Il saggio "Il Parlamento. Marginale o centrale?"

C’era una volta il Parlamento: la democrazia sotto il tallone del populismo presidenzialista

La crescente sfiducia verso le istituzioni e la politica hanno partorito il mostro populista, un mix di istanze di democrazia (etero)diretta e pulsioni autocratiche che hanno ridotto il potere legislativo a paggetto del potere esecutivo

Politica - di Salvatore Curreri

25 Giugno 2026 alle 21:30

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Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo qui di seguito ampi stralci dell’introduzione del nuovo saggio di Salvatore Curreri, Il Parlamento. Marginale o centrale? (Il Mulino, a cura di Francesco Clementi).

Chi scrive oggi di Parlamento va contro corrente. Tanti, anzi troppi e tutti univoci, i preoccupanti segnali in tal senso. La maggioranza degli italiani non crede più ai partiti e ai loro leader, alle istituzioni politiche. Va a votare sempre meno, neanche per eleggere direttamente il Sindaco del proprio Comune o il presidente della propria Regione o Provincia autonoma. Non si sente rappresentata da nessuno dei pur molti e diversi partiti politici i quali, di conseguenza, possono sempre meno contare su iscritti e risorse finanziarie. Non si informa regolarmente o non si interessa e discute di politica perché la ritiene non in grado di risolvere i loro problemi. Il futuro cui un tempo si guardava con speranza e ottimismo oggi è visto con rassegnata sfiducia: non ci si sente parte di una comunità che condivide un orizzonte comune per cui si fanno meno figli e si preferisce cambiare Paese anziché cambiare il Paese (gli italiani all’estero sono più degli stranieri in Italia).

A causa di un certo presidenzialismo, più o meno strisciante, si considerano i Parlamenti non più indispensabili, perché incapaci di governare l’attuale società frammentata e complessa, come invece potrebbero fare esecutivi forti della diretta investitura popolare. Alle democrazie liberali, alle quali si rimprovera l’incapacità di mantenere appieno le loro promesse (l’eguaglianza, la tutela dei diritti, il lavoro, la crescita economica, ecc.), taluni preferiscono più o meno apertamente le autocrazie, ritenute più adatte allo spirito dei tempi perché in grado di affrontarne più efficacemente le sfide, interne e internazionali, grazie alla loro capacità di prendere decisioni rapide e centralizzate (per costruire il nuovo terminal dell’aeroporto di Pechino ci sono voluti quattro anni, per quello di Londra, progettato dallo stesso architetto, venti…). Autocrazie, peraltro, in aumento – incluse quelle “elettorali” in cui si vota ma le libertà civili e politiche sono limitate – fino al punto da coprire il 74% della popolazione mondiale (v. il Democracy Report del V-Dem Institute). In definitiva, oggi gli italiani – molto di più di quanto pur accade in altre democrazie occidentali, europee e no – partecipano sempre meno alla vita democratica del Paese perché sempre più disillusi e pessimisti.

Tutto ciò erode le fondamenta della democrazia e ne minaccia dunque l’esistenza. Non possiamo accontentarci di una democrazia “a bassa intensità”, come l’ha definita il presidente della Repubblica Mattarella, cioè di quei pochi che vanno a votare perché più interessati, informati e capaci di giudicare, perché l’apatia e il disinteresse costituiscono alla lunga la più grave minaccia per il bene pubblico (Montesquieu).
In questo scenario, scrivere del Parlamento può sembrare – e il rischio c’è – un mero esercizio retorico, una petizione di principio frutto dell’ottimismo della volontà più che del pessimismo della ragione, tale è la distanza tra la percezione che i cittadini hanno del Parlamento come “inutile orpello” e la sua vocazione ad essere il luogo istituzionale in cui, attraverso il confronto tra le diverse visioni del bene comune, trova espressione la sovranità del popolo. Una distanza peraltro rivendicata, in modo apertamente polemico, da quell’antiparlamentarismo, nato alla fine del XIX secolo con un’impronta marcatamente reazionaria e che trova oggi espressione nelle critiche, da un lato, dei tecnocratici che diffidano della capacità dei Parlamenti di affrontare gli attuali complessi problemi sociali, dall’altro delle sempre più diffuse forze populiste che si appellano direttamente, senza intermediari, a quella volontà del popolo che il Parlamento, e le istituzioni politiche nel loro complesso, avrebbero tradito. Pur nella diversità dei tempi e dei luoghi, il populismo si caratterizza, infatti, per tutta una serie di elementi in radicale contrasto con il ruolo del Parlamento: la negazione delle élite; la critica corrosiva verso la classe politica, tacciata di immoralità e trasformismo; la concezione del popolo come soggetto unitario e indifferenziato al suo interno, la cui “sacra” volontà sovrana non può nel suo esercizio incontrare limiti, guidato da personalità carismatiche capaci, grazie alle doti comunicative e alla aggressività verbale, di mobilitare le folle sulla base di parole d’ordine demagogiche. Tutte caratteristiche che si affermano facilmente soprattutto in tempi, come purtroppo gli attuali, di crisi economica, inquietudini sociali e difficoltà internazionali.

