizio, che purtroppo mancava. E lo scarcerò. Pittelli uscì dal carcere in condizioni fisiche e psicologiche terribili. Nella richiesta di arresto erano stati combinati parecchi pasticci. Per esempio nella trascrizione delle intercettazioni erano state fatte un po’ di forzature.

Ve ne racconto una sola, piuttosto clamorosa. Un presunto mafioso, passando sotto casa di Pittelli con la moglie, diceva alla moglie: ”Vedi quella? è la casa di Pittelli”. La moglie chiedeva: “ Il mafioso?”. E il marito rispondeva: “no, l’avvocato”. Nella trascrizione spariva il punto interrogativo nella domanda della moglie e spariva l’intera risposta del marito.

Era scritto così: “Vedi quella? è la casa di Pittelli. Il mafioso”. Diciamo che era completamente rovesciato il senso della conversazione, che da prova a discarico (il presunto mafioso escludeva la mafiosità di Pittelli) diventava prova a carico. Sarà stato anche un errore involontario, ma in un paese normale per un errore così si apre una inchiesta, salta il processo, il Pm, l’accusa e tutto.

Se poi considerate che l’imputato era un imputato eccellente, ex parlamentare, avvocato di grido, capite da soli cosa sarebbe potuto succedere in Francia o negli Stati Uniti in una situazione del genere. Rischiava pure il ministro della Giustizia. Da noi niente. La forza di controllo che ha la magistratura sulla stessa magistratura e sulla stampa è impressionante. E la politica, sempre pavida, non ha certo la forza di opporsi e reagire.

Così si è arrivati alla condanna in primo grado di Pittelli, in barba alle sentenze della Cassazione. È opinione comune, un po’ di tutti, accusa e difesa, che la condanna è un fatto abbastanza formale, e che non ha nessuna possibilità di tenere in appello. Quel che conta è l’atto politico, la possibilità di tenere i titoli sui giornali, di dare soddisfazione anche a de Magistris. E poi l’appello chissà quando ci sarà…

Ci sarà l’appello? Scusate se scrivo una cosa un po’ forte ma la mia impressione è che circoli l’idea che Pittelli potrebbe non arrivare all’appello. Soprattutto dopo questa batosta e conoscendo bene le condizioni del suo umore e del suo sistema nervoso e della sua salute. E la possibilità che non ci arrivi non dispiace a molti.

25 Novembre 2023

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