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Cosa sono i partiti di massa, cerniera tra società civile e politica

A metà tra le istanze dal basso che sono chiamati a rappresentare, e i gangli dello Stato, sono organismi anfibi, che però possono sedimentarsi nel potere

Politica - di Michele Prospero - 10 Giugno 2023 alle 13:30

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Cosa sono i partiti di massa, cerniera tra società civile e politica

Un punto cruciale nell’analisi di Gramsci è di sicuro rappresentato dalla forma-partito. Nello studio del caso italiano, egli utilizza uno schema esplicativo a tre dimensioni che vede l’interazione tra lo Stato (forma giuridica, momento della sovranità e della coercizione racchiuso in un centro che monopolizza la violenza legittima), la società civile (distinta al suo interno tra ambito economico e sfera relativa ai processi molecolari della vita associativa) e la società politica allargata (che considera il momento della contesa, la competizione tra attori plurali che aprono canali di intersezione tra il sociale e l’istituzionale).

La società politica intesa come Stato è incarnata dalla legge, la regolazione, l’espressione coattiva del dominio; la società politica in senso più ampio indica invece il pluralismo competitivo; la società civile, infine, allude al modo di produzione delle condizioni oggettive del vivere, e in essa si ritrovano anche la lotta economica e la conquista dell’egemonia con i ritrovati della politica e della cultura. Dato questo incrocio di pubblico e sociale, in Gramsci si ricava l’ipotesi che nella statualità si intravedono anche attori diversi dalle istituzioni e dall’amministrazione (lo Stato con i suoi poteri e la sua burocrazia), mentre nella società civile si rintracciano non solo le orme dell’economia ma anche le simbologie della soggettività (i partiti, i sindacati).

Questi organismi, per certi versi, introducono dei profili sociali nel sistema politico e impongono delle determinazioni pubbliche nella sfera della privatezza. Secondo Gramsci, la mediazione del “moderno principe” rappresenta un momento indispensabile sia per la stabilizzazione-consolidamento della democrazia (punto di vista interno, liberale), sia per la sostenibilità della “guerra di posizione” per il cambiamento, con necessità di investimenti di organizzazione, cultura e soggettività (punto di vista esterno, socialista). Il peso delle fratture originarie non governate imprime un marchio di debolezza, quanto a base di sostegno e capacità di integrazione, al regime liberale, che viene sconvolto dalla politicizzazione del conflitto di classe (il sindacalismo rosso) e dall’organizzazione dei cattolici, la quale si riversa dapprima a livello della società civile (il sindacalismo bianco) e poi sul piano politico (il partito confessionale).

La ricognizione storica gramsciana evidenzia il fallimento dell’élite liberale nell’allestire la mediazione tra Stato e società, che si conferma come una condizione insurrogabile per avviare senza contraccolpi catastrofici i conflittuali processi della modernità. La nazionalizzazione delle masse e l’integrazione territoriale passavano da una grande politica delle classi dirigenti in grado di saldare interessi, culture e progettazione istituzionale. Questo compito è però sfumato. L’affresco che Gramsci fa del corso dell’ordinamento in età liberale è nitido: “Nelle elezioni italiane nessuna chiarezza del mandato, perché non esistevano partiti definiti intorno a programmi definiti. Il governo era sempre di coalizione, e di coalizione sul terreno strettamente parlamentare” (Q, 929).

Nel vuoto degli organismi di partito, le elezioni non investivano attraverso il meccanismo del voto governi stabili e in grado di procedere con coerenza di programma nel corso della legislatura. Coalizioni assai eterogenee nascevano sotto la regia di singoli notabili parlamentari, e nel loro formato assai leggero si componevano e si liquefacevano in aula attraverso manovre, scambi, favori elargiti all’ombra di partiti evanescenti. Scarsa era la possibilità dei cittadini di incidere nell’agenda politica nazionale per via di “deputati che rappresentavano posizioni personali e locali”. In questo quadro di rappresentanza parcellizzata, osserva Gramsci, “ogni elezione sembrava essere quella per una costituente, e nello stesso tempo sembrava essere quella per un club di cacciatori” (Q, 929).

Una tale oscillazione tra banalizzazione del voto e carica emotiva della contesa rivela un sistema in sé fluttuante, privo di efficaci strutture di stabilizzazione. La carenza del consolidamento democratico, in un’Italia alle prese con le contraddizioni esplosive della società di massa, rinvia alla fragilità del modello di partito. L’analisi dei conflitti e delle grandi fratture territoriali che emergono nella storia dello Stato liberale conduce Gramsci ad evidenziare i limiti accumulati da un’élite politica incapace di conferire una base sociale alle strategie modernizzatrici di lungo periodo, e quindi di governare con efficacia una ricomposizione degli spazi (che, ad un tempo, veicolano interessi, credenze, fedi).

