La rubrica

I finti intellettuali accucciati ai piedi di chi comanda

È più pertinente definirlo inintellettuale: l’in, prefisso negativo, ne coglie e fissa la funzione che è quella del “cane da guardia” nei confronti del potere

Editoriali - di Mario Capanna - 24 Marzo 2024

CONDIVIDI

I finti intellettuali accucciati ai piedi di chi comanda

“Intellettuale”: deriva da intellego (o anche intelligo), che significa “farsi un’idea”, “riconoscere” e, nella sostanza, “comprendere”. Il termine è composto da inter (“fra”, “in mezzo a”) e lego (“leggere”).

L’intellettuale, dunque, è colui che è in grado di leggere in mezzo alla realtà: capace , inoltre, di intus-legere, “leggere dentro”. Sicché l’intellettuale autentico è prezioso: è una spina nel fianco del potere, dato che lo spirito critico è la sua bussola, il pregiudizio il suo peggior nemico.

È di grande aiuto ai suoi simili: cogliendo i dati della realtà, vede in un certo senso prima degli altri, indica i pericoli e le possibilità di superamento. Non a caso il suo parere viene spesso ricercato. Sartre distingueva fra “intellettuale” e “falso intellettuale”, e indicava questi come “il nemico più diretto” del primo.

Ora: che l’intellettuale opportunista sia il contraltare del vero intellettuale è certo. È però fuorviante definirlo “falso intellettuale”, perché pure lui usa il proprio intelletto, anche se lo impiega per coprire e giustificare l’esistente.

È più pertinente definirlo inintellettuale: l’in, prefisso negativo (e privativo), ne coglie e fissa la funzione che, spesso, è quella del “cane da guardia” – la definizione è di Paul Nizan – nei confronti del potere (qualsiasi potere). Il neologismo, peraltro, individua il suo tratto distintivo: l’in-intellettuale ama il galleggiamento più del sughero. Non importa la direzione di spostamento, fondamentale è stare in superficie.

Non è una questione speciosa, dato che anche l’inintellettuale deve scegliere circa l’uso del proprio intelletto. Fermo restando che anche il decidere di non usarlo è in ogni caso una scelta (e, per noi, sarebbe la migliore). Egli non dice sì o no. Scivola come un’anguilla. È uno specialista scientifico del “sì, però…”, oppure, per converso, del “no, tuttavia…”, oppure ancora del “è evidente, ma…”.

L’intellettuale, al contrario, non scende a compromessi, afferma con spirito di verità ciò che vede, incurante dei rischi e dei pericoli che possono derivargliene. Egli segue, in modo coerente, l’insegnamento di Gramsci:Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”.

Ciascuno, guardando la tv e i social, e leggendo i giornali e i libri, può farsi un’idea concreta di chi sono, e quanti, gli intellettuali e gli inintellettuali. Questi ultimi sembrano legioni, dato che sono per lo più ammanicati nei vari gangli dei poteri e occupano la maggior parte delle postazioni mediatiche, da cui sciorinano il loro ben remunerato servilismo. Le eccezioni confermano la regola.

Valgano, in merito, le parole del grande Ryszard Kapuscinski: “I media ci esortano più a dimenticare il mondo che a conoscerlo. Sono un giocattolo in mano ai ricchi. E i ricchi lo usano per diventare ancora più ricchi”.

Perciò gli intellettuali sono un antidoto salvifico. Nella società, per fortuna, ne esistono molti. Tutti coloro che non si rassegnano allo stato presente delle cose. E combattono contro le mille forme di prepotenza, a cominciare da quella dell’ignoranza indotta. Che sembra la più lieve. In realtà è micidiale. Solo lo spirito critico può salvarci, permettendoci di costruire una consapevolezza autonoma.

 

24 Marzo 2024

Condividi l'articolo