La lunga gogna della destra clericale
Colpire monsignor Paglia per infamare Papa Francesco, la lunga gogna della destra clericale di don Melina
La nuova visione del matrimonio portata avanti da Bergoglio e manifestata nel lavoro della Pontificia accademia per la vita è stata duramente criticata da chi, guarda caso, è stato avvicendato
Politica - di Fabrizio Mastrofini
Mons. Vincenzo Paglia è andato in pensione da oltre un anno, per motivi di età (e non perché “rimosso”, come si ostinano a sostenere alcuni arcinoti buontemponi tradizionalisti cattolici…). Ma viene attaccato, ancora e sempre, dal circuito conservatore cattolico. A volte a scoppio ritardato, come in questo caso. Ma il vero obiettivo è stravolgere l’eredità di papa Francesco e costruire una contro-narrazione. Casus Belli è un’intervista di maggio, in cui mons. Paglia ricostruisce le riforme che era stato incaricato di realizzare: una Pontificia Accademia per la Vita al passo con i tempi nel senso di un impegno per la Bioetica Globale che ha a che fare con l’ambiente e i temi di inizio e fine vita in modo aggiornato, con un interesse preciso verso le diverse età della stessa vita umana. Ma soprattutto, come vedremo subito, la profonda riforma dell’impostazione teologica e didattica dell’Istituto superiore di studi voluto da Giovanni Paolo II sui temi del matrimonio e della famiglia.
Nel 2017 papa Francesco ha rinnovato gli statuti dell’istituto fondato nel 1982. Apriti cielo! Gli strali ancora non sono terminati e mons. Paglia è l’obiettivo oggi come allora. Il mandato di papa Francesco era chiaro: dopo due sinodi dei vescovi sul tema del matrimonio, ma soprattutto della famiglia, era necessaria una nuova visione: dialogo con tutte le scienze – dalla sociologia alla biologia – fino alla psicologia; e considerazione non solo della vita concreta delle famiglie ma anche delle sofferenze e delle difficoltà. Il matrimonio resta sempre indissolubile nell’immaginario cattolico, ma sempre più spesso fallisce e allora colpevolizzare non serve. È più utile aiutare le famiglie a ritrovarsi, invece di emettere sentenze di condanna, e aumentare la consapevolezza e la misericordia come “medicine” spirituali e materiali. Ma anche su questo, alla fine, ci si intende. Quello che non è stato affatto digerito riguarda aspetti molto più umani, tipo la fine di alcuni corsi di studio, nuovi docenti, rinnovamento dell’intero gruppo accademico.
Il vecchio gruppo era saldamente asserragliato attorno a don Livio Melina, classe 1952, docente di teologia morale fondamentale vecchio stile. E si capisce perché è stato prima studente, poi docente, poi preside dell’Istituto, dove appunto ha svolto tutta la sua vita accademica. Separarsene è stato un vero trauma.
Ancora di più scoprire che si lavora per una nuova visione che non mette più il sesso al centro di tutto, lecito solo nel matrimonio ma solo se non protetto perché aperto alla vita; se ci sono separazioni o divorzi, le eventuali nuove coppie potranno avere accesso ai sacramenti solo se vivono in una castità totale e un po’ assurda. Detto in termini teologici: “L’attenzione alle persone e la conversione pastorale della teologia morale non può significare la rinuncia alla dottrina sull’assolutezza delle norme morali negative, che proscrivono sempre e senza eccezioni le azioni che sono per il loro oggetto intrinsecamente cattive”. Chiaro ,no? Separarsi da marito o moglie e formare una nuova coppia è azione intrinsecamente cattiva, irrimediabile. Si capisce in questo modo che il documento Amoris Laetitia di papa Francesco, che sintetizza due sinodi, lungo ben 325 paragrafi, diventa scandaloso nelle due piccole note a piè di pagina in cui in qualche modo apre alla comunione per le coppie che vivono in situazioni irregolari. Due noticine appena diventano scandalose, per abbattere un intero ragionamento papale. E di mons. Paglia è la colpa di avere dato attuazione alla rivoluzione in teologia morale e matrimoniale, pensionando docenti che volevano essere eterni e non in linea con i due sinodi, modificando piani di studio, insegnamenti, ampliando il numero dei professori.