In Italia è mancata la trasformazione dell’era notabilare in una politica organizzata nel segno della moderna democrazia dei partiti. “Nella realtà di qualche Stato il «capo dello Stato», cioè l’elemento equilibratore dei diversi interessi in lotta contro l’interesse prevalente, ma non esclusivista in senso assoluto, è appunto il «partito politico»; esso però a differenza che nel diritto costituzionale tradizionale né regna, né governa giuridicamente: ha «il potere di fatto», esercita la funzione egemonica e quindi equilibratrice di interessi diversi, nella «società civile», che però è talmente intrecciata di fatto con la società politica che tutti i cittadini sentono che esso invece regna e governa” (Q, 477-8). Secondo Gramsci, la mutazione dello Stato liberale, in seguito al consolidamento delle organizzazioni politiche, non è comprensibile con gli stampini più tradizionali del diritto costituzionale, saldamente ancorati al dualismo pubblico-privato, legale-fattuale. Serve allora un aggiornamento delle categorie.

Rispetto agli altri gruppi strutturati, che operano nella società e si mobilitano nei conflitti quotidiani, il partito si delinea come un organismo che, pur insediato nella sfera sociale, svolge compiti generali e contribuisce a gestire le risorse del potere e i meccanismi della coercizione. Affiora così la natura ambigua dei partiti politici: come organizzazioni private, essi sono formazioni sociali che operano dal basso; in qualità di strumenti di governo, si configurano invece come cerchie dello Stato o della “società politica” che distribuiscono risorse. Sebbene geneticamente abitino nel sociale, essi sviluppano compiti pubblici più generali, e per questo loro ruolo di valenza costituzionale rappresentano “il meccanismo che nella società civile compie la stessa funzione che compie lo Stato in misura maggiore nella società politica” (Q, 477-8).

Così quest’ultima, proprio grazie ai partiti, appare come una dimensione più ampia e complessa che infrange il monopolio statale dell’azione politica. Il partito di massa, quale organizzazione che “sinteticamente” salda gruppi sociali e ceti intellettuali, introduce differenziazioni, gestisce la contesa e spezza il binomio di Stato, inteso come interprete unico della politica, e popolo, descritto come un’entità omogenea – che però nel ‘900 si pluralizza in seguito alla moltiplicazione degli attori che svolgono compiti politici. La presenza di una realtà come quella di partito, che è ambiguamente sia “società civile” sia “società politica”, introduce momenti di connessione tra i soggetti, che così non accumulano un senso di alienazione politica rispetto al potere, e garantisce una possibilità di governare i processi di decisione senza resistenze sorde.

Durante le fasi critiche, nelle democrazie si assiste a cedimenti improvvisi dell’opinione pubblica, infatuata per le simbologie di miti regressivi e sedotta dalle politiche emozionali che, con l’aiuto delle strategie eccitanti di media e “stampa gialla”, preparano “colpi di mano elettorali”. Secondo Gramsci, nelle scivolose crisi di sistema crescono “i sedimenti di rabbia” e i ceti popolari sono indotti a credere alle favole più contraddittorie. Lo smarrimento dinanzi all’inverosimile è così disarmante che quasi occorrerebbe organizzare “un tirocinio della logica formale” per liberare le masse dalla fuga nell’irrazionale. Quando in un assetto politico manca, come si esprime il pensatore sardo, “ogni movimento «vertebrato»”, con le formazioni del pluralismo sociale che appaiono incartate e inadeguate nella comprensione dei fenomeni di offuscamento delle coscienze collettive, il cammino trionfale del commissario antidemocratico con le sue “pose gladiatorie” diventa assai più rapido.

L’involuzione degli attori della rappresentanza (politica e sociale) determina nel largo corpo elettorale suggestioni per la “velocità” eccezionale promessa dal decisore, che viene così percepito come un essere baciato dal dono carismatico. La cura della funzionalità dei soggetti del pluralismo è cruciale come prevenzione e terapia. Per Gramsci, gli “organismi che possono impedire o limitare questo boom dell’opinione pubblica più che i partiti sono i sindacati professionali liberi”. La contrazione delle funzioni pubbliche della mediazione sindacale determina perciò un vuoto che abbatte ogni capacità di resistenza. Altrettanto catastrofico è l’impatto della decadenza dei partiti nel loro ruolo di cerniera e filtro: “I partiti erano appunto gli organismi che nella società civile elaboravano gli indirizzi politici non solo, ma educavano e presentavano gli uomini supposti in grado di applicarli”.

Si vuole arginare il capo carismatico che intende distruggere la repubblica? E allora una soluzione Gramsci la fornisce: ricostruire la forma-partito. Un’organizzazione, in questo quadro, risulta centrale per proporsi come veicolo di cultura, conflitto, ma anche lessico innovativo: “In realtà ogni movimento politico crea un suo linguaggio, cioè partecipa allo sviluppo generale di una determinata lingua, introducendo termini nuovi, arricchendo di nuovo contenuto termini già in uso, creando metafore, servendosi di nomi storici per facilitare la comprensione e il giudizio su determinate situazioni politiche attuali” (Q, 31). Serve una proposta di partito che riformuli le strategie e i codici sedimentati, penetri nelle tendenze reali e ridefinisca connessioni sentimentali con le masse, che per essere efficacemente rappresentate nelle istituzioni necessitano di progetti precisi.

10 Giugno 2023

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