La sentenza
Almasri condannato in Libia, 7 anni al “tagliagole” per le torture nei suoi campi di detenzione: l’Italia lo aveva liberato
Osama Almasri Njeem, il tagliagole ex capo della polizia giudiziaria libica fermato a Torino il 19 gennaio dello scorso anno e due giorni dopo scarcerato e rimpatriato nel suo Paese a bordo di un aereo di Stato senza preavviso o consultazione con la Corte penale internazionale, è stato condannato a sette anni e 4 mesi di reclusione da un tribunale di Tripoli, in Libia, per l’accusa di violazione dei diritti umani di alcune persone migranti trattenute nei centri di detenzione di cui era responsabile. Almasri era stato arrestato lo scorso novembre dalle autorità libiche con l’accusa di aver torturato dieci persone migranti, di cui una era morta a causa delle violenze subite.
Il suo arresto in patria era stato in realtà anche la conseguenza delle guerre di potere nel Paese rimasto “orfano” della leadership di Muammar Gheddafi, il dittatore deposto nel 2011 dopo l’esplodere delle “primavere arabe” e di una rivolta interna al Paese sostenuta dalle forze Nato, in particolare su pressing francese. Dopo la sostanziale divisione della Libia in due, con la Tripolitania nella parte occidentale controllata dal Governo di Unità Nazionale guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite, e la Cirenaica ad est dominata politicamente dalla Camera dei Rappresentanti (il parlamento di Tobruk) e militarmente dall’Esercito Nazionale con la leadership di fatto nelle mani del generale Khalifa Haftar, Almasri ha ottenuto incarichi molto rilevanti nella polizia giudiziaria del governo che controlla la capitale Tripoli.
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Una situazione cambiata lo scorso anno a causa degli scontri tra milizie seguiti all’uccisione di uno dei più potenti rivali del primo ministro Dbeibah. Almasri in particolare appartiene alla fazione opposta a quella di Dbeibah, che ne aveva approfittato per provare a eliminare anche lui: per questo, verosimilmente, nel maggio 2025 il governo libico di Dbeibah ha accettato di riconoscere la giurisdizione della Corte penale internazionale e in seguito fatto emettere nei suoi confronti un ordine di comparizione.