L'eredità pannelliana

La politica con altri mezzi: il metodo Pannella

La vera forza del radicalismo pannelliano non è mai stata nei numeri, ma nei meccanismi. Era la prassi radicale a rendere possibile la costruzione di maggioranze trasversali, mai ideologiche, sempre di scopo.

Politica - di Andrea Pugiotto

26 Maggio 2026 alle 19:30

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Photo credits: Alessandro Paris/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Paris/Imagoeconomica

1. Ricordare Marco Pannella, a dieci anni dal suo congedo dalla vita, è un esercizio rischioso. Perché la commemorazione è sempre in agguato: addomestica, trasfigura, sigilla. Pannella, invece, è tutto fuorché archiviabile. Non si lascia chiudere in una formula, né confinare in una stagione della Repubblica. Non si lascia normalizzare. È – ancora oggi – una figura eccedente, come è sempre stata: nel corpo e nella parola, nel cibo e nel fumo, finanche – alla fine – nelle cravatte e nella chioma. Il modo meno infedele per ricordarlo è quello di riattivarlo. Perché la memoria – diceva Pannella – «è il fiume di Eraclito che continua a scorrere, è materiale che vive dentro di noi e che proprio come noi si trasforma». Proviamo allora a capire che cosa, della sua prassi politica, sia di nuovo utilizzabile. Non cosa resta, dunque. Ma cosa funziona ancora. Rimane fuori, inevitabilmente, l’altra dimensione di Pannella: quella fisica, emotiva, perfino teatrale. La voce, il digiuno, le intemperanze, l’empatia, le notti radiofoniche, la vitalità debordante. Una dimensione così clamorosa da sottrarsi tuttora a ogni tentativo di ordinata ricostruzione.

2. Per chi – come me – guarda alla sua azione politica con gli occhiali del costituzionalista, il suo lascito fondamentale è un metodo. Pannella ha praticato una politica capace di usare il diritto (lex) in funzione dei diritti (iura). L’apparente gioco di parole descrive bene un autentico rovesciamento di prospettiva. In un sistema politico impermeabile a nuove istanze sociali, Pannella ha rifuggito le secche della sterile protesta e dell’indignazione moralistica verso l’ingiustizia delle leggi. Si è posto, invece, una domanda: come posso cambiarle, quelle leggi, usando le regole del gioco? E ha attivato strumenti fino ad allora inediti.
Il primo è il referendum. Non solo come strumento abrogativo, ma come «seconda scheda» capace di trasformare l’elettore in legislatore: attraverso i quesiti manipolativi, infatti, l’elettore non cancella soltanto una norma, la riscrive. È una forma di democrazia diretta che non sostituisce – populisticamente – la rappresentanza parlamentare, ma la corregge. È un’intuizione quasi sovversiva, ma pur sempre interna all’ordinamento cui restituisce nuova linfa.
Il secondo strumento è la disobbedienza civile. E qui Pannella compie un’operazione ancora più raffinata. Disobbedire alla legge non per negarla, ma per portarla a giudizio, creando le condizioni processuali perché un giudice sollevi la questione di legittimità costituzionale. In tal modo la sopravvivenza della legge non dipende più dal consenso, ma dalla sua legalità. È così che il conflitto politico entra nella giurisdizione. È così che una minoranza, addirittura il singolo militante, può incidere sull’ordinamento, modificandolo.
La terza intuizione è la tutela sovranazionale dei diritti. Se «la peste italiana» rende inefficaci i meccanismi di garanzia interni, l’alternativa alla rassegnazione è la ricerca di un giudice altrove. Caso per caso, lo si troverà a Strasburgo (la Corte EDU), a Lussemburgo (la Corte UE), a L’Aja (la Corte Penale Internazionale), perfino a New York (il Comitato per i Diritti umani dell’ONU). È così che, artigianalmente, abbiamo sperimentato quel sistema multilivello di garanzie che, oggi, supera i confini della legalità nazionale: un intreccio tra corti, ordinamenti e interpretazioni capace di rafforzare le libertà e lo stato di diritto. In sintesi, si può certamente dire che Marco Pannella non ha mai aggirato la legge, perché prendeva tremendamente sul serio la legalità.

