Intervista al professore Mario Caterini
Dalla Calabria al mondo: il diritto penale globale parla la lingua delle garanzie
Giustizia - di Piero de Cindio
Mentre il dibattito pubblico oscilla paurosamente tra spinte securitarie e crisi dell’esecuzione della pena, l’Università della Calabria lancia una sfida culturale di respiro globale: dal 26 al 29 maggio, l’Istituto di studi penalistici “Alimena” dell’Università della Calabria promuove la Scuola Internazionale di Diritto Penale, portando nel cuore del Mediterraneo i massimi interpreti della scienza giuridica europea e latinoamericana. Abbiamo incontrato il professor Mario Caterini, Direttore dell’ISPA, per capire come il diritto penale possa ancora essere baluardo di civiltà in un mondo che sembra aver smarrito il senso delle garanzie costituzionali.
Professor Caterini, viviamo in un’epoca di “pan-penalismo”, dove sembra che ogni problema sociale debba essere risolto con una nuova fattispecie di reato. La prima sessione della SIDiP parla apertamente di “crisi della legalità”. Siamo di fronte a un declino irreversibile del modello liberale?
«Siamo in una fase di profonda trasformazione che mette a dura prova la tenuta delle nostre garanzie. Il principio di legalità, pilastro del sistema liberale, oggi soffre per quella che definiamo una “legalità fluida”. La politica, rincorrendo il consenso immediato, produce leggi spesso confuse e simboliche, delegando di fatto al giudice il compito di definire i contorni dell’illecito. Questo spostamento dell’asse dalla legge alla giurisdizione è pericoloso. Nella nostra prima sessione, con maestri come Francesco Palazzo e Raúl Zaffaroni, analizzeremo proprio come recuperare il primato della Costituzione. Il diritto penale non può essere la medicina per ogni male; deve restare l’estrema ratio, intervenendo solo quando strettamente necessario e con regole chiare, perché in gioco c’è il bene più prezioso dopo la vita: la libertà».
Nella seconda sessione si affronta la dogmatica del reato, un termine che al cittadino comune può apparire astratto. Ma qui si gioca la partita dell’imputazione: come si decide chi è davvero responsabile in una società sempre più complessa?
«La dogmatica non è un esercizio accademico, ma l’architettura della nostra libertà. È ciò che impedisce allo Stato di colpire nel mucchio. Oggi la sfida è capire come i modelli classici di responsabilità possano adattarsi a realtà nuove, come le grandi organizzazioni aziendali o l’intelligenza artificiale. Con studiosi come Massimo Donini e Sergio Moccia, discuteremo del confine tra “lex” e “ius”, tra la regola scritta e la giustizia del caso concreto. Il rischio anche moderno è quello di scivolare verso una velata imputazione meramente oggettiva, quasi automatica, che trascura la personalità dell’addebito. In altre parole, si rischia di regredire verso una responsabilità legata al solo accadimento materiale, priva di quel coefficiente soggettivo richiesto dal principio sancito dall’art. 27 co. 1 della nostra Costituzione».
Arriviamo al tema forse più “caldo”: il carcere. La terza sessione della Scuola denuncia il fallimento del modello carcerocentrico. Esiste un’alternativa credibile alla cella che non sia percepita come impunità?
«Il carcere oggi attraversa una specie di paralisi strutturale che svuota la pena della sua funzione costituzionale, degradandola spesso a mera neutralizzazione sociale contraria al senso di umanità. La crisi del modello attuale risiede in un sistema di deflazione basato sulla discrezionalità giudiziale (sospensioni e sanzioni sostitutive), che ha generato l’effetto “net widening”: la popolazione carceraria continua a crescere e, parallelamente, aumenta il numero di persone sottoposte a misure esterne che gli uffici faticano a gestire. Credo sia necessario superare questa logica della “deroga” attraverso l’autonomia edittale. Per i reati di fascia medio-bassa, sarebbe meglio introdurre pene principali non detentive – come il lavoro di pubblica utilità o l’affidamento al servizio sociale – che dovrebbero diventare la risposta primaria e diretta della legge, espungendo il carcere dal catalogo edittale per questi reati. Non si tratta di “sconti”, ma di sanzioni certe e immediate che eliminano la percezione di impunità e restituiscono al carcere la sua funzione di reale extrema ratio solo per i delitti di maggiore gravità»
L’ultima sessione guarda alle “nuove frontiere”: ambiente, tecnologia e genere. Sono i temi dell’attualità politica. Come si tutela l’ambiente senza cadere nel giustizialismo o nelle logiche del greenwashing?
«Questi sono i cosiddetti nuovi beni giuridici che il diritto penale moderno è chiamato a proteggere. Ma la sfida è farlo senza rinunciare alle garanzie classiche, sempre valide. In materia ambientale, ad esempio, analizziamo il rischio che le imprese utilizzino certificazioni di facciata – il cosiddetto greenwashing – per coprire condotte illecite. Allo stesso modo, sull’intelligenza artificiale, tra l’altro dobbiamo chiederci: chi risponde se un algoritmo causa un danno? E sulla violenza di genere, è fondamentale che l’intervento penale non sia solo repressivo, ma culturale. Con Maria Acale Sánchez e Sergio Seminara cercheremo di delineare un diritto penale del futuro che sappia essere efficace contro i reati dei “colletti bianchi” o i crimini tecnologici, restando però un diritto di garanzia e non di vendetta».
L’ISPA sembra aver abbattuto i confini della Calabria e dell’Italia. Avete appena lanciato una collana con “Springer Nature”, probabilmente l’editore scientifico più prestigioso e influente al mondo. È questo il segreto per rendere l’università italiana davvero internazionale?
«L’internazionalizzazione non si fa con i proclami, ma con le infrastrutture del sapere. La nuova collana “Global Perspectives in Criminal Law”, che dirigo con colleghi di Berkeley e Madrid, nasce proprio per questo: superare l’isolamento dei diritti nazionali e far dialogare le diverse tradizioni giuridiche su una piattaforma globale. È una sfida che parte dall’ISPA ma che riguarda tutta la comunità scientifica. Vogliamo che la ricerca giuspenalistica, anche quella prodotta in Italia, diventi patrimonio comune della comunità internazionale. Il prestigio dei patrocini ottenuti da prestigiose associazioni internazionali conferma che, quando si punta sulla solidità del confronto e sulla dimensione umana del diritto, l’Italia e anche il Sud cessa di essere periferia per diventare un crocevia del pensiero globale».
Oltre dieci Paesi rappresentati e un confronto che tocca le radici stesse del diritto penale e della giustizia: quale eredità si augura che questi giovani ricercatori portino con sé al termine di questi quattro giorni?
«Spero l’idea che il diritto penale è, prima di tutto, uno strumento di civiltà. Come diceva Corrado Alvaro, la peggiore disperazione di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. Noi vogliamo alimentare la speranza in una giustizia che non sia solo punizione, ma un ponte di reintegrazione. Onoriamo l’eredità di Zaleuco, il primo legislatore del mondo occidentale, che proprio dalla Calabria di 27 secoli fa ci ha insegnato la sacralità della legge, ma cerchiamo di tradurla in una modernità che non dimentichi mai la fragilità dell’uomo. Questo è il senso profondo della SIDiP: formare giuristi capaci di unire la solidità metodologica ereditata dai grandi Maestri alla passione civile di cittadini moderni, pronti a interpretare le esigenze di un mondo che cambia senza mai tradire i valori della dignità umana».