Parola alla senatrice

“Le elezioni in Spagna dimostrano che la destra non è un destino inevitabile”, parla Susanna Camusso

«Il Pd sta ancorando la mobilitazione ai contenuti programmatici. Finalmente sono entrati nel dibattito temi come quello della casa e del salario minimo.»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 25 Luglio 2023 alle 17:00

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“Le elezioni in Spagna dimostrano che la destra non è un destino inevitabile”, parla Susanna Camusso

Il voto in Spagna rappresenta un duro colpo anche al progetto della destra italiana di Giorgia Meloni: spostare a destra l’asse dell’Europa”. Ad affermarlo a l’Unità è Susanna Camusso, Segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019. Oggi è senatrice, eletta nella lista Partito Democratico- Italia Democratica e Progressista, fa parte della Direzione nazionale Dem. Una vita nella sinistra.

Cosa dice anche in chiave europea il risultato delle elezioni legislative in Spagna?
Rispetto al dibattito italiano, non è inevitabile che tutto vada a destra. In chiave europea, è un risultato assolutamente importante che incita ad avere una idea, un progetto forte d’Europa e non limitarsi ad un atteggiamento difensivo. Sulla Spagna, un governo a guida socialista che ha fatto cose importanti e che non ha detto l’unica cosa è essere moderati ma che invece ha fatto delle scelte coraggiose, alla fine viene ripagato. Non è vero che non si può vincere a sinistra.

Per venire all’Italia. Cosa ne è dell’ “estate militante” lanciata da Elly Schlein?
Intanto non direi cosa ne è. Abbiamo cominciato, con una iniziativa nazionale molto importante sull’autonomia differenziata a Napoli, adesso la si sta riproponendo in diversi territori. Ci sono una serie di proposte finalmente ammesse alla discussione: temi che da tempo sembravano scomparsi dall’agenda politica. Penso al tema della casa, dell’abitare che parte anche dalla giusta protesta degli studenti universitari ed affronta il grande dilemma della impossibilità di vivere con costi degli affitti così alti, ed essendo stato tagliato il fondo affitti. È una crisi crescente, che porta con sé anche risvolti drammatici, l’impossibilità di diventare adulti per i giovani e l’impossibilità di avere ancora un tetto sulla testa per tante famiglie. Affrontare queste tematiche, come il PD sta cercando di fare, significa riproporre i grandi assi dei diritti effettivi delle persone. A questo si aggiunge un tema a me molto caro.

Quale?
Ricominciare ad elaborare delle proposte sulla politica industriale, affrontando le transizioni che ci attendono come questione programmatica e non semplicemente come fronte di opposizione alle innovazioni europee per il governo. Penso all’atteggiamento assunto dal governo Meloni rispetto all’energia, all’ambiente. Per tornare all’ “estate militante”, non è uno slogan. È molto di più. È partito un processo che àncora la mobilitazione a contenuti programmatici, e delinea quali battaglie si intende condurre. Assieme a questo, c’è la proposta, che non è solo del Partito Democratico, ma è di tutta l’opposizione, del salario minimo, che adesso ha bisogno non soltanto della discussione parlamentare, sperando che venga fatta e che non ci sia l’atteggiamento ostile e impeditivo che al momento caratterizza il centrodestra, ma ha bisogno anche di essere portata nel Paese.

È mai possibile che nel 2023 nel dibattito a sinistra, dentro al PD, si continui a parlare, in chiave polemica, di “massimalisti” e “riformisti”?
L’ho detto in più occasioni e voglio ribadirlo con nettezza a l’Unità. La parola riformismo ha cambiato significato oppure lo cambia a seconda delle giornate e dell’uso che se ne vuole fare. Sempre più spesso se chiedi un cambiamento che sia effettivamente tale, ti viene appiccicata addosso l’etichetta di “radicale”, “estremista” “massimalista”, e ti viene rimproverato che dovresti invece essere “riformista”. In questa caricatura, culturale oltre che politica, il “riformismo” viene letto come moderazione, aggiustamento dell’esistente e non come volontà di cambiamento. È un modo sbagliato non solo di impostare una discussione, ma soprattutto di impiantare un agire politico collettivo. Se le contraddizioni in cui viviamo sono così evidenti e laceranti, a partire da quella dell’impoverimento, non si può dare un contentino, perché poi le diseguaglianze restano. I temi e le sfide che abbiamo di fronte sono profondamente radicali. Lo è la sfida digitale o quella climatica. E ancora la salute: diciamo giustamente che per salvare il servizio sanitario nazionale e pubblico servono risorse, ma serve anche un intervento radicale, a partire dalla sanità territoriale. Sfide che richiedono una capacità di cambiamento.

