La ristampa dopo mezzo secolo
Così Nizan ci svelò di quale materia sono fatti i sogni borghesi
Negli anni 70, quando il libro giunse in Italia, cambiò la vita a molti della nostra generazione. L’affanno del protagonista, impegnato in una rovinosa ascesa sociale, diceva molto del tempo che vivevamo
Cultura - di Filippo La Porta
Ci sono libri che possono cambiare la vita, specie se letti al momento giusto. Il lettore mi perdonerà un poco di autobiografia ma Antoine Bloyé, scritto da Paul Nizan a ventotto anni (nel 1933), e proposto in Italia nei primi anni 70 – alla vigilia di una Rivoluzione che si riteneva possibile – divenne un libro-culto per una parte di quella generazione. Ora viene ristampato per le edizioni Ago, dopo cinquant’anni con la stessa pregevole traduzione di Danilo Cainelli, per Bertani, un breve scritto di Goffredo Fofi e una densa postfazione di Massimo Raffaelli.
Nizan fu il nostro eroe: compagno di scuola di Sartre e Aron, dandy e attivista, diventò comunista leggendo Lenin, viaggiando nell’Italia di Mussolini e nella colonia di Aden, professore di filosofia al liceo, scriveva sull’Humanité, ma dopo il Patto Ribbentrop-Molotov mosse critiche radicali all’Unione Sovietica (un paese che conosceva bene), così venne emarginato dal Partito Comunista Francese, screditato e calunniato come delatore (vi ricordate il pur diverso Silone?), e infine morì in battaglia a Dunkerque. Della sua produzione ricordiamo almeno tre titoli: Aden Arabie, ispirato a Rimbaud, I cani da guardia, tagliente pamphlet contro la filosofia accademica borghese e i suoi ex maestri (fu prefato da Rossana Rossanda), La cospirazione, romanzo sul terrorismo e originale remake dei Demoni di Dostoevskij. Ma il romanzo più noto è Antoine Bloyé, storia di un tradimento di classe: il protagonista, ricalcato sul padre dell’autore, dunque figlio di un umile ferroviere e nipote di contadini compie – dotato di “un’ambizione senza insolenza” – una irresistibile scalata sociale nelle ferrovie “tradendo” la propria classe di origine, e da operaio riparatore diventa ingegnere e capo dell’azienda. Poi avrà un tracollo, a seguito di un’accusa di sabotaggio (un difetto di fabbricazione a lui imputato), e di lì comincia il suo declino fisico ed esistenziale. Solo a quel punto, quando tutto gli è stato tolto, scopre infatti che “vive in un mondo di fantasmi: i fantasmi del dovere, dell’amore, del lavoro, dell’ambizione, del successo”. Perché questo romanzo ci conquistò? Perché in esso si realizzava la perfetta equazione borghesia=morte. Non aspettavamo altro. Bloyé, seduto ormai prossimo alla vecchiaia su una panchina, scopre di essere già morto dentro. Sente di non aver vissuto davvero e prende a odiare tutti quei “maledetti vivi”.
Privo di amici, di legami, di una comunità, con un simulacro di famiglia piccolo-borghese, è irrimediabilmente solo. Aveva vissuto a lungo “in quelle fortificazioni erette attorno a lui, attorno a quel buon marito, a quel buon lavoratore, a tutti quei buoni ‘personaggi’ che era stato; a lungo aveva partecipato alla cospirazione per la vita, “per quella vita che non era la vita”. Il romanzo si apre sul suo cadavere: “giaceva disteso sopra un cumulo di sessantacinque anni” e finisce con il suo infarto: voleva gridare “Anne” (il nome della moglie) ma non disse nulla: “aveva la lingua e le labbra immobili come ghiaccio.
Tutto il romanzo è un involontario compendio della letteratura francese: gli aforisti del Sei e Settecento (“L’uomo non sarà dunque mai che un frammento d’uomo, alienato, mutilato, estraneo a se stesso?” o “Dio sa dove ci si lascerebbe andare se non ci dicessimo da soli le parole più rassicuranti”), Flaubert (nelle cadenze della narrazione, anche solo negli aggettivi: una “brumosa speranza”), Céline (“il falso coraggio attende le grandi occasioni, i pericoli straordinari che non vengono mai a metterci alla prova, ma il vero coraggio consiste, ogni giorno, nel vincere i piccoli nemici”), perfino Camus, forse da lui influenzato (nel ritratto della madre che non sa scrivere e che impiega parole del suo dialetto), l’ispirazione funeraria molto proustiana (anche se per Nizan appartiene solo a una classe sociale, come dirò tra poco)….E anche un pizzico di realismo americano (tradusse Dreiser). All’interno di una affabulazione gremita di fatti, di lutti, di incontri – Antoine è primo della classe, borsista povero, destinato dalla sua misera famiglia a riscattare le sue origini sociali – incontriamo straordinarie pagine saggistiche che si potrebbero estrarre per comporre un libro a parte (ho già citato i grandi moralisti francesi). Ad esempio sull’amore: “L’amore è un’opera che esige troppa pazienza, troppa presenza, troppi scopi comuni, troppa comunità, troppa amicizia. Gli uomini hanno inventato le passioni e i colpi di fulmine per nutrirne le loro vili illusioni, per scusare con la cattiva sorte la loro aridità…”. E ancora: “l’universo delle donne e l’universo degli uomini sono separati da un abisso profondo, come l’universo dei bianchi e l’universo dei neri…”
Oggi, rileggendo, con la stessa passione ed emozione di allora, il romanzo di Nizan, mi chiedevo se quella equazione borghesia=morte, benché fondata, fosse allora per noi consolatoria. Vi ricordate Orson Welles nella Ricotta di Pasolini, a una domanda sulla morte: “In quanto intellettuale marxista è un problema che non mi pongo”. Non ce lo ponevamo. Negli anni 60 Cesare Cases era andato a visitare l’amico Ernesto De Martino sul letto di morte, in ospedale: per confortarlo gli ricorda – quasi in termini ortodossi – che nel comunismo la morte perderà molta della sua drammaticità perché chi muore sa che quanto il significato della sua esistenza sarà proseguito nella sopravvivenza dell’uomo come specie. Ma lui stesso ci pensa su e capisce quanto sia vano quel rimando a ere future e chissà quanto probabili. Quando si accomiata da De Martino, prossimo a morire, questi gli dirà sospirando: “Già…l’individuo, la specie…”.
Ecco, dopo aver letto quel memorabile romanzo, quella folgorante ballata sul destino di un proletario che diventa borghese, e così scopre la propria finitezza, ci accorgemmo che il marxismo non riesce a dare un luogo al lato oscuro della vita (malattia, invecchiamento, morte), sul quale rilascia una delega in bianco al più piatto positivismo. Forse bisognerebbe ricominciare da Antoine Bloyé del grande Paul Nizan, comunista generoso e uomo integro, dalla verità preziosa che ci consegna, però impegnandoci a completarla, ognuno nella propria esistenza.