Dopo il caso Alaa Faraj
Strage di Ferragosto, scarcerati tre libici accusati di essere scafisti e reclusi da 10 anni: ammessa revisione del processo
Erano in carcere da dieci anni perché accusati di essere gli “scafisti” che provocarono con la loro condotta quella che è nota come “strage di Ferragosto”, alla guida dell’imbarcazione salpata dalla Libia il 15 agosto 2015 e soccorso al largo della Sicilia con 49 migranti morti asfissiati nella stiva sui 362 a bordo. Tarek Al Amami, Mohannad Khashiba e Abdel Rahman Abdel Monsef, tre degli otto cittadini libici condannati per quella strage, sono stati scarcerati. La Corte d’Appello di Messina, come riferisce l’Ansa, ha accolto le istanze di revisione presentate dai loro legali e il processo di revisione avrà inizio ad ottobre.
La loro scarcerazione, così come l’istanza di revisione del processo, segue quella avvenuta un mese fa per Alla F. Hamad Abdelkarim, l’ex calciatore libico conosciuto come Alaa Faraj che dal 19 maggio scorso è libero dopo una condanna a 30 anni di reclusione per omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dopo essersi vista riconosciuta la revisione.
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Tutti sono difesi dall’avvocato Cinzia Pecoraro, lo stesso legale di Faraj: anche un quinto cittadino libico condannato ha chiesto la sospensione della pena e l’istanza di revisione, con una decisione nel merito attesa nei prossimi giorni. “È emerso chiaramente che su quella barca non vi era nessun equipaggio e quindi i condannati non avevano commesso nessun reato”, spiega l’avvocato Pecoraro.
La sentenza di condanna nei confronti di Alaa Faraj e degli altri libici era stata per anni al centro delle polemiche di attivisti e giuristi come l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky, che hanno sempre criticato la condanna e l’impianto delle accuse nei suoi confronti degli imputati, in particolare sulle testimonianze ritenute inaffidabili che portarono alle sentenze di condanna.
Come ricorda l’Ansa, l’istanza di revisione a dalla Corte di appello di Messina della sentenza che ha condannato Alaa Farj a 30 anni di carcere si basa soprattutto sulla testimonianza, richiesta dall’avvocato Pecoraro, del cosiddetto “capitano”, uno degli otto condannati per la strage che aveva scagionato non solo Faraj ma anche gli altri sei. Il testimone aveva raccontato che su quel barcone “non vi era alcun equipaggio” e che l’ultima fase prima della partenza del barcone era stata gestita da due libici, rimasti poi in Africa, che avevano riempito l’imbarcazione a dismisura con oltre 350 persone.