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Popsophia 2026, così ci specchiamo nei nostri schermi come fragili Narcisi post-moderni

Dovremmo ascoltare il filosofo Timothy Morton che ci invita a esercitare un “narcisismo minimale”. Possiamo sfuggire al narcisismo assoluto e autodistruttivo solo se ci mettiamo in relazione con ciò che davvero vediamo nello specchio: l’estraneo che da sempre ci abita dentro

Cultura - di Lucrezia Ercoli

1 Luglio 2026 alle 17:19

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Popsophia 2026, così ci specchiamo nei nostri schermi come fragili Narcisi post-moderni

Iste ego sum! Questo sono io! Ecco il punto di svolta del mito di Narciso raccontato nel terzo libro delle Metamorfosi del poeta latino Ovidio. Un’improvvisa presa di coscienza rompe l’incantesimo che condanna il giovane a un amore impossibile. Narciso non è un ingenuo e comprende la natura tragica del proprio legame, scopre che l’oggetto del suo trasporto amoroso coincide con la sua stessa proiezione. È consapevole che il suo amato non è altro che sé stesso, o meglio la sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Amante e amato coincidono.

L’esito tragico della storia l’aveva già previsto l’indovino Tiresia. La madre di Narciso, la ninfa Liriope, lo aveva interrogato sul destino del figlio, ma aveva ricevuto da lui un responso ambiguo: il bambino raggiungerà la vecchiaia, profetizza Tiresia, “si se non noverit”, solo se non conoscerà sé stesso. La conoscenza di sé, che l’antichità considerava un precetto di saggezza, si trasforma qui in uno strumento di morte. Il giovane Narciso, infatti, cresce bellissimo, suscitando l’amore di giovinetti e fanciulle, ma mostra un carattere superbo. Respinge ogni pretendente, rifiuta ogni relazione e ogni attenzione, compresa quella della ninfa Eco che si strugge d’amore per lui fino a morirne. Narciso si lascia catturare solo dal suo riflesso e si innamora di un’immagine “sine corpore”, priva di corpo. “Quante volte mandò invano baci all’acqua ingannatrice!” ci rivela Ovidio. Narciso si strugge d’amore contemplando la sua “imago”, ma non può toccare quella che è solo “un’ombra fallace”, non può “separarsi dal suo corpo” per congiungersi a quello del suo amato. Sfinito d’amore, Narciso si lascia morire sulla riva, fino all’estrema metamorfosi in un fiore giallo dai petali bianchi. La radice etimologica della parola “narciso”, infatti, si lega al termine greco nàrke, che indica “torpore” e “stordimento” da cui la parola “narcotico”.

La narcosi di Narciso, ipnotizzato da un fantasma ingannevole, trova una perfetta traduzione visiva nell’opera attribuita a Caravaggio, conservata a Palazzo Barberini a Roma. Il giovane che fissa lo specchio d’acqua è circondato da uno sfondo tenebroso; non ci sono legami con la realtà circostante, non ci sono altri riferimenti esterni. L’asse dell’opera coincide interamente con l’atto stesso del guardare. I quadri che hanno come soggetto Narciso – da La riproduzione vietata di René Magritte a La metamorfosi di Narciso di Salvador Dalì – ci interrogano sulla natura fittizia dell’esperienza visiva, quella di Narciso che guarda il suo riflesso, quella dello spettatore che guarda l’immagine dentro la cornice. Quello di Narciso è un mito inesauribile, continuamente riscritto e commentato da moltissimi autori nel corso dei secoli. Il sessuologo Havelock Ellis nel 1898 è il primo a utilizzarlo in ambito medico coniando il termine “narcisismo”, ma è Sigmund Freud a determinarne il successo con il suo saggio del 1914: “Chiamiamo narcisismo lo stato in cui l’io trattiene presso di sé la libido, e ciò in ricordo della favola greca”. Da allora, non si è più interrotta la discussione clinica sul narcisismo come patologia, come forza regressiva e distruttiva che nega la relazione con l’alterità. Il narcisista riduce l’altro a pura superficie riflettente; mancano la reciprocità e l’empatia, sostituiti da una costante richiesta di ammirazione.