A proposito di sfide radicali. Lei ha scritto recentemente un libro dal titolo Facciamo pace. Una guerra, tante guerre (edito da strisciarossa). Su questo, il PD e la sinistra non sono in ritardo?
Io penso che sul tema delle guerre la discussione non abbia la dimensione giusta. Si è molto focalizzata in una logica di schieramento. Una logica che non capisco, quella del pro o contro l’Ucraina. Non la capisco perché non ho dubbi su chi sia l’invasore e chi sia l’invaso. La domanda vera è se tutti gli altri devono stare a fare i tifosi oppure, come io credo, debbano porsi il problema di come si ricostruiscono delle regole universali di pace. La stessa modalità con cui si guarda, quasi con sospetto, all’iniziativa di pace della Chiesa e all’attività dei cardinale Zuppi, mi ha molto colpito. È come se si rinunciasse all’idea che tra le grandi sfide c’è anche quella di ridefinire il governo mondiale, come si può convivere pacificamente in un mondo che ha cambiato fisionomia.

Un mondo nel quale l’Europa sembra sempre più politicamente marginale.
L’Europa ogni tanto appare come straordinariamente capace di capire il momento e dare risposte. Penso all’Europa del Covid, all’Europa di Next Generation EU. Invece di fronte al tema della guerra è apparsa così imbarazzata da chiudersi dentro la gabbia della difesa degli schieramenti post Guerra fredda, manifestando in qualche modo anche una subalternità a quegli schieramenti. C’è poi un tema, chiamiamolo così, di geopolitica globale.

Vale a dire?
L’Europa non sa come rapportarsi ai nuovi, grandi attori del mondo. Che non può più considerare né come gli “indipendenti”, i non allineati, quelli che non facevano parte degli schieramenti, né li può considerare più Paesi in via di sviluppo. Pur avendo grandissimi problemi e contraddizioni, paesi come ad esempio l’India o la Cina sono potenze economiche e politiche mondiali, non meno influenti di quelle occidentali. Questi paesi non rispondono più alle vecchie logiche di schieramento. Alla chiamata da cortina di ferro, rispondono “ma di cosa state parlando?”. Dobbiamo renderci conto che non basta dichiararci il vecchio mondo per avere l’autorevolezza di dirigere il nuovo mondo.

Che destra è quella che sta governando l’Italia?
Una destra profondamente nazionalista, che ha bisogno di evocare chiusura, punizione, di interferire nella sfera delle libertà e dell’autodeterminazione delle persone, e che prova a “galleggiare” rispetto al fatto che la dimensione europea che aveva sempre ostacolato adesso è un punto di interlocuzione da cui non può sfuggire. Se poi penso all’ultima campagna elettorale, è una destra che tradisce tutte le promesse di essere attenta alle questioni sociali, di essere dalla parte di chi non ce la fa, dalla parte del lavoro. Tutte queste cose sono immediatamente scomparse dalla loro agenda, quando non peggiorate come le regole in materia di lavoro o il contrasto alla precarietà.

Quello che non è scomparso dall’agenda di questo governo è la “guerra” ai migranti. Come valuta la politica portata avanti dal governo Meloni nel Mediterraneo?
È una politica che pensa che il salvataggio non sia la priorità. Sarebbe la prima cosa da fare, soprattutto alla luce dell’aggravarsi delle difficoltà nel Mediterraneo, difficoltà economiche sempre più drammatiche, come testimonia ciò che sta avvenendo in Tunisia e non solo. Di fronte ai grandi processi migratori, bisognerebbe impegnarsi in una nuova, grande Mare nostrum in chiave europea, di cui l’Italia dovrebbe farsi promotrice. Prima di tutto le persone si salvano, poi condividiamo con tutti coloro che possono in Europa, possibilmente con tutta l’Europa, la risposta da dare nel tempo, perché dopo averli salvati bisogna immaginare quali siano le condizioni successive. Invece si continua ad affrontare il fenomeno delle migrazioni come transitorio, aggressivo del nostro Paese. Non ha alcun senso, perché non solo non riguarda solo l’Italia, ma più si accentuano le contraddizioni nel mondo e più sarà un fenomeno strutturale. Si ripete quello che avvenne al culmine della fuga dalla Siria: i Paesi del nord Europa, a partire dalla Germania, ebbero una straordinaria occasione di inclusione, anche di scelta di professionalità e risorse umane di cui avevano bisogno, mentre noi siamo rimasti a discutere di blocchi navali e Ong. C’è l’incapacità di capire che le persone che si spostano nel mondo sono una risorsa, che salvarle e dar loro ospitalità è un dovere collettivo e che se non si creano canali ordinari, legali, sicuri di migrazione, si determinerà un clima ostile e negativo per tutti.

Lei è stata Segretaria generale della Cgil, parlamentare ed esponente di punta della sinistra. Oggi come si sente nei panni della “commissaria” politica del PD di Caserta?
Penso che sia un’altra bella sfida. E che sia ancora più intrigante e impegnativa perché si tratta di una città del Mezzogiorno, che ho conosciuto, che conosco, e che è sicuramente una realtà con le sue dinamiche. Ragionare del declino industriale a Caserta è sicuramente diverso dal farlo a nord, anche in regioni come il Piemonte, in cui pure di problemi ce ne sono moltissimi. È un’altra esperienza che chiede di cambiare il punto di vista, di misurarsi con i problemi e questo ha sempre un grande fascino. Ricostruire è una delle cose più interessanti.

25 Luglio 2023

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