Il membro del Collegio Garante dei detenuti

Intervista a Mario Serio: “Cpr come carceri, ma senza tutela per i diritti dei prigionieri”

“La detenzione amministrativa affidata a norme di rango non primario, la Consulta ha chiesto al legislatore di intervenire, il parlamento non ha fatto nulla: è urgente interrompere il vuoto di tutela”

Interviste - di Angela Stella

15 Aprile 2026 alle 15:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Mario Serio, Professore Emerito dell’Università di Palermo, membro del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, in base al monitoraggio fatto nei Cpr qual è la situazione in generale?
Come è noto, sono frequenti le visite che il Garante compie nei centri di permanenza per il rimpatrio disseminati nel territorio nazionale.

Quante?
Quattro o cinque all’anno in media e altrettante nei locali idonei delle Questure. Lo scorso autunno è stato visitato anche il centro situato in Albania. Limitando, per il momento, lo sguardo all’Italia la situazione è purtroppo molto precaria per una somma di ragioni di ordine strutturale, materiale, psicologico. Il giudizio è stato sostanzialmente condiviso nel rapporto, pubblicato alla fine del 2024, dal Comitato per la prevenzione della tortura istituito presso il Consiglio d’Europa a seguito dell’accesso ad alcuni centri svolto nella primavera dello stesso anno. Si osserva, in primo luogo, che l’architettura dei centri riflette, quasi simmetricamente, quella degli istituti penitenziari ed aggrava anche dal punto di vista strutturale la percezione di uno stato sostanzialmente assimilabile a quello detentivo. Scarsi e di modestissima rilevanza sono gli spazi destinati ad attività capaci di occupare le giornate trascorse dai trattenuti, la cui condizione psicologica di frustrazione per una detenzione cui non corrisponde colpa né responsabilità si aggrava pesantemente.

Lo scorso anno una sentenza della Corte Costituzionale aveva stabilito che la detenzione amministrativa dei cittadini stranieri viola i diritti fondamentali e la Costituzione ma aveva chiesto al legislatore di intervenire. Cosa può dirci su questo?
La sentenza n.96 del luglio 2025 della Consulta costituisce un punto di svolta in ordine alla condizione giuridica ed al trattamento delle persone detenute in via amministrativa e chiarisce in modo analitico quel che già intuitivamente poteva cogliersi. In sostanza, pur di fronte ad una situazione che obbedisce in pieno ai crismi della privazione della libertà personale, la Corte ha messo in rilievo come, a differenza di analoghe situazioni incidenti su questo bene primario, manchi uno statuto organico della posizione soggettiva di questa categoria di persona. Esse, a differenza, ad esempio, dei detenuti in ambito penitenziario, per i quali opera il fondamentale presidio dell’ordinamento penitenziario del 1975, che ha predisposto una fitta rete di tutele e rimedi, non possono affatto contare su un sistema analogo di riconoscimento del proprio “status”, se non in forma occasionale e frammentaria, per far valere le proprie aspirazioni, come, ad esempio, quella ad una piena libertà di comunicazione con il mondo esterno, non sempre e non senza limitazioni garantita. La sentenza ha sollecitato il doveroso intervento del Parlamento. È assolutamente necessario che questo avvenga in tempi rapidi per porre fine a tale serio vuoto di tutela.

Nel dettaglio quali sono le criticità maggiori nei Cpr?
La radice dei profili critici è direttamente legata a questa mancanza di piena qualificazione giuridica dello stato delle persone detenute in via amministrativa che, a propria volta, si riflette sulla loro impossibilità di imboccare una definita via diretta verso il riconoscimento di loro specifici diritti, quali quelli relativi a condizioni ambientali e logistiche accettabili, ad un’assistenza sanitaria e psicologica costante e qualificata, a stabili comunicazioni con le persone care e lontane, ad attività di comunità che allevino il peso della detenzione. Fondamentale è, in particolare, l’esigenza di proliferazione delle convenzioni in alcuni casi stipulate tra autorità prefettizie e strutture sanitarie pubbliche per l’assistenza dei detenuti in via amministrativa. In pratica, la fonte regolamentare della permanenza è affidata a disposizioni di rango meramente amministrativo e non primario, come ha chiesto la Corte Costituzionale.

Gli ‘ospiti del Cpr’ possono usare i cellulari?
Soltanto in alcuni Cpr, due o tre se non ricordo male. A nostro avviso non c’è una solida base giuridica per vietarne l’uso e nei nostri rapporti ne raccomandiamo l’utilizzo.

Si riscontra un uso eccessivo della forza da parte degli agenti?
Il tema di un impiego eccessivo o, addirittura, indebito della forza da parte del personale impiegato per assicurare l’ordine pubblico è di rilevanza centrale nei rapporti del Garante che, tuttavia, sperimenta crescenti difficoltà amministrative nell’attingere a questi dati essenziali, così rendendosi impossibile la necessaria opera di scrutinio e raccomandazione in conformità al mandato di meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti. Sulla questione il Garante manterrà una posizione intransigente.

Ma al di là di questo, che racconti da parte dei “detenuti” sono stato fatto al Garante?
Gli episodi ci vengono raccontati più dai familiari che dagli avvocati perché all’interno si temono ritorsioni.

E rispetto all’uso o abuso degli psicofarmaci cosa ha riscontrato?
Anche questo è un terreno che merita di essere esplorato in profondità mediante l’accesso al registro degli eventi critici che costituisce il modo trasparente e garantista per accertare eventuali trattamenti inappropriati o incompetenti rispetto alla cui verifica segue sempre un’energica formulazione di raccomandazioni del Garante rivolte all’impiego di personale sanitario e psicologico specializzato: il che non sempre può registrarsi in forma stabile e duratura.

Come Garante avete fatto nel tempo delle raccomandazioni poi disattese?
Sì. Ad esempio, nel caso del Cpr di Torino, prima di essere chiuso e poi riaperto, avevamo raccomandato di adottare misure di riservatezza nei servizi igienici (il vano Wc è protetto da un muro alto un metro e mezzo) ma non siamo stati ascoltati.

In generale come sono le condizioni dei bagni?
In quello di Milano, ad esempio, per 24 occupanti erano disponibili tre wc e tre docce.

Secondo lei qualche Cpr andrebbe chiuso?
Il problema non consiste solo nella chiusura quanto nel costante adeguamento dei centri esistenti agli standard comunemente accettati. Il Cpr di Torino è stato riaperto agli inizi del 2025 ma continua, ad esempio, a non garantire sufficienti e doverosi livelli di decorosa riservatezza nei locali adibiti a servizi igienici con strutture murarie inidonee allo scopo per la loro modestissima altezza.

Qual è la situazione invece nel Cpr in Albania?
Una delegazione del Garante nazionale ha visitato il centro albanese nell’ottobre dello scorso anno ed ha di recente varato il proprio rapporto, cui è utile rinviare. Va posto in rilievo che a quel tempo era molto contenuta la presenza di persone detenute, una quindicina, ospitate in locali di recente costruzione non sovraffollati.

Rinviando ad una lettera dettagliata, qui sinteticamente cosa può dirci della situazione al di là dell’Adriatico?
Dal 12 aprile alla data della visita del 2 ottobre risultavano complessivamente transitate nel Cpr di Gjader 192 persone. Nel registro eventi critici tenuto dal gestore risultavano 88 registrazioni, di cui circa una cinquantina relativa a episodi di autolesionismo/tentativi di suicidio, in particolