La ricerca
Poca politica, molto odio: così le big tech si sono mangiate la democrazia
Premiate rabbia e paura a discapito del ragionamento: la ricerca dell’Università di Urbino inchioda i colossi digitali: urgente una commissione d’inchiesta a Bruxelles
Politica - di Sandro Ruotolo
Quando la mattina accendiamo lo smartphone per scorrere le prime notizie della giornata, compiamo un gesto che consideriamo naturale, quasi neutro. In realtà, stiamo varcando la soglia di un ambiente artificiale, minuziosamente progettato da una manciata di multinazionali globali che rispondono a interessi economici colossali. La domanda che dobbiamo porci, allora, non è più soltanto tecnologica, ma radicalmente politica: chi decide cosa vediamo? Chi stabilisce quali opinioni meritano di diventare virali e quali, al contrario, devono essere condannate all’invisibilità? Per decenni abbiamo dato per scontato che il pluralismo dell’informazione fosse l’architrave di una società aperta e la prima garanzia contro gli abusi di potere. Oggi, però, l’infrastruttura stessa su cui viaggiano le idee non è più pubblica, né collettiva: è privata. È governata da algoritmi opachi, scatole nere di cui nessuno — né i cittadini, né i ricercatori, né i governi — conosce i reali meccanismi di funzionamento. Il modello di business delle Big Tech si regge su una valuta spietata: la nostra attenzione. Più tempo trascorriamo incollati agli schermi, più i profitti crescono.
E in questa corsa all’oro digitale, i contenuti che generano reazioni estreme — la rabbia, la paura, l’indignazione, lo scontro frontale — vengono inevitabilmente premiati a discapito della complessità. La qualità del dibattito pubblico si deteriora, la propaganda prolifera e l’odio viene monetizzato. Una recente ricerca dell’Università di Urbino ha svelato un dato inquietante: i filtri applicati da Meta sui contenuti politici tra il 2021 e il 2025 hanno causato un crollo di oltre il 70% della visibilità media dei rappresentanti istituzionali eletti. Eppure, nello stesso periodo, le reti dell’estremismo complottista e filorusso hanno continuato a espandere la propria portata. Non sappiamo se questa dinamica sia frutto di convenienze strategiche o di cortocircuiti commerciali; sappiamo, però, che senza trasparenza non può esserci una reale competizione democratica. Per questo la proposta di istituire una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sugli algoritmi e di pretendere una vera “par condicio digitale” non è una battaglia tecnica, ma di civiltà. Una urgenza che si fa ancora più drammatica di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, capace di manipolare la realtà al punto da rendere indistinguibile il vero dal falso.
Se l’Europa ha iniziato a tracciare una rotta importante attraverso l’approvazione di norme d’avanguardia — come il Digital Services Act, il Media Freedom Act e l’ AI Act — l’Italia rischia di rimanere al palo, prigioniera di cattive pratiche nazionali e di una perenne tentazione di controllo. L’arretramento del nostro Paese nelle classifiche mondiali sulla libertà di stampa è il sintomo di un malessere profondo. Giornalisti minacciati, costretti a vivere sotto scorta, o trascinati in tribunale attraverso lo strumento del tutto distorto delle querele temerarie (come dimostra la spropositata richiesta di risarcimento da 250 milioni di euro che ha colpito la redazione di Report Rai Tre e quella del Fatto Quotidiano). A questo scenario si aggiungono l’inquietante uso di spyware contro attivisti e cronisti d’inchiesta e, non ultimo, il collasso istituzionale del servizio pubblico. La Rai è ormai ridotta a un terreno di lottizzazione permanente e spartizione politica. L’ultimo giro di nomine e le tensioni interne alla maggioranza dimostrano il fallimento di un modello che considera la televisione di Stato come un bottino della maggioranza di turno e non come un patrimonio dei cittadini che la finanziano. Il Media Freedom Act europeo parla chiaro: servono nomine trasparenti basate sul merito, governance indipendenti e finanziamenti certi per sottrarre l’informazione pubblica ai ricatti della politica. Continuare a ignorare questi vincoli significa allontanare l’Italia dagli standard delle democrazie occidentali.
Le frontiere della libertà si difendono anche nei luoghi in cui si formano le nuove generazioni. Non possiamo più permetterci di scaricare l’intera responsabilità della sicurezza digitale sulle spalle delle famiglie. Se un parco pubblico fosse frequentato da malintenzionati e bulli, nessuno direbbe ai genitori di “vigilare meglio”: esigeremmo che lo Stato rendesse quel parco sicuro. Lo stesso principio deve valere online. Le piattaforme devono rispondere delle dipendenze e delle ansie che i loro sistemi ingegneristici provocano nei minori. Accanto alla sicurezza serve poi un massiccio investimento nella cultura e nell’audiovisivo indipendente, anch’essi minacciati dalle logiche di standardizzazione degli algoritmi. Un Paese che non difende la propria industria culturale si impoverisce non solo economicamente, ma democraticamente. La sfida del nostro tempo è scritta: impedire che il potere tecnologico e la convenienza dei governi diventino più forti della sovranità democratica. La tecnologia deve servire l’uomo, non dominarlo. Perché senza un’informazione libera non esiste una cittadinanza consapevole, e senza cittadini consapevoli, semplicemente, la democrazia cessa di esistere. È tempo che l’Italia faccia, finalmente, la sua parte.