Parla la regista afgana

‘No good men’, parla la regista Shahrbanoo Sadat: “Il patriarcato in Afghanistan in un film che fa anche sorridere”

“Come la protagonista del film - spiega la filmaker che dopo l’arrivo dei talebani si è trasferita in Germania - credevo che nel mio Paese non ci fossero uomini buoni”

Interviste - di Chiara Nicoletti

10 Giugno 2026 alle 20:00

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Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP
Photo by Scott A Garfitt/Invision/AP

In uscita il 28 maggio, distribuito da Be Water in collaborazione con Medusa, No Good Men è stato il film d’apertura della Berlinale 2026. Scritto, diretto e interpretato dalla regista afgana Shahrbanoo Sadat, è ambientato nell’Afghanistan del 2021, negli ultimi giorni prima del ritorno dei talebani. Protagonista è Naru, l’unica camerawoman della principale televisione di Kabul, che lotta per ottenere la custodia del figlio di tre anni dopo aver lasciato il marito traditore seriale. Convinta che in Afghanistan non esistano uomini buoni, Naru viene colta di sorpresa quando Qodrat, il giornalista più importante della TV di Kabul, le offre un’opportunità professionale. Mentre i due attraversano la città documentandone gli ultimi giorni di libertà, tra loro scoccano scintille e Naru comincia a dubitare di se stessa: potrebbe esistere davvero un uomo buono? Una commedia romantica nata nell’ombra del regime che diventa anche un atto di resistenza. La strada verso il film non è stata semplice. Evacuata in Germania nel 2021, la regista, dopo la Berlinale, è approdata in Italia per presentare il film.

Non è solo la regista del film ma anche la protagonista del film. Lo ha deciso per ragioni più autobiografiche?
No, per me non è un film autobiografico. Io non sono Naru ma mi sono ispirata ad alcune ambientazioni e, ovviamente, ad alcune esperienze vissute, e ci sono molte cose in comune con me perché parlo di una donna che riconosco e che mi somiglia, una donna che vive nel centro di Kabul, che è una bolla. Come donna, se vivi in quel centro, sei una delle più fortunate e privilegiate semplicemente per via del luogo in cui abiti; perché nel momento in cui esci da questa bolla, perdi parte o tutta la tua indipendenza, di colpo. Volevo parlare di come ci si sente a essere questa donna, a vivere nei suoi panni, in quella città e in quel sistema, dopo aver vissuto in quella società per vent’anni.

Ha scelto un tono più leggero per questo film. Perché?
È successo in modo molto organico, non l’ho pianificato. Mi sono fatta ispirare dalla mia vita quotidiana a Kabul, che non è triste e non è depressa. È come quella di un essere umano normale che vive però dentro una geografia diversa. Vivo in una società profondamente patriarcale, con un sistema rotto e restrizioni per le donne, ma ho sempre trovato la maniera di viverci. Le donne in Afghanistan vivono sotto quel famoso soffitto di cristallo che limita la loro libertà, ma non significa che lo accettino. Per esempio, ho fatto un cortometraggio chiamato Super Afghan Gym; molte donne mi hanno scritto dicendo che, non potendo andare a scuola o a lavorare sotto il regime talebano, vanno segretamente in palestra a fare i muscoli, e questo è il momento più bello della loro giornata. Mi spezza il cuore, ma loro sono le mie eroine perché non danno ascolto ai divieti. Quindi per me è stato molto naturale raccontarle in questa società.