Il Parlamento, i partiti e i politici sono gli obiettivi principali della retorica populista: i parlamentari sono tutti uguali; le immunità di cui godono sono privilegi e non garanzie per il libero esercizio del loro mandato; mandato che, al contrario, va rigidamente vincolato al rispetto della volontà degli elettori; il confronto parlamentare è indice di intrigo anziché di mediazione e compromesso e per questo tutto deve avvenire alla luce del sole (il famoso streaming) anziché in modo riservato. Anche gli aspetti più critici – e ve ne sono! – della vita parlamentare – le indennità, i cosiddetti vitalizi, il loro stesso numero – vengono messi alla gogna dinanzi all’opinione pubblica con evidenti venature antiparlamentari. Per questo, al posto della democrazia rappresentativa parlamentare, fondata sui partiti, ritenuta ormai obsoleta, si vorrebbe introdurre una permanente democrazia diretta, un tempo utopica ma oggi resa possibile dalla rete, in cui i “cittadini digitali”, riuniti analogamente agli antichi ateniesi in una “piazza virtuale”, prenderebbero “in tempo reale” ogni decisione comune, di cui gli eletti con vincolo di mandato sarebbero meri portavoce. Una democrazia elettronica, quindi, intesa come plebiscito quotidiano, senza più quelle organizzazioni politiche e sociali, partiti in primis, che oggi, anziché avvicinare, separano i cittadini dalle istituzioni. Eppure, non è vero che tutti gli elettori hanno le competenze per decidere, il tempo e la voglia per acquisirle e/o la disponibilità a confrontarle con quelle degli altri. Eppure, oggi più che mai non si può escludere il serio pericolo che, complice lo straordinario potere dei media e dei social network, sulla formazione dell’opinione pubblica, dietro l’apparente trionfo della volontà del popolo sovrano, si nasconda una subdola democrazia plebiscitaria, basata sul potere personale e autoritario di un capo carismatico in rapporto diretto con la pretesa volontà infallibile del popolo. In definitiva, la democrazia diretta rischia di essere comunque “diretta” da qualcuno, dando vita ad una sorta di “populismo digitale”, in cui le decisioni verrebbero prese da quei pochi che vi possono dedicare il loro tempo, con un sì o un no, sulla base di chi formula la domanda e di come essa viene formulata. Eppure, le democrazie per loro natura nel decidere devono tenere conto dei diversi interessi in gioco, cercando nei limiti del possibile di bilanciarli, perché non esistono “diritto tiranni” in grado d’imporsi sempre e comunque su tutti gli altri. Sicché, per tornare all’esempio di prima, ci si dovrebbe chiedere quali diritti e interessi sono stati sacrificati per costruire a Pechino il nuovo terminal aeroportuale…

Eppure, il Parlamento rimane – anche simbolicamente (si pensi all’assalto a Capitol Hill nel 2021) – il centro della vita politica del Paese. A differenza delle altre istituzioni politiche nazionali – il Governo esprime la maggioranza, il presidente della Repubblica è una carica monocratica – il Parlamento per propria natura è quella in cui ci si può meglio riconoscere perché raccoglie le voci di tutti, anche le più critiche. Ed è proprio in virtù di tale pluralismo politico che in esso vengono discusse e prese le decisioni più importanti: la vita dei Governi; le modifiche costituzionali; le leggi attraverso cui i principali bisogni ed interessi sociali vengono riconosciuti meritevoli di tutela e trasformati in atti vincolanti ad efficacia generale; la spesa pubblica; le posizioni da assumere a livello europeo ed internazionale. Il Parlamento, inoltre, costituisce l’ideale crocevia verso cui convergono diversi rapporti: tra elettori, partiti ed eletti; con il Governo; tra istituzioni e società civile; tra centro e periferie; tra Stato e comunità internazionali e sovranazionali. In ultima analisi: il Parlamento rimane il supremo interprete della sovranità popolare esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il Parlamento, dunque, rimane lo specchio fedele del Paese, nei suoi pregi e nei suoi difetti, per cui spesso ad esso si rimprovera di non avere quella tensione verso il bene comune di cui gli stessi italiani spesso difettano, come dimostra l’enorme evasione fiscale. Ciò nonostante, il Parlamento ha unito il Paese, costringendo al confronto, e quindi contribuendo ad integrare nella dialettica parlamentare, e quindi sociale, quelle forze politiche cosiddette antisistema.

In definitiva, nonostante tutto, il Parlamento è il luogo istituzionale grazie a cui le scelte politiche del Paese sono frutto della discussione, del confronto e della mediazione tra le forze politiche in esso presenti alla ricerca di soluzioni il più possibili condivise e, come tali, conformi agli interessi di tutti i cittadini. Illustrare le origini del Parlamento, ripercorrerne l’evoluzione storica, comprenderne l’organizzazione e il funzionamento, analizzare profili e ragioni della sua attuale indubbia crisi: questo è quanto ci proponiamo di fare nelle pagine che seguono, non per farne uno stucchevole elogio ma per interrogarsi e ripensare il ruolo di un organo che deve rimanere una componente essenziale di qualunque ordinamento che voglia dirsi autenticamente democratico. È questa la sfida – difficile ma ineludibile – per chi crede nel valore della partecipazione dei cittadini alla res publica.

25 Giugno 2026

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