La nota del CNCA

Il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti: “Basta guerra ai consumatori”

La nota del CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti che si celebra oggi.

Cronaca - di Redazione Web

26 Giugno 2026 alle 16:04

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

«È arrivato il momento di chiudere una lunga stagione di guerra alla droga che, in realtà, è stata una lotta contro le persone che consumano droghe e aprire una fase nuova in cui si cerca di governare un fenomeno che è strutturalmente presente nelle nostre società», afferma in una nota il CNCA-Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, in occasione della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di stupefacenti che si celebra oggi. «Nel presentare alla stampa la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia il governo ha – ancora una volta – rievocato immaginari di guerra mentre ciò che dovrebbe guidare l’azione pubblica è la tutela della salute delle persone, che va garantita con azioni che riducano i rischi e limitino i danni connessi all’assunzione di sostanze e accompagnino nei percorsi di cura e riabilitazione decisi insieme alla persone stesse», dichiara la presidente del CNCA Caterina Pozzi.

In merito al Ddl sulla detenzione domiciliare in comunità per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, il CNCA giudica positivamente «alcune delle disposizioni presenti nel provvedimento – come una soglia di pena residua più alta per poter usufruire della misura alternativa in comunità o in un percorso semi-residenziale – ma ribadisce che le comunità sono nate per accompagnare e curare, non per recludere». «Se davvero vogliamo ridurre il ricorso al carcere» precisa la presidente, «la domanda non è quanti posti possiamo trovare nelle comunità, ma perché continuiamo a utilizzare il diritto penale per affrontare questioni che riguardano la salute, la sofferenza sociale, le disuguaglianze e i diritti. È su questo terreno che si gioca il futuro delle politiche sulle droghe. Ed è su questo terreno che le comunità terapeutiche possono continuare a svolgere il loro compito: non custodire persone, ma accompagnare percorsi di cambiamento».

Per il CNCA le persone con una certificazione di dipendenza «non dovrebbero entrare in carcere quando autori di reati minori, andrebbe depenalizzato completamente il consumo e dovrebbero essere individuate soluzioni non penali per il “piccolo spaccio”, che è spesso solo uno strumento di sopravvivenza per i consumatori nel quadro normativo attuale. L’azione repressiva dovrebbe concentrarsi sugli attori principali del narcotraffico, mafie e criminalità organizzata che usano violenza e sfruttamento arricchendosi alle spalle di milioni di consumatori. Inoltre, il CNCA ricorda che l’accesso alle misure alternative è oggi assai più ridotto di quanto sarebbe possibile e necessario perché la macchina amministrativa che dovrebbe gestire le pratiche (educatori, magistrati di sorveglianza…) non è in grado di assorbire il carico esorbitante che su di essa grava a causa proprio di una legislazione che affronta problemi sociali con risposte penali e detentive».

Inoltre il CNCA si dice sorpreso per la presentazione del sistema dei servizi come di “una rete solida sul territorio nazionale”. «Diverse e rilevanti sono le problematiche e le carenze che il sistema affronta da anni, come gli organici inadeguati dei Serd pubblici (su cui l’azione del governo resta insufficiente) e le notevoli differenze – nei servizi offerti – che si riscontrano in aree diverse del paese: al centro-nord troviamo una ben più ricca tipologia di comunità – e, dunque, una migliore capacità di risposta a situazioni specifiche – e una rete di servizi di Riduzione del danno – la cui fondamentale importanza è riconosciuta nella stessa Relazione del governo, come “servizi di prima soglia” – che è quasi assente al sud, venendo così meno uno dei pilastri dell’azione di prevenzione previsto nei Lea». Inoltre, «in molte regioni le rette per le comunità non sono state aggiornate rispetto al rinnovo del contratto di categoria, riducendo ulteriormente margini economici già ridotti all’osso. E permane una scarsa disponibilità di educatori in tutto il paese, figure professionali chiave non solo per le comunità, ma per tutti i servizi per le dipendenze». Dunque, conclude Pozzi, «Il sistema va potenziato anche perché sono davvero troppi i circa 8 anni che passano tra l’età del primo consumo e quella del primo trattamento. I quasi 900 morti causati dall’abuso di sostanze indicati nella Relazione al Parlamento richiedono un nuovo approccio del sistema di intervento, che deve essere più vicino ai mondi del consumo e meno chiuso nei propri servizi e comunità»

26 Giugno 2026

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