60 anni dall'assassinio

Chi era John Fitzgerald Kennedy: un mito “costruito”

La morte in diretta l’ha mitizzato. Tra la crisi di Cuba e la prudenza sui diritti civili il suo inizio non era stato dei migliori. Ma poi cambiò: appoggiò Luther King e pose le basi per chiudere l’era della segregazione

Editoriali - di David Romoli - 22 Novembre 2023

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John Fitzgerald Kennedy
John Fitzgerald Kennedy

Senza quella morte in diretta che tutti, generazione dopo generazione, hanno visto e nessuno ha dimenticato, la limousine scoperta, il sole e la folla di Elm Street, il sorriso del presidente, l’eleganza di Jackie, forse il mito di Camelot e del suo Artù americano non sarebbe mai nato, la leggenda avrebbe ceduto il passo a un’analisi storica dell’amministrazione Kennedy e nessuno saprà mai quale sarebbe stato il verdetto dopo 8 anni e non solo mille giorni di presidenza.

L’aura di John Fitzgerald Kennedy, ammazzato a Dallas, Texas, sessan’tanni fa, deriva in parte anche da quell’incognita irrisolta. Nella trappola del Vietnam, la sporca guerra che lacerò l’America, ci si era infilato lui. Alla fine del mandato di Eisenhower i “consiglieri” americani nel Vietnam del sud erano 900.

Quando Lee Harvey Oswald, forse da solo e forse con alle spalle una cospirazione, aprì il fuoco dal sesto piano della Texas School Book, erano 16mila. Il presidente si era opposto sia all’invio di truppe su larga scala sia al ritiro. Era indeciso e incerto. Nessuno può dire con certezza quale sarebbe stata la sua scelta e quindi che indirizzo avrebbe preso la storia degli Usa.

C’è chi sostiene che avesse già deciso il passo indietro dopo le elezioni del 1964 ma Ted Sorensen, che gli scriveva i discorsi ed era uno dei più intimi, è più incerto: “Neppure uno che gli era vicino come me può essere sicuro. Non credo che nelle sue ultime settimane JFK sapesse cosa avrebbe fatto in Vietnam”.

Forse è più facile immaginare quale sarebbe stata la sua politica sull’altro fronte decisivo e ribollente: quello dei diritti civili, lo smantellamento delle Jim Crow Laws che condannavano i neri alla segregazione negli Stati del sud. Kennedy era partito male, spaventato dal rischio di alienarsi le simpatie degli elettori del sud.

“L’importante è tenere il presidente fuori dal casino dei diritti civili”, affermava poco dopo l’ingresso alla Casa Bianca il fratello minore Robert, che era stato l’artefice della campagna elettorale di John e sarebbe stato per tutti i mille giorni il suo collaboratore e consigliere principale, molto oltre il già importante ruolo ufficiale di ministro della Giustizia.

Ma col tempo JFK, spinto dal fratello e da Sorensen, si era coinvolto sempre di più nella battaglia contro la segregazione, si era esposto anche sapendo che questo gli sarebbe costato l’appoggio dei democratici del sud al suo programma contro la povertà. Infatti quel progetto fu bocciato dal Congresso per rappresaglia contro le iniziative concrete contro la discriminazione.

Il rapporto del presidente con Martin Luther King era diventato sempre più stretto, l’influenza del pastore sul presidente era cresciuta esponenzialmente, fino all’appoggio della Casa Bianca alla oceanica marcia su Washington del 28 agosto 1963 e allo storico discorso presidenziale dell’11 giugno 1963, diffuso via radio radio e tv, quello in cui Kennedy pose le basi per la legge sui diritti civili che sarebbe stato poi realizzata, mesi dopo la sua morte, da Lyndon Johnson.

Nei mille giorni di presidenza Kennedy era cambiato come leader politico e forse come uomo, era cresciuto. L’uomo che fu ucciso a Dallas non era quello che nel 1961, appena entrato alla Casa Bianca, aveva dato il via libera allo sciagurato e disastroso piano per invadere Cuba lasciatogli in eredità da Eisenhower.

La fallita invasione alla Baia dei Porci del 15 aprile 1961 fu forse il modo peggiore per inaugurare un mandato presidenziale. Il JFK del 1963 non era quello che Krusciov, durante la crisi di Berlino al momento della costruzione del Muro, aveva strapazzato nel primo incontro diretto a Vienna, giugno 1961, per poi definirlo “intelligente ma debole”.

