Il duro cammino verso le primarie
Tassa patrimoniale, il ‘Campo largo’ si impantana: 5 Stelle e Renzi si sfilano, il cammino unitario in salita
“Prima il programma, poi il candidato premier”, è il refrain di queste ore. Ma se la tassa sui super ricchi invocata da Avs riscuote l’apertura del Pd, i pentastellati e Italia Viva si sfilano: “Non se ne parla”
Politica - di David Romoli
Il Campo Largo teme le primarie sul candidato premier e non senza ragione. Tra le diverse formule che mirano a prendere tempo, anche nella speranza che la Consulta risolva il problema cassando l’indicazione del candidato nel programma prevista dalla legge elettorale della destra, campeggia quella che recita: “Prima il programma, poi il candidato”. Però non è che se dai nomi si passa ai programmi la strada sia molto più in discesa.
Elly Schlein, per esempio, apre alla patrimoniale, cavallo di battaglia di Avs. E lo fa peraltro con enorme prudenza: “Sono sempre stata favorevole a introdurla a livello europeo. A livello nazionale ne parleremo con gli alleati perché ci sono posizioni diverse”. Il problema è che definire un programma significa proprio “parlare con gli alleati” ma su un tema tanto rilevante quanto la patrimoniale le posizioni sono tanto distanti da rendere tutt’altro che facile l’amichevole chiacchierata. Sulla carta non ci dovrebbero essere problemi. Sia il Pd che Avs hanno più volte indicato una tassa sui super-ricchi come via maestra per evitare di fare cassa sulla pelle dei meno abbienti. Schlein infatti conferma: “Stiamo parlando dell’1% forse anche meno della popolazione rispetto all’esigenza di garantire servizi pubblici al 99%”. Quell’esigenza, nei quasi quattro anni di governo Meloni, è stata condivisa da quasi tutti. Ma passare a una proposta esplicita è ben diverso. Renzi punta i piedi subito: “Sarebbe un errore tattico e strategico”.
I 5S, con Baldino, respingono l’idea: “No, la patrimoniale non c’è. È solo fumo negli occhi agitato dalla destra. Noi abbiamo tantissime idee per redistribuire la ricchezza”. La destra però non si lascia certo scappare l’occasione. Fi e Lega caricano a testa bassa. “La sinistra è unita solo sull’aumento delle tasse. Con noi la patrimoniale non ci sarà mai”, si lancia Tajani e il leghista Centemero fa coro. Il Pd, data la delicatezza della questione non commenta ma Bonelli, co-leader di Avs, non può permettere che il cavallo di battaglia della sinistra venga cassato così e insiste: “La patrimoniale già la pagano tutti gli italiani. È ora che la paghino anche i super-ricchi”. Su questo probabilmente sarebbe d’accordo la grande maggioranza dell’intera popolazione, se non ci fosse la paura che partendo dai super-ricchi, che sanno peraltro benissimo come sgusciare, si arriverebbe presto alle loro molto meno gonfie tasse. In campagna elettorale, insomma, agitare il tema è pericoloso. Una parte dell’elettorato si aspetta precisamente misure come la patrimoniale, un’altra parte però alla sola parola tasse mette mano alla scheda e vota per la controparte, come sapeva benissimo Berlusconi che sulla paura del fisco ha campato letteralmente per decenni.
Il problema però è più generale e non riguarda solo questo o quel punto critico. Non a caso in Germania, dove il programma di coalizione viene preso sul serio, ci si lavora per settimane e lo si considera impegnativo, lo si stila dopo e non prima del voto. Perché un programma messo in campo prima delle urne non può che avere una molto marcata connotazione elettorale. È un manifesto più che un programma. Mira ad acchiappare voti e quindi deve promettere molto ma senza scontentare l’elettorato potenziale. Non è il solo argomento che depone a sfavore della formula “Prima il programma”. Se si riuscisse per miracolo a definire un programma sufficientemente preciso e impegnativo da costituire un solido tessuto comune della coalizione, il voto sul candidato premier non riguarderebbe più la politica ma solo una scelta su chi pare più accattivante e non è precisamente il massimo come criterio politico.
Schlein, nel weekend, ha di nuovo escluso categoricamente ogni possibile ricorso a un “papa straniero”, cioè a un candidato scelto dai leader ma senza essere espressione di nessun partito. Per la segretaria del Pd restano quindi due sole strade: o il leader del partito più votato è automaticamente il candidato premier, ma questa è una strada sbarrata da Conte, oppure non restano che le primarie. Sono effettivamente rischiose ma, sulla base di un terreno di massima comune e di identici valori, scegliere il candidato non solo per la telegenicità ma anche e soprattutto come testimonial di opzioni parzialmente distinte, pur se non opposte, potrebbe trasformare un danno in un vantaggio strategico. Per il centrosinistra e in generale per il livello dello scontro politico.