Il dito nella piaga della sinistra
Perché il “patentino antifascista” è il dito nella piaga della sinistra: il fascismo si combatte con le idee, non con le petizioni
L’antifascismo è una cosa serissima. Anzitutto è comportamento, stile di vita, etica quotidiana, e non adesione formale a tavole di valori. Se la sinistra smetterà di considerarsi ontologicamente migliore della destra – e tenterà di ispirarsi di più alla sinistra gobettiana e leviana - allora potrebbe perfino sforzarsi di esserlo davvero
Cultura - di Filippo La Porta
Diciamolo subito: già definire la sottoscrizione richiesta dalla AIE agli editori/espositori – di condivisione dei principi costituzionali (per poter partecipare alla manifestazione “Più libri più liberi”) – “patentino antifascista”, è un gesto sprezzante, beffardo, a suo modo tipicamente “fascista”. Solo per questo non dovremmo usarlo.
Inoltre: Meloni in questo momento deve arginare Vannacci, fronteggiarlo sul suo terreno, etc. Infine: quella richiesta di condivisione dei valori antifascisti c’è sempre stata nel regolamento storico della manifestazione, solo che ora viene rafforzata con un nuovo allegato, dove si chiede di “aderire ai valori e ai principi espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani; riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”. Suppongo per scongiurare fenomeni analoghi a quello della casa editrice Passaggio nel bosco, che pubblica Codreanu, Evola e i discorsi di Himmler (vedi precedente edizione dove ebbe uno stand, variamente contestato). Ma nel momento in cui la questione è esplosa, sia pur malamente e in modo strumentale (da parte del governo), occorre affrontarla nei termini giusti. Anche trascendendo l’episodio contingente che ha originato la polemica. No, non possiamo chiedere una sottoscrizione di condivisione di principi a chicchessia come precondizione per partecipare a un evento culturale. Se poi qualcuno fa apologia di fascismo (reato di cui, ahinoi, la Corte Costituzionale ha molto ristretto il campo) o istiga all’odio e alla discriminazione, allora incappa rispettivamente nelle leggi Scelba e Mancino e compie un reato (penale), che la magistratura dovrà accertare.
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Ma dobbiamo dirlo con forza: l’antifascismo – che è cosa serissima, e sul quale solo si fonda la nostra repubblica (non a caso ai caduti della RSI non sono state dedicate piazze e strade del nostro paese) – è anzitutto comportamento, stile di vita, etica quotidiana, e non adesione formale a tavole di valori. Senza volerlo l’AIE mette il dito nella piaga della sinistra italiana, nel suo vizio originario, e cioè nella incoerenza, nella dissonanza tra principi sbandierati e concrete pratiche di vita. Chi è di sinistra si sente migliore, e dunque non fa nessuno sforzo per esserlo! Nel nostro paese la sinistra ha dato vita a logiche di potere e spartizione, lottizzazioni selvagge, clientelismi, strategie lobbistiche, etc.. La destra, che avrebbe dovuto essere – nelle intenzioni – almeno più “austera”, ha poi riprodotto tale prassi, in modo becero e sfrontato, ma non è questo il punto. Scriveva Carlo Levi, giellista, nel 1932: “combattere il fascismo soprattutto dentro di noi”. Ora, anche se la parola e l’idea di “comunismo” resta per me bellissima (ciò mi impedisce di dichiararmi tout court “anticomunista”), e come sappiamo precede lo stesso Marx, a me pare che Carlo Levi ( di cui il romanzo L’orologio è un manifesto della sinistra libertaria), Giustizia e libertà, Gobetti e Rosselli, Chiaromonte e Calogero, l’azionismo, siano nel nostro paese la tradizione dei “giusti”, di quelli che secondo il Talmud ogni volta salvano il mondo. E pensavano la democrazia come autogoverno. Per loro l’etica viene prima della politica, la verità prima della tattica, gli individui prima degli apparati, i comportamenti reali prima delle firme e delle petizioni di principio.
E ancora: il fascismo, che oggi ritorna in mille forme, subdole o esplicite, si combatte sul piano delle idee. Cacciari in TV ha dichiarato di aver “convertito” tanti giovani neofascisti. È in parte successo anche a me, quando mi ritrovai in un festival destrorso dell’editoria. Perché? Perché è vero che il fascismo ( e il nazismo) può anche appoggiarsi a una corposa tradizione di pensiero. Non coincide, purtroppo, con l’incultura. Insomma non basta commentare un sonetto per fare dell’antifascismo, come si illudeva Croce. Però il fascismo si basa nonostante tutto su una bugia intorno alla condizione umana: nega la debolezza, ha il culto della forza (che come diceva il Qohelet non appartiene a nessuno, passa e va), rimuove la nostra infermità originaria, e perciò stesso si mette fuori della realtà. Céline lo sapeva benissimo, lui che ha scritto il grande romanzo populista del ‘900, amato da Trotsky, tutto dalla parte dei deboli, degli sventurati, dei disertori, ma simpatizzò col nazismo – quando ormai il nazismo stava perdendo! – per odio verso l’ipocrisia e il perbenismo della sinistra. E, al di là dell’obnubilamento totale antisemita che lo colpì, se nel suo infame pamphlet Bagatelle per un massacro provate a sostituire “ebreo” con “borghese” funziona benissimo. Per inciso noto che, salvo rare eccezioni nessun “intellettuale di destra” potrà dirvelo, perché anche gli autori che si dichiaravano di destra (Céline, Evola, Pound, Hamsun…) li potete leggere quasi sempre in edizioni critiche curate e prefate da studiosi di sinistra.
È proprio la logica delle adesioni formali e delle dichiarazioni ad aver inquinato la storia della sinistra. Su di essa si fondava lo scambio scellerato tra PCI e intellettuali “organici”: in cambio della firma a un manifesto, che non costava nulla, il Partito garantiva all’intellettuale (e all’artista) il proprio sostegno e il consenso della Classe Operaia. Non sempre è stato così, naturalmente. Proprio il rapporto tormentato dell’ “eretico” (ma anche fedele) Pasolini con il PCI ha costituito una vicenda esemplare in tal senso. Credo che l’invito a condividere obbligatoriamente e pubblicamente dei valori per poter partecipare a una fiera o iniziativa che riguardi la cultura sia un atto abusivo, che invade l’autonomia degli individui, ai quali possiamo solo chiedere il rispetto delle leggi. E poi: se davvero la sinistra smetterà di considerarsi ontologicamente migliore della destra – e tenterà di ispirarsi di più alla sinistra gobettiana e leviana – allora potrebbe perfino sforzarsi di esserlo veramente. Una cosa per la quale, almeno potenzialmente, sembrerebbe meglio attrezzata della destra, per i suoi valori universalistici e inclusivi.