Tantomeno era il senatore del Massachusetts che in 7 anni, dal 1953 al 1960, si era distinto pochissimo, tanto da farsi bollare dal boss del Partito democratico Lyndon Johnson, suo futuro vicepresidente, come “patetico”. Senza quell’assassinio dopo sessant’anni ancora circondato dal sospetto di complotto, il presidente Kennedy sarebbe ricordato soprattutto per la crisi di Cuba del 1962, quando il mondo sembrò davvero destinato alla guerra nucleare.

Quella crisi la aveva creata Washington, con la decisione scellerata di piazzare missili americani in Turchia alla quale Kruscev rispose con le rampe di Cuba. Aveva rischiato di farla precipitare la Casa Bianca, con un blocco navale precipitoso anche se poi proprio JFK si era fermato in tempo. La aveva risolta il leader sovietico, accettando di smobilitare le rampe di Cuba in cambio della eliminazione dei missili in Turchia.

Ma quello scambio restò a lungo segreto e sul piano dell’immagine i fratelli Kennedy ne uscirono sugli altari. John Fitzgerald Kennedy non era nato per fare il presidente e nel suo caso non è solo un modo di dire. Il padre Joe, cattolico irlandese nato ricco e diventato ricchissimo, uno di quei capitalisti d’assalto con dieci centimetri di pelo sullo stomaco e parecchie amicizie scabrose, aveva pianificato la presidenza per uno dei suoi figli.

Doveva trattarsi di Joe jr., il primogenito, se non fosse morto nel corso di una missione aerea nell’agosto 1944. John capì subito che tutti i suoi piani per il futuro erano svaniti: “Non so quali progetti avrà il vecchio per me adesso”, confessò un po’ sconsolato a un amico. In realtà lo sapeva: la presidenza ora toccava a lui.

Aveva le doti giuste per tentare l’impresa. Dieci giorni prima della morte del fratello si era reso protagonista di un’azione davvero eroica, salvando a nuoto parte del suo equipaggio dopo lo speronamento della motosilurante che comandava da parte di un cacciatorpediniere giapponese.

Era atletico anche se di salute cagionevole e i danni alla schiena riportati quel giorno lo avrebbero perseguitato tutta la vita. Portò a casa quattro medaglie, tra cui la Purple Heart: viatico perfetto per l’ascesa. Anche come giornalista, nei ‘50, il futuro presidente si fece onore con il Pulitzer 1957.

Nonostante i miliardi del padre e l’abilità del fratello Robert, nella corsa alla Casa Bianca JFK partiva svantaggiato: doveva fare i conti prima, nel Partito democratico, con un leader storico di immensa esperienza e grande potere come il texano Lyndon Johnson, poi, strappata la nomination, con l’ex vicepresidente Richard Nixon, “Tricky Dick”, rivale astuto e spregiudicato in testa in tutti i sondaggi.

Aveva dalla sua un sorriso smagliante, l’arte seduttiva del playboy, una moglie, la giornalista upper class e maestra d’eleganza Jacqueline Bouvier, che rappresentava alla perfezione l’immagine della moderna first lady, anche se John il donnaiolo non le fu fedele neppure per un giorno.

Kennedy era capace di trovare le parole giuste e le formule adatte per colpire a fondo l’immaginazione: come la “Nuova Frontiera” o quell’ “Ich Bin Ein Berliner”, Io sono un berlinese, pronunciato nella piazza di Berlino che oggi porta il suo nome nel giugno del ‘63. Era nato per la televisione e grazie alla televisione stracciò Nixon nel primo dibattito televisivo: il primo vero leader politico moderno.

Nel corso dei decenni molti hanno provato a ridimensionare la leggenda di Camelot, a sfatare il mito di JFK. Inutilmente: John Kennedy è stato e ha letteralmente impersonato il solo vero tentativo di modernizzare, attualizzare e in un certo senso estendere a tutto il mondo il sogno americano. Contro di ciò le rivelazioni sulla sua vita privata tumultuosa e frivola o le analisi a posteriori dei suoi errori politici non possono niente.

22 Novembre 2023

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