Il caso dell'ex Nar
Da Cavallini agli ex Br: quando la giustizia fa rima con vendetta
Stop alla semilibertà di cui usufruiva dal 2017. Non solo. L’ex Nar ora a Rebibbia è sorvegliato, chiuso in uno spazio “dedicato” 24h a scontare tre anni di isolamento diurno che (forse) non ha scontato 40 anni fa
Giustizia - di David Romoli
La funzione rieducativa della pena sarebbe sancita da un articolo della Costituzione spesso ignorato anche da chi sbandiera continuamente, a proposito e a sproposito, la sacralità della Carta. Capita che si vada oltre la semplice ignoranza dell’art. 27 della Costituzione e che la pena, per ottusità feroce o per una vendicatività che sopravvive ai decenni, sia utilizzata per stracciare e cancellare una rieducazione già avvenuta, certa, comprovata. È il caso del processo contro tre ex leader delle Br oggi tutti ultraottantenni.
È il caso sul fronte opposto, quello del terrorismo neofascista, di Gilberto Cavallini, 73 anni. Non solo gli è stata revocata la semilibertà della quale usufruiva dal 2017, dopo una quarantina e passa d’anni passati in carcere e senza alcuna violazione delle regole: ha anche di fronte tre anni di isolamento diurno, il massimo che si possa comminare. Significa essere sorvegliato e chiuso in uno spazio “dedicato” 24 ore al giorno, non poter avere rapporti con nessuno, familiari inclusi, non poter ricevere visite. Passati i tre anni, Cavallini, che era sul punto di ottenere la libertà condizionale, potrebbe dover ricominciare l’intera trafila che porta alla semilibertà: i primi permessi, il lavoro esterno. Potrebbe tornare semilibero a 80 anni suonati e ancora ancora.
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Una cinquantina di anni fa Cavallini è stato un pericoloso terrorista neofascista. Ha commesso numerosi delitti ed è stato condannato a 6 ergastoli, condizione abbastanza comune tra i condannati per terrorismo sia di estrema sinistra che fascisti. Ha iniziato a scontarli dal 1984, dopo la prima condanna. Era stato arrestato pochi mesi prima, nel settembre 1983, uno degli ultimi esponenti dei Nar a essere catturato. Nel 2016 Cavallini ottiene la semilibertà ma l’anno dopo viene rinviato a giudizio per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale era già stato condannato a 11 anni di carcere. Il nuovo procedimento, avviato dalla scoperta di alquanto fantomatici “nuovi elementi”, si conclude invece con la condanna all’ergastolo, passata in giudicato nel gennaio 2025. La condanna a molteplici ergastoli si traduce in Italia in una pena accessoria: un anno di isolamento diurno. È una misura che di solito non viene applicata ma con l’ultrasettantenne Cavallini la giustizia diventa occhiuta Capita anche che il regolamento imponga come condizione per accedere alla semilibertà l’aver scontato l’eventuale sanzione dell’isolamento diurno. Pertanto la semilibertà viene revocata nel settembre 2025.
A Cavallini vengono però contestati anche due anni di isolamento diurno per precedenti condanne che non sarebbero stati scontati. La documentazione fornita dal Dap è carente: non si riesce ad accertare se quei due anni siano stati scontati o no, né come, eventualmente, Cavallini abbia potuto usufruire del permesso premio, dal 1995, e poi della semilibertà con quel sospeso. La Corte d’Appello, sulla base della documentazione pur carente, stabilisce che un anno e mezzo di isolamento era stato già scontato e, aggiungendo i mesi dopo la revoca della semilibertà valuta in un anno l’isolamento ancora da scontare. Ma il 7 maggio scorso la Cassazione ha ribaltato la decisione tornando ai tre anni di isolamento diurno, che Cavallini sta scontando a Rebibbia. Alla Difesa non resta che il ricorso presso la Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo. Intanto Cavallini, dopo aver scontato 43 anni di carcere, resta in isolamento impossibilitato anche a mantenere i rapporti con il ragazzo disabile che aveva seguito con successo negli anni della semiliberertà. Si dice giustizia però no, chiamarla giustizia non si può.