A maggio, a un anno dalla pensione, mons. Paglia ha ricostruito queste vicende ecclesiali in un’ampia intervista pubblicata dal portale di informazione religiosa Settimananews. Il 20 giugno don Livio Melina risponde dal portale La Nuova Bussola Quotidiana, per dire con tante frasi una semplice – per lui – realtà: “La soppressione dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia è stata un’operazione ideologica che ha gravi conseguenze per tutta la Chiesa”. Da notare che l’istituto non è stato “soppresso”; c’è ma è rinnovato. Non si accetta il “cambio di paradigma” e soprattutto don Melina attacca mons. Paglia quasi fosse stato quest’ultimo la causa di tutto. In realtà mons. Paglia aveva alle spalle un mandato preciso di papa Francesco. Non sarà dunque un modo oramai classico: attaccare l’esecutore per arrivare al mandante e mandare a dire all’attuale mandante di oggi (Leone XIV) che è necessario tornare indietro? Solo che tornare indietro non si può. Intanto perché il Pontificio Istituto dall’anno scorso è inserito dentro la Pontificia Università Lateranense. E poi perché il cambiamento è oggi considerato largamente positivo per la qualità degli insegnamenti presenti. E poi perché davvero non se ne può più di una visione della famiglia così ristretta come quella disegnata da chi parla di dominio di una “ermeneutica relativistica” alla quale opporre addirittura Tommaso d’Aquino, secondo cui “la ragione pratica ha una dimensione universale di verità, per cui l’oggetto di un atto può essere colto già in sé stesso come cattivo, a prescindere dalla considerazione delle circostanze e delle intenzioni soggettive”.
Sembra complicato ma in realtà si parla sempre e solo di sessualità. Come se non ci fosse altro nella morale familiare e matrimoniale. Ovvio che con queste premesse (e conseguenze), don Melina attaccherà sempre mons. Paglia. E mettiamoci in pace. Ma c’è di più. Oltre a non voler fare un passo indietro, accettando con cristiana filosofia gli inevitabili cambiamenti di persone e di impostazioni da un papa all’altro, don Melina si è reso protagonista di un vero e proprio incidente ecclesiale. Lui lo tace, ma la cosa è sotto gli occhi. L’1 agosto 2019, per resistere al cambiamento e per non accettare di venire sostituito, se ne è andato a colloquio dal papa emerito Joseph Ratzinger, per ottenere il suo sostegno. C’è una foto, a riprova. Ha “disinformato”, ha raccontato al papa emerito la sua versione; poteva con leggerezza produrre una frattura dagli esiti gravi e dirompenti. Per la saggezza dei diversi interlocutori (non don Melina), non è stato così. Come ho anche scritto altrove, questa metodologia di contrapposizione è sbagliata. Il “cambiamento d’epoca” di cui ha sempre parlato papa Francesco, è davanti a noi e anzi ci siamo immersi dentro. Servivano e servono impostazioni aggiornate.
Questo è stato tentato nel caso in questione. Questa era l’idea di papa Francesco. Invece di fare fronda, cercare appoggi nel papa emerito o tra i conservatori cattolici negli Usa e altrove, tra gli scontenti solo perché senza più una cattedra, andava cercato il dialogo ed il confronto costruttivo. E non si è fatto. Del resto nella Chiesa spesso non si fa. Però c’è ancora un aspetto da considerare. Don Melina quando tira fuori di nuovo questa vicenda, buttandola sul personale, ci fa capire che abbiamo vissuto in questi anni pagine di una importante e paradigmatica storia ecclesiale, che dovrebbe venire indagata e studiata, utilizzando i documenti e i protagonisti che ancora ci sono. Perché qui c’è uno snodo: nel caso in esame mons. Paglia aveva ricevuto un mandato e in ogni passaggio informava il papa, con le due udienze annuali “di tabella” e con scambi epistolari se servivano. Una documentazione esiste. Gli storici dovrebbero e potrebbero accedervi. Così, tanto per conoscere meglio vicende così importanti e gravide di futuro.