Ho letto che quando cercava i finanziatori per il suo film, ha dovuto affrontare delle resistenze perché è stato considerato da alcuni offensivo. Ci racconta?
Prima di tutto è stata una sorpresa. Pensavo che una commedia romantica fosse un’idea brillante ma poi sono arrivati i rifiuti con lettere che spiegavano che, pur trovando la storia valida, come enti di finanziamento cinematografico si sentivano offesi e ritenevano inappropriato sostenere una commedia romantica mentre là fuori ci sono coraggiose donne afghane che combattono i talebani. Mi sono a mia volta offesa proprio per il fatto che si siano sentiti offesi dal mio progetto. So gestire un rifiuto, ma non l’aspettativa che hanno verso di me, noi: pensano che la commedia romantica sia riservata solo ai bianchi, agli americani o ai britannici, e cercano di dire agli artisti afghani che tipo di arte possono creare. Ho lasciato l’Afghanistan per uscire da quella gabbia e sono venuta qui in Europa come artista per fare quello che voglio. È stata anche una battaglia sul processo artistico: come filtrare e realizzare un film più leggero per un pubblico internazionale che non conosce quella società? Un regista americano o europeo avrebbe meno materiale da gestire, ma quando ci vivi conosci così tanti dettagli e tutto è personale ed emotivo.

Quando ha capito che questa era anche una storia sul patriarcato ed un modo per verificare se esistano davvero uomini buoni nella vita reale?
Ci sono voluti anni. Nei miei primi vent’anni di vita credevo davvero che non ci fossero uomini buoni in Afghanistan. Era la mia realtà; ogni donna che incontravo, anche una sconosciuta sull’autobus, mi diceva la stessa cosa. Poi ho ottenuto il mio primo lavoro in un canale televisivo e ho incontrato Anvar. Era un giornalista che amava il cinema. Quando l’ho conosciuto, ero confusa; pensavo ci fosse una cospirazione o un piano. Non riuscivo a credere che un uomo mi trattasse come sua eguale, rispettasse le mie idee e chiedesse la mia opinione. Ci sono voluti anni per cambiare mentalità e capire che, pur essendo valida la mia realtà, ne esistevano altre. In seguito ho incontrato molti altri uomini buoni. Per esempio, il padre di una delle mie attrici era un contadino analfabeta. Eppure ha portato sua figlia in bicicletta attraverso zone controllate dai talebani, subendo le prese in giro degli altri uomini, pur di mandarla a scuola. Ha avuto tanto coraggio. In una società patriarcale, essere un uomo buono è difficile perché chi lo è viene deriso e la sua virilità viene messa in discussione. Ci vuole coraggio per rifiutare i privilegi che la società patriarcale offre gratuitamente agli uomini e stare al fianco delle donne nella propria vita. Spero che ce ne siano sempre di più nel prossimo futuro di uomini buoni così.

Oggi vive in Germania. Com’è la situazione per le donne in Afghanistan?
Non vivo in Afghanistan da quattro anni. Quindi non ho davvero le informazioni di prima mano da condividere con voi come farebbe qualcuno che è sul campo. Purtroppo non ho questo tipo di conoscenza diretta, ma seguendo le notizie e parlando con amici e con persone che sono ancora in Afghanistan, è ovviamente una situazione orribile, perché il paese è governato da un gruppo terroristico che non ha alcuna idea del mondo di oggi. E ovviamente per le donne afgane, che hanno già vissuto una società patriarcale con molti limiti e restrizioni, i talebani rappresentano un altro livello, è solo una versione aggiornata di quello che hanno già attraversato. La loro vita si è interrotta negli ultimi cinque anni.

Alla Berlinale Wim Wenders ha detto che i film non possono davvero fare la differenza politicamente. Che ne pensa?
C’è un’aspettativa che io debba essere una regista politica perché vengo dall’Afghanistan, ma non voglio che questa identità mi venga imposta. Voglio essere una regista libera che decide i contenuti. Quando le persone dicono di essere registe politiche, i loro film nascono da un’agenda o da un’ideologia. Nel mio caso, quando inizio non so di cosa parla il mio film; mi ci sono voluti tre anni e dodici bozze di sceneggiatura per capire che stavo parlando di patriarcato. La gente mi chiede se sono femminista; sono orgogliosamente femminista e tutti dovrebbero esserlo, ma non mi piace essere etichettata. La mia scelta di fare una commedia romantica non dovrebbe essere messa in discussione dai finanziatori solo perché pensano che dovrei fare film politici. Io volevo fare una commedia romantica in un paese che è stato sempre rappresentato in drammi di guerra, questa era la cosa più politica che potessi fare.

10 Giugno 2026

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