Il nuovo progetto del cantautore
De Gregori torna con “Nevergreen”: le pagine scure del cantautore nel progetto che include album, concerti e un docufilm
Il cantautore ritorna con “Nevergreen”. progetto che include un docufilm, un album live e concerti, pieno di canzoni poco note. Tra graffi e provocazioni: “Springsteen? Non ci serve”
Cultura - di Graziella Balestrieri
Francesco De Gregori torna con Nevergreen (Perfette sconosciute), progetto dedicato ai brani meno noti del suo repertorio. Nato dalla residenza al Teatro Out Off di Milano, il lavoro si sviluppa in un docufilm di Stefano Pistolini, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia un anno fa e che andrà in onda il 4 giugno su Rai3, un disco live in uscita a ottobre e una nuova serie di concerti tra Roma e Milano. Alla presentazione, il cantautore ha ribadito la sua distanza dalle logiche dell’industria musicale: “sold out”, “biopic” e “vip” sono parole che, ha detto, non lo rappresentano. Una posizione coerente con la scelta di esibirsi in spazi raccolti, lontani dalla dimensione degli stadi, per privilegiare un rapporto più diretto con il pubblico.
Il progetto punta infatti a valorizzare le cosiddette “nevergreen”, canzoni mai diventate celebri ma centrali nella sua produzione artistica. Un’impostazione che si propone come alternativa al modello dominante basato su grandi numeri e successi consolidati. Diverse le tematiche che ha affrontato durante l’incontro: partendo dalla sua non partecipazione al Festival di Sanremo, ribadendo che è una scelta maturata in gioventù: dopo la morte di Luigi Tenco, ha promesso a sé stesso che non avrebbe mai partecipato alla manifestazione: “Avevo sedici, diciassette anni. Si uccise Luigi Tenco e giurai che lì non ci sarei mai andato, a nessuna condizione”. De Gregori non alza mai il tono della sua voce, ma il giudizio è sempre netto. Riflettendo sul mondo della musica di oggi, il cantautore osserva con lucidità come sia cambiato il sistema che decide cosa viene ascoltato e cosa no. “Se oggi avessi vent’anni e scrivessi Rimmel, mi darebbero spazio? La risposta purtroppo è no”, afferma. Non è nostalgia, ma una constatazione: il modello di canzone che ha caratterizzato la sua generazione – struttura classica e attenzione al testo – sembra non avere più spazio in un’industria guidata da logiche diverse.
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Secondo De Gregori, il cambiamento non riguarda solo il gusto del pubblico, ma il meccanismo che seleziona e promuove la musica. Un sistema in cui l’algoritmo gioca un ruolo sempre più centrale nel determinare la visibilità degli artisti e dei brani. Un tema che il cantautore collega, in modo inatteso (forse) alla riflessione contenuta nell’enciclica di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale: non è lo strumento in sé a essere in discussione, ma il rischio di trasformarlo in criterio di giudizio. Accanto alla riflessione sul presente, emerge il ricordo di Lucio Dalla, figura centrale nella sua formazione. De Gregori racconta un rapporto fatto di stima, confronto e anche conflitto, ma soprattutto segnato da una reciproca influenza artistica. “Lucio mi ha tirato fuori il canto”, dice, ricordandone l’umanità e la curiosità intellettuale. E sottolinea come un suo suggerimento, scrivere autonomamente i testi, abbia contribuito alla nascita di Com’è profondo il mare. Un episodio che restituisce l’idea di una creatività fondata su intuizione e relazione, lontana dalle logiche di mercato. Sul piano politico, De Gregori mantiene una posizione di distacco. Dice di vivere con partecipazione le crisi internazionali, ma rifiuta il ruolo dell’artista che si esprime con proclami pubblici.
“Non mi sento di dare lezioni su Gaza o sull’Iran”, spiega, rivendicando una visione non ideologica e preferendo affidarsi alla riflessione di filosofi piuttosto che alle prese di posizione del mondo dello spettacolo. De Gregori ha anche ribadito che – almeno dal suo punto di vista – non abbiamo bisogno di Bruce Springsteen che fa proclami politici o che ci ricordi quello che Trump sta facendo al mondo. In realtà però, aggiungiamo noi, bisognerebbe cogliere l’importanza della figura di Bruce Springsteen in America e del potere che ha sulle coscienze: non il potere di cambiare il mondo ma di cambiare le coscienze. Possiamo anche aggiungere che per questo Bruce Springsteen si è preso gli insulti di Trump, il Presidente degli Stati Uniti d’America… Prova provata che a qualcuno importa quello che il Boss dice da un palco. E se Springsteen non è per lui necessario, De Gregori trova in Bob Dylan un modello da “seguire”; anche qui però c’è una piccola precisazione da fare: Bob Dylan non ha mai fatto proclami, però se dopo 10 anni è tornato a suonare dal vivo Masters of War, tanto indifferente a quello che accade non deve essere, e si sa che Bob Dylan non fa mai niente per caso e proclama attraverso le sue canzoni.
Infine, il tema più personale: la fine dell’ispirazione. De Gregori ammette di non scrivere nuove canzoni da anni, non per mancanza di capacità tecnica ma di impulso creativo. “Potrei scrivere una canzone in un pomeriggio, ma manca l’ispirazione”, dice. Nessun annuncio, nessuna strategia: solo la possibilità, un giorno, di “sparire” senza clamore. Nel frattempo, continuerà a esibirsi, senza misurare il successo in termini di numeri. “Continuerò a fare il cantante senza contare quanti vengono ad ascoltarmi”. Una scelta che segna una distanza netta rispetto all’industria contemporanea e ribadisce una differenza sostanziale: quella tra chi fa arte e chi segue il mercato.