3. Tutto questo è reso possibile, a monte, da una scelta radicale nel senso pieno del termine: la nonviolenza. Che con Pannella smette di essere postura morale o testimonianza individuale, elevandosi a tecnica politica. Pannella ha sempre rifiutato la violenza, in ogni sua forma. Quella rivoluzionaria dei «compagni assassini». Quella di massa perché «alla lunga ogni fucile è nero». E – più di tutte – quella delle istituzioni perché – tra tutte – la più insidiosa: ha il volto della legalità, ma non sempre il contenuto della giustizia. Rifiutando la violenza, l’idea che il fine possa giustificare i mezzi non solo è negata, ma capovolta: sono sempre i mezzi a prefigurare i fini. Perché, se i mezzi sono violenti, anche i fini inevitabilmente lo saranno. Se i mezzi sono nonviolenti, i fini potranno esserlo e i frutti – a Dio piacendo – saranno d’oro. La scelta nonviolenta diventa così scelta strategica. La politica non è più il luogo dello scontro tra nemici, ma del confronto tra avversari. Non si tratta di eliminare l’altro, ma di convincerlo, perché «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare di eliminarlo». È, questa, la matrice di una politica costituzionalmente orientata: assume il conflitto, ma ne disciplina le forme, disinnescandone la carica esplosiva attraverso il diritto che, al fondo, è violenza domata.

4. Arriviamo così al cuore della lezione pannelliana: la diffidenza verso le grandi narrazioni, verso le filosofie della storia. A tutto questo, Pannella ha sempre preferito le battaglie di scopo. Battaglie con un inizio e una fine. Battaglie che non promettono orizzonti futuri, ma obiettivi concreti. Alle rette tendenti all’infinito, contrapponeva «un segmento di teoria della prassi». E questo cambia tutto. Perché una battaglia di scopo può essere vinta o persa. Può essere misurata e giudicata. La lotta per qualunque palingenesi, invece, è senza tempo né misura. Tende sempre a rinviare il proprio traguardo. A spostarlo più in là. Ma una politica che non si lascia verificare è una politica che non risponde: è, alla lettera, una politica irresponsabile. Ecco perché solo le battaglie di scopo sono autenticamente politiche, diversamente da quelle senza fine che rischiano sempre la sclerosi ideologica. Pannella, infatti, ha incarnato non un’ideologia, ma una prassi. Si spiega così il paradosso di un Partito Radicale, per lo più marginale sul piano elettorale, eppure capace di vincere battaglie decisive.

Com’è stato possibile? La vera forza del radicalismo pannelliano non è mai stata nei numeri, ma nei meccanismi. Era la prassi radicale a rendere possibile la costruzione di maggioranze trasversali, mai ideologiche, sempre di scopo. «Fantasia ed egemonia» (Franco Corleone): è così che una minoranza diventa – su singole questioni – maggioranza. Naturalmente, tutto questo ha avuto un costo. Pannella è stato spesso fuori sincrono. Troppo in anticipo. E in politica «una verità detta troppo presto è peggio di una bestemmia» (Riccardo Nencini). Le intuizioni non vengono comprese, le proposte appaiono stravaganti, i risultati elettorali restano modesti. Salvo poi, nel tempo, vedere molte delle proprie idee diventare patrimonio comune. È stato il prezzo della libertà di chi incarnava «uno scandalo inintegrabile» (Pier Paolo Pasolini), continua pietra d’inciampo per la politica italiana.

5. Dunque, che cosa possiamo fare, oggi, con Marco Pannella? Replicarlo sarebbe caricaturale. Celebrarlo sarebbe sterile. Possiamo rinnovarne la prassi capace di agire trasformando. Negli ultimi giorni di vita, Pannella lascia un messaggio: «Ragazzi, niente tristezza, sappiate che – storicamente – alla fine abbiamo vinto noi». Suona come un’illusione prometeica. Sembra l’estremo esempio del titanismo tipico del personaggio. In realtà, va letto così: abbiamo vinto non perché abbiamo conquistato il potere, ma perché abbiamo cambiato le regole del gioco politico. Dimostrando che si può agire senza violenza. Che si può incidere senza essere maggioranza. Che si può usare il diritto per produrre libertà. Se così è, allora quella vittoria non è chiusa nel passato. È ancora una possibilità. E le possibilità non stanno nei “coccodrilli” celebrativi, ma nelle mani di chi decide di farne uso.

26 Maggio 2026

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