La rubrica Sottosopra
Perché la pace non ha alternative: la guerra perde anche quando vince
Avrei voluto vedere la faccia di Trump quando Xi ha evocato Tucidide. Avrà pensato: chi sarà, costui? Forse un astuto costruttore di trappole
Esteri - di Mario Capanna
La libertà senza la possibilità di vivere in pace non è vera libertà.
(N. Mandela)
Avrei voluto essere un moscerino, nascosto nel mazzo di fiori di fronte a Trump, per vedere la sua faccia quando Xi Jinping gli ha evocato la “Trappola di Tucidide” come pericolosa eventualità da evitare circa il confronto-scontro fra Usa e Cina a proposito di Taiwan. “Tucidide, chi è mai costui?”, si sarà chiesto il tycoon, immaginando un astuto costruttore di trappole in concorrenza con quelle fabbricate da lui, qua e là per il mondo… La guerra, oggi, la fa da padrona. È la “razionalità” dell’irrazionalità contemporanea. Quando il duo della catastrofe, Trump, Netanyahu e gli Stati che rappresentano impongono la prepotenza come frantumazione del diritto internazionale, sembrano in apparenza vincenti, mentre in realtà mostrano la loro sostanziale debolezza. Non a caso suscitano la contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica mondiale. È quanto avviene, per fortuna, anche in Italia. Un recente sondaggio evidenzia che la maggior parte dei cittadini prova “paura”, sia per gli effetti sull’economia derivanti dai conflitti in corso sia per la possibilità di “nuove guerre nel mondo”. Preoccupazioni legittime e più che fondate.
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Quando Netanyahu e Trump attaccano in modo del tutto illegale l’Iran, senza peraltro raggiungere gli obiettivi che si erano prefissi, e non sanno come tirarsi fuori dalla voragine che destabilizza tutto il Medioriente e provoca effetti deleteri all’economia globale, mostrano semplicemente che la guerra è sempre un’operazione in perdita. Anche quando “vince”, non risolve i problemi, ma li moltiplica e li aggrava. Quando Israele attacca con navi da guerra in acque internazionali la pacifica Flotilla che vuole portare solidarietà a Gaza e, con l’atto di pirateria, viola ogni norma e convenzione sulla libertà di navigazione, mostra la dismisura della tracotanza bellica, aumentando il proprio isolamento da parte di ogni persona amante del diritto e della pace. Con le cancellerie complici, a partire da quelle europee, che fingono di condannare a parole, ma non muovono un dito per sanzionare in modo concreto il dilagare di comportamenti che costituiscono veri e propri crimini. Emblematico il pusillanime governo italiano che, dopo il sequestro di nostri connazionali e la belluina sceneggiata del ministro delinquente Ben-Gvir, non ha nemmeno il coraggio di richiamare per consultazioni il nostro ambasciatore, come segnale minimo di stop alla illegalità sistematica.
Una delle cose peggiori della guerra è quando essa determina l’assuefazione alla sua esistenza. Per la prima volta un genocidio – quello contro i palestinesi – è stato mostrato in diretta televisiva. Questo è stato determinante per suscitare l’indignazione dei popoli del mondo, mentre la maggior parte dei governi ha continuato il proprio tran tran. Indifferenza coincidente con la complicità. Proprio oggi, dinanzi ai circa 50 conflitti armati che insanguinano il mondo, è importante riflettere sull’affermazione di Carl von Clausewitz, secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Non è vero. La guerra è il seppellimento della politica. Non la continua, ma la sradica. Non solo la nega, ma la soppianta. Se non fosse così, la guerra non ci sarebbe. Infatti: lo scopo autentico, e preminente, della politica è il negoziato a oltranza in presenza di contraddizioni tra fazioni o popoli, in modo che sia raggiunta la pace e essa inibisca la guerra come la più insana delle attività umane. Mentre la guerra ha la pace come alternativa, la pace non ha alternativa: o c’è, ed è operante, oppure è negata dalla sua assenza. Ecco perché la pace, “disarmata e disarmante”, è il bene supremo: solo entro il suo perimetro è possibile il massimo sviluppo delle facoltà umane positive. Marco Tullio Cicerone ha scritto: “Pax est tranquilla libertas” – la pace come libertà tranquilla, vale a dire non condizionata e turbata da alcunché, né sul piano materiale né su quello spirituale.
Bisogna avere fiducia nella razionalità dell’uomo, capace di superare anche le proprie inclinazioni all’irrazionalità. Il giorno in cui l’umanità comprenderà che la pace, fra le persone e i popoli, è il massimo bene di cui può disporre, sarà un traguardo decisivo. Significherà rendersi protagonista e garante della costruzione del proprio futuro.
N.B. Gli Usa e Israele devono riconoscere lo Stato palestinese.