Dieci anni fa la morte del leader radicale
L’eredità inesauribile di Marco Pannella
Politica - di Rita Bernardini
«La stiamo registrando, ’sta riunione?». Era una domanda che tornava spesso. Se qualcuno di noi si distraeva e non faceva partire la registrazione, Marco si incazzava di brutto. E non parlo delle riunioni “ufficiali” dei soggetti dell’area radicale, perché quelle andavano spesso in diretta su Radio Radicale e, in ogni caso, finivano sul sito della radio. Parlo delle riunioni “interne” del “gruppo dirigente”, spesso allargato, senza troppi riguardi, al primo che passava in sede. Il senso di quella mania di registrare tutto — e di catalogare tutto — Pannella lo spiegava più o meno così: serve a noi, certo, ma serve soprattutto a chi, un giorno, vorrà studiare il Partito Radicale e gli altri soggetti dell’area per capire come si arrivava a certe scelte politiche; per ricostruire il percorso che portava, per esempio, a dare priorità a un candidato piuttosto che a un altro. A volte erano riunioni dure, perfino drammatiche, anche sul piano personale: c’erano pianti, litigate, scazzi. Marco, con il suo carisma e la sua autorevolezza, riusciva però a tenere insieme tutto e tutti, e quei “drammi”, quelle “rotture”, finivano quasi sempre per diventare occasioni di crescita per chi, in quel momento, si sentiva messo da parte o sottovalutato. Se dovessi mettermi a fare l’elenco di quanti “politici” — poi passati attraverso le più diverse formazioni di partito — si è in qualche modo “inventato” Marco Pannella, non finirei più.
Per non parlare dei tanti bravi giornalisti usciti dalla radio che Marco ha fatto nascere e crescere: Radio Radicale, che ha ormai superato i cinquant’anni. Vedere sullo schermo Marco Valerio Lo Prete, oggi corrispondente da New York per i TG Rai, mi commuove e mi intenerisce. Lo ricordo diciottenne, quando interveniva da neoiscritto dell’Associazione Luca Coscioni nella trasmissione Il Maratoneta. E, come lui stesso ricorda, il suo avvicinamento risale addirittura a due anni prima, quando, poco più che adolescente, l’11 settembre 2001, vide sul sito dei radicali la bandiera americana accanto a quella di Israele. Erano i giorni in cui l’Italia e Roma erano inondate da bandiere “pacifiste” spesso accomunate da slogan anti-americani. Una delle ricchezze di Pannella e dell’esperienza radicale, ricordava Marco Valerio il giorno della scomparsa di Marco, consiste nell’aprire “infinite strade”, così che ognuno possa trovare la sua personale via per avvicinarsi all’impegno politico.
Il formato “aperto” è ciò che ha concepito Pannella per il “partito” che considerava niente di più che uno strumento per fare politica, con le sue regole e le sue procedure. Regole e procedure che potevano essere cambiate a maggioranza semplice in un congresso dagli iscritti, i quali avevano come unico obbligo per essere tali quello di versare la quota annuale per pagarsi la tessera. Chiunque si poteva iscrivere e questo di per sé costituiva uno scandalo con Marco che rivendicava anche iscrizioni di ergastolani che in molti, anche dentro il partito, avrebbero voluto tenere nascosti.
Quando si parla del lascito di Pannella, credo che, nel “canestro di parole nuove” che il Signor Hood ha lasciato in eredità a chi lo ha conosciuto e voglia attingervi, ci sia soprattutto un metodo: quello dell’inclusione, della capacità di fare tesoro di ogni diversità, della nonviolenza, del dialogo e dell’amore, per immaginare insieme un nuovo possibile. Amava sopra ogni cosa le istituzioni democratiche e le loro leggi fondamentali, tanto da volere che lo statuto del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito si aprisse con un preambolo in cui il partito proclamava “nel rispetto della legge e del diritto la fonte insuperabile di legittimità delle istituzioni” e “il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa, con la vita, della vita, del diritto, della legge”. In quel preambolo si “richiamava ogni persona che voglia sperare nella vita e nella pace, nella giustizia e nella libertà, allo stretto rispetto, all’attiva difesa di due leggi fondamentali quali: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo (auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché delle Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte; al rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità, invece, per chiunque le violi, chiunque non le applichi, chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non-leggi”. È un “Manifesto” che dovrebbe essere conosciuto e discusso nelle scuole.
In queste ore c’è un uomo delle istituzioni, un politico, che sta incarnando quel preambolo: Roberto Giachetti, con la sua iniziativa nonviolenta di sciopero della fame e della sete, incatenato ai banchi di Montecitorio, in attesa che la Commissione parlamentare di vigilanza sui programmi radiotelevisivi torni a riunirsi in modo efficace per adempiere a doveri disattesi da troppo tempo. Pannella fece lo stesso quando, per lungo tempo, non si riusciva a raggiungere il plenum della Corte costituzionale perché i partiti non trovavano un accordo.
Voglio dire, in conclusione, che l’eredità di Pannella è a disposizione di tutti: chiunque può prendersela, anche perché è inesauribile. Dobbiamo farlo, insieme, a partire dalle carceri italiane, sulla cui infamia Pannella non ha mai smesso di tenere alta l’attenzione.
Incontriamoci a Roma oggi in via della Panetteria 15, davanti alla casa in cui Marco Pannella ha vissuto per decenni. Nessuno tocchi Caino, un’altra sua creatura, lo ricorderà inaugurando la nuova sede, per trasformare sempre di più la sua assenza in una presenza attiva di impegno quotidiano.