La giornata mondiale

Droghe, per cambiare politica serve una scossa (anche a sinistra)

I dati della Relazione governativa e del nostro Libro Bianco sono sostanzialmente gli stessi, e si ripetono uguali da anni. Se si leggessero senza dogmatismi sarebbe evidente la necessità di una riforma.

Politica - di Leonardo Fiorentini

26 Giugno 2026 alle 18:05

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Pphoto by Mauro Scrobogna / LaPresse
Pphoto by Mauro Scrobogna / LaPresse

“Il lavoro non è finito” ha dichiarato ieri la Presidente del Consiglio Meloni riferendosi all’impegno per “costruire una società libera dalle droghe e da ogni dipendenza”. Lo ha fatto a margine della presentazione della Relazione sulle dipendenze del Governo, nella quale il sottosegretario Mantovano ha pur rivendicato oltre 20 mila operazioni antidroga, 55 tonnellate di sostanze sequestrate e più di 26 mila denunce nel corso del 2025. Eppure la cocaina è sempre più disponibile, la sua purezza raggiunge il 73-75%, quella del crack supera l’80% e il Sistema nazionale di allerta ha individuato 92 nuove sostanze psicoattive. Come abbiamo già scritto su queste pagine i mercati illegali dimostrano ogni giorno di sapersi adattare facilmente alle politiche proibizioniste, che si dimostrano sempre più inefficaci. Ogni nuova stretta sposta le rotte, concentra i principi attivi e rende le sostanze più difficili da conoscere e controllare.

Del resto a fare la stessa cosa da oltre 65 anni, almeno da 36 in Italia, non ci si può certamente aspettare risultati diversi. Ma se Einstein associava questa pervicacia alla stupidità, oggi possiamo azzardare che in fondo sono risultati tutt’altro che inattesi.

Anche per questo abbiamo titolato questa edizione del Libro bianco sulle droghe “E non sono pazzi”. Quando ci si fissa un obbiettivo che è impossibile, probabilmente lo si fa anche per giustificare in qualche modo la propria esistenza in politica. Ci hanno provato in tanti, dalla sigla della prima convenzione sulle droghe del 1961. Nixon, Reagan, Clinton, Trump – e tutti gli altri Presidenti con variazioni di intensità – negli Stati Uniti (con incursioni armate oltreconfine, in particolare in Sud America). Altrove da Brežnev a Putin nell’attuale Russia, da Mao a Xi Jinping in Cina. Ci hanno provato anche con la caccia all’uomo nelle strade, come Duterte nelle Filippine, con il solo risultato di venire finalmente processati dalla Corte Penale Internazionale.

Il “problema globale della droga” rimane irrisolto. E quindi, certamente, il lavoro non può finire qui. Anzi viene utile agitare una qualche emergenza, per motivare ancor di più la necessità del proprio intervento. Con il paradosso che più la situazione peggiora, più si motivano interventi repressivi e securitari. Si tratta di una classica opzione win-win per le destre proibizioniste, in particolare quando sono al Governo e possono determinare le politiche. Ma anche quando gridano dall’opposizione, capaci come sono di agitare l’ombra del demone droga contro ogni timido tentativo di riforma.

Così succede che Meloni possa oggi annunciare la nascita del nuovo Piano nazionale sulle dipendenze, che in verità era già stato licenziato dal Governo precedente, dopo la Conferenza nazionale di Genova del 2021. Un Piano anche con contenuti interessanti, in particolare sull’istituzionalizzazione di pratiche di riduzione del danno come il drug checking, o la sperimentazione delle stanze del consumo. Proprio per questo non ha mai visto la luce, abortito già in Conferenza Stato-Regioni, anche per l’ignavia del Governo giallorosso.

In questa legislatura la politica sulle droghe della destra è stata monopolio di Alfredo Mantovano. Nel Libro Bianco di quest’anno ricostruiamo la sua dottrina, che ha permeato l’azione del Governo sin dall’inizio, con il decreto anti-rave. Poi sono seguiti Caivano e i decreti sicurezza. Il risultato è una legislazione sulle droghe ancora più irrigidita, e carceri sempre più sovraffolati. Una dottrina dogmatica, che pone le sue basi nella Chiesa della Proibizione globale, a cui Mantovano ha portato puntualmente ossequio partecipando a Vienna al rito annuale della Commissione Droghe dell’ONU. Ma che si esplicita anche con la messa a disposizione di nuove risorse per il sistema pubblico-privato, e con il tentativo, in esame in questi giorni alla Camera, di privatizzare la detenzione per le persone in carcere con uso problematico di sostanze.

Il Governo dichiara di voler proteggere i giovani, ma migliaia di adolescenti ogni anno vengono consegnati alle prefetture, sottoposti a sanzioni e stigmatizzati, quasi esclusivamente per il possesso di cannabis. Non è prevenzione. È un meccanismo di controllo sociale che può produrre conseguenze educative e relazionali controproducenti, mentre l’accesso effettivo ai percorsi sociosanitari è ormai residuale.

Di fronte a mercati illegali sempre più penetranti e diversificati e stili di consumo sempre meno decifrabili, servirebbero da un lato la decriminalizzazione completa dell’uso, la regolamentazione legale della sostanza più usata, la cannabis, ed un serio investimento nella riduzione del danno. Invece il Governo continua a considerare l’astinenza e il recupero come l’unico orizzonte legittimo. La rete dei servizi viene definita “solida”, ma la Relazione stessa segnala forti disuguaglianze territoriali, carichi di lavoro molto diversi e una domanda assistenziale crescente. Manca, e mancherà certamente nel nuovo piano, una strategia nazionale per il drug checking, le stanze del consumo, la diffusione capillare del naloxone e la concreta attuazione della riduzione del danno prevista nei livelli essenziali di assistenza

I dati della Relazione e del Libro Bianco sono sostanzialmente gli stessi, e si ripetono uguali da quasi vent’anni. Se si leggessero con pragmaticità e senza dogmatismi sarebbe evidente la necessità di una riforma di norme e politiche. Ma è ormai evidente a tutti che la priorità non è la tutela della salute pubblica, ma la propaganda e la difesa del proprio DNA politico. Per cambiare serve una scossa, anche a sinistra.

26 Giugno 2026

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