Parla lo storico

Intervista a Marcello Flores: “Diritti umani, i migranti non sono più riconosciuti come persone”

«Tutti d’accordo a condannare l’Iran, ma non quello che fa la Cina con gli uiguri. Ognuno decide in base al proprio interesse. Dall’11 settembre in poi, la logica dell’emergenza ha compresso i diritti»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

11 Luglio 2023 alle 12:30

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Intervista a Marcello Flores: “Diritti umani, i migranti non sono più riconosciuti come persone”

I diritti umani, un optional fastidioso per la realpolitik imperante, una bussola fondamentale per la “diplomazia dei popoli”. L’Unità ne discute con uno dei più autorevoli storici italiani: Marcello Flores. Il professor Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani nell’Università di Siena, dove ha diretto anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies.

Professor Flores, i diritti umani sono fuori dall’agire degli Stati, anche di quelli che pure si ammantano di rispettabilità?
Intanto bisognerebbe fare una riflessione storica. La cultura dei diritti umani ha raggiunto a cavallo tra il XX e il XXI secolo la sua massima espansione e soprattutto la sua massima condivisione che era formale sicuramente, ma in gran parte anche sostanziale o quantomeno così tutti ritenevano. Dopodiché nel XXI secolo abbiamo assistito, a partire dall’11 settembre del 2001, a una serie di eventi, la guerra al terrorismo, l’attacco all’Iraq, una guerra immotivata e illegale, guerre di altra natura, come quelle in Georgia e in Siria, l’Isis, legato sempre al terrorismo ma anche al controllo dei territori, la guerra alla droga, che ha investito Stati Uniti, Messico, Colombia, una guerra da noi poco seguita ma che ha fatto migliaia di vittime. In tutta questa fase nuova c’è stato, per emergenza, un restringimento, che si definiva momentaneo ma che poi di fatto è rimasto stabile, dei diritti. A livello internazionale, è quello che noi in Italia abbiamo sperimentato negli anni ’70 e ’80 tra terrorismo e mafia. La nostra giustizia ha stretto con leggi emergenziali. Tutto questo ha fatto sì che la logica dell’emergenza è diventata una sorta di giustificazione perenne nel rinviare la vera e totale applicazione dei diritti umani. C’è poi un’altra annotazione di fondo da fare…

Quale?
Mettiamola così: una visione “selettiva”, di parte, nell’applicazione, a intermittenza dei diritti umani su cui vogliamo insistere. Tutti sono d’accordo sulla condanna dell’Iran, per fare un esempio, ma già quando cominciamo con la Cina e gli uiguri, lì quelli che hanno più a cuore i rapporti economici sono pronti a mettere tra parentesi i diritti umani. Di fatto la cultura dei diritti umani è diventata oggi una cultura a scartamento variabile. Qualche cosa che ognuno stabilisce per il proprio interesse. E questo l’hanno fatto in modo esplicito i sovranisti, per cui da Trump ad Orban alla Polonia al nostro governo attuale, questa è la logica. In più, se guardiamo al Mediterraneo, anche se le responsabilità in alcuni eventi tragici sono più della Grecia, dell’Italia che non hanno fatto i salvataggi in mare che potevano e dovevano fare, è comunque complessivamente l’Europa nel suo insieme ad aver deciso di non affrontare la questione dei migranti. Di non affrontarla come Europa, lasciando ai singoli Paesi di decidere sul da farsi, con alcuni che rispettano uno standard minimo dei diritti delle persone migranti e altri, come Italia e Grecia, molto ma molto meno. Quella dell’oggi è una situazione in cui non a caso stanno crescendo da anni le critiche alla cultura dei diritti umani che è vista come una sorta di salvaguardia e giustificazione dello status quo o delle posizioni più forti dell’Occidente. E d’altra parte, però, pensare a quanta poca indignazione ci sia stata nei confronti dei crimini che sta commettendo la Russia da un anno e mezzo in Ucraina, in modo documentato e terribile, a me sembra che sia un altro segnale per il quale ormai la questione dei diritti umani è soggiogata e sottomessa alla logica politica.

Per restare ad un’area per l’Italia nevralgica, non solo per la vicinanza, come è quella del Mediterraneo. Non crede che vi sia una ricerca spasmodica, e il discorso coinvolge anche l’Europa, di “gendarmi” che facciano il lavoro sporco al posto nostro, e dei diritti umani chissenefrega?
Da una parte senz’altro è questo, anche se in realtà ognuno vorrebbe che il ruolo di gendarme lo facesse qualcun altro nei confronti dell’arrivo dei migranti. Anche i più cattivi si rendono conto che se sono responsabili della morte di decine o centinaia di migranti innocenti una qualche brutta figura, per usare un eufemismo, la fanno. Nessuno vuol essere coinvolto in questo.
Quella che emerge è una sorta di doppia mancanza…

Di cosa si tratta, professor Flores?
Da una parte c’è una carenza di coerenza e rigidità sui diritti umani nei confronti dei migranti, che non vengono più riconosciuti come persone, nonostante la Dichiarazione universale affermi che debbano avere tutti i diritti ovunque. Sono trattati come semi-persone alle quali si possono togliere diritti impunemente. Dall’altra parte, c’è una incapacità di organizzare il futuro dell’Europa in cui non può non avere un ruolo importante, per certi versi preminente, l’immigrazione data la crisi demografica profonda e che sarà crescente dell’Europa stessa. Il problema di far venire in Europa gente, integrarla per bene, che dovrebbe essere il primo obiettivo, invece anche questa viene manipolata e ridotta, per ragioni politico-elettorali o ideologiche, a questione identitaria, di difesa non si sa di quali confini o territori. E questo è il segno tangibile dell’incapacità della politica attuale di guardare al di là delle prossime scadenze elettorali.

Queste considerazioni non portano anche ad una riflessione critica sullo stato degli organismi sovranazionali? L’Onu ha ancora ragione di esistere?
L’Onu non solo ha ancora ragione di esistere, perché se non ci fosse stata l’Onu negli ultimi vent’anni qualche caduta nucleare avrebbe potuto esserci, tragicamente per tutti noi. Il problema è che questa logica di recupero nazionalista e sovranista c’è dovunque, e, è bene sottolinearlo, ha avuto sede in tutte le grandi potenze: Cina, Russia e in modo sia pure diverso l’India, e gli Stati Uniti con Trump hanno fatto lo stesso.
C’è stato indubbiamente un impoverimento degli organismi sovranazionali che a ben vedere è una costante nella storia dal ’45 in poi. Ci sono stati alti e bassi, però adesso è parecchio tempo che è sul versante basso e non sembra riprendersi. Gli organismi internazionali possono avere o recuperare ruolo e terreno se i singoli Stati decidono di attribuirgli quel ruolo e quel terreno. Tutti i discorsi che sono stati fatti negli ultimi 30-40 anni sulla riforma dell’Onu si sono incagliati su questo: la riforma deve essere fatta dai singoli Stati e nessuno Stato la vuole fare perché teme che possa andare a vantaggio degli altri e non di se stesso, discorso che vale essenzialmente per le grandi potenze. Non v’è dubbio che ci sia un ruolo indebolito delle Nazioni Unite, che è certificato anche dalle figure degli ultimi segretari generali, non certo di grande statura politica e autorevolezza, ma credo che in gran parte questa perdita di peso politico-diplomatico risieda proprio nel rifiuto delle grandi potenze e nell’incapacità dell’Unione Europea, che non riuscirà mai, finché non si unisce davvero sul piano fiscale, militare, politico e presentarsi come tale, ad avere voce in capitolo nel ridare vigore alle forme sovranazionali. Non a caso quelle che funzionano di più sono quelle di tipo economico, non ufficiali. Penso alle grandi multinazionali che spesso riescono a svolgere un ruolo, positivo o negativo ma comunque indipendente proprio per la loro forza.

Professor Flores, può esistere una sinistra che guardi in modo lungimirante e da protagonista al futuro senza una visione del mondo entro la quale il tema dei diritti umani abbia una sua effettiva centralità?
No. E dico questo anche con una certa amarezza retrospettiva. Derivata dal fatto che molte delle critiche che sono venute negli ultimi anni alla cultura dei diritti umani sono state formulate partendo dall’idea, profondamente sbagliata, che questa cultura non sarebbe una cultura di sinistra perché non si porrebbe, in quanto cultura dei diritti umani, il problema dell’uguaglianza e della crescita delle diseguaglianze che ci sono. Io credo che una sinistra dovrebbe avere una solida e coerente cultura dei diritti umani, che non vuol dire privilegiare i diritti Lgbt etc, – la difesa dei quali è giustissima – a scapito della situazione terribile delle carceri italiane, dove i diritti, basta vedere il numero dei suicidi, sono abbandonati. I diritti sono tutti, non soltanto quelli che fanno più effetto dal punto di vista della propaganda, dei media. Dall’altra parte, va anche sottolineato che la cultura dei diritti non esaurisce quello che una sinistra dovrebbe fare, sul terreno della lotta alle diseguaglianze, nuove politiche del lavoro, questioni sociali di assoluta importanza. Devono essere le due gambe su cui si muove una strategia di sinistra che guardi al futuro.

Abbiamo parlato della politica, delle istituzioni nazionali e internazionali. Ma non c’è anche una responsabilità di quella che un tempo si sarebbe definita l’intellighenzia in questa caduta della cultura dei diritti umani in generale?
Parlare oggi dell’intellighenzia mi sembra francamente fuori tempo. L’ultima grande stagione europea dell’intellighenzia è stata quella dell’est Europa con la crisi e il crollo del comunismo. Poi credo che le intellighenzie interessanti siano state quelle di altri Paesi e realtà, in cui ogni tanto anche qualche voce italiana s’inserisce. Ma in generale va detto, purtroppo, che da noi l’intellighenzia, o sedicente tale, è totalmente appiattita, quella che ha voce, sui media, le televisioni, Non mi sentirei di dare colpe all’intellighenzia perché non ne vedo più il ruolo o la presenza. È molto triste, ma è la realtà.

11 Luglio 2023

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