Oggi la parola “narcisismo” è onnipresente nella cultura di massa e nel linguaggio comune, utilizzata ben al di là delle sue declinazioni psicanalitiche. Nel 1979, il sociologo Christopher Lasch ha coniato l’espressione “cultura del narcisismo” in riferimento alla società contemporanea che alimenta la dipendenza dall’approvazione sociale e il bisogno di riconoscimento esterno. È Jacques Lacan, però, a rileggere il mito di Narciso alla luce di un elemento determinante: lo specchio. Lo psicanalista francese parla dello “stadio dello specchio”: tra i 6 e i 18 mesi il bambino fa esperienza di sé guardando la propria immagine riflessa allo specchio. È così che il bambino si riconosce per la prima volta, con i genitori che lo incoraggiano indicando lo specchio: “guarda quello sei tu!”. Ma in questo riconoscimento c’è l’inganno tragico mostrato dal mito antico: l’immagine che mi restituisce lo specchio non sono “io”, ma semmai una rappresentazione idealizzata di me; nello specchio vedo un “altro” con un corpo completo e integro, molto diverso dal soggetto frammentato, incompleto e contraddittorio, che sento di essere. Mi riconosco e contemporaneamente mi sdoppio in un’immagine di me irraggiungibile.

Il mito di Narciso, insomma, ci obbliga a riflettere sul rapporto sempiterno tra identità e immagine, attraverso la mediazione ambigua dello specchio, oggetto doppio per eccellenza. Lo specchio è innanzitutto uno strumento di conoscenza. Seneca rintracciava in esso uno strumento indispensabile per il filosofo: specchiarsi per meditare quotidianamente su di sé, secondo il principio dell’ “ipse se nosset”. Infatti, c’è un profondo legame semantico che stringe lo speculum all’atto dello speculare, cioè all’esaminare metodico della conoscenza filosofica. La superficie riflettente è connessa alla possibilità di vedere di più rispetto a quanto concesso dalle normali facoltà visive. Un piccolo specchio può racchiudere un mondo. Al contempo, però, la superficie riflettente è un dispositivo di alienazione e di illusione. Lo specchio conserva un valore magico legato alla divinazione e a timori ancestrali, come dimostra l’uso tradizionale di coprire gli specchi durante la veglia funebre per evitare che trattengano l’immagine del fantasma o che lascino passare spiriti maligni. Lo specchio è meraviglioso e pericoloso perché non si limita a riprodurre la realtà, ma la trasforma e la plasma: “attraversare lo specchio” vuol dire accedere a un altrove arcano e misterioso. Lo specchio incarna la sintesi di questi due poli opposti dell’esistenza, sospesa tra desiderio di conoscenza e seduzione dell’illusione; per questo è tra gli attributi del dio Dioniso e ha un ruolo determinante negli antichi rituali di iniziazione dell’orfismo, come ben dimostrano gli affreschi della Villa dei Misteri di Pompei.

Nello scenario contemporaneo, la presenza ambigua degli specchi si è moltiplicata come in un caleidoscopio. Viviamo in un labirinto di specchi, dalle vetrine della metropoli descritte da Walter Benjamin alle telecamere frontali che trasformano lo smartphone in uno specchio. Non è un caso che una delle serie tv più interessanti e discusse degli ultimi anni si intitoli Black Mirror: lo schermo spento di ogni dispositivo digitale si trasforma in uno specchio nero che svela le inquietudini e le alienazioni dei Narcisi postmoderni. Questo costante confronto con la nostra immagine ha alimentato un narcisismo fragile, vulnerabile di fronte al giudizio esterno e intimorito dalle modificazioni biologiche del corpo. Come nello “specchio delle brame” vogliamo vedere riflessi negli schermi i nostri desideri e crediamo alla promessa fallace che possano essere esauditi.

Tuttavia, gli specchi digitali non sono mere superfici riflettenti dove appare e scompare la nostra immagine, come nei tanti quadri rinascimentali che raffigurano la Venere che si acconcia i capelli guardandosi allo specchio. Gli specchi contemporanei sono anche dei dispositivi di registrazione che trasformano la toletta in un contenuto video; una skincare da condividere sui social. Sono anche macchine fotografiche che producono autoritratti istantanei: basta un clic per immortalare l’imago effimera in un selfie da conservare o condividere, magari con il filtro giusto per compiacere il nostro narcisismo. L’esperienza contemporanea dello specchio-schermo rimarca la distanza strutturale che separa il semplice atto del guardare sé stessi in uno specchio dall’autentico guardare in sé stessi attraverso lo specchio. Forse dovremmo seguire l’indicazione del filosofo Timothy Morton che ci invita a esercitare un “narcisismo minimale”. Possiamo sfuggire al narcisismo assoluto e autodistruttivo solo se ci mettiamo in relazione con ciò che davvero vediamo nello specchio: l’estraneo che da sempre ci abita dentro, “l’alieno-in-me”.

*Direttrice Popsophia

1 Luglio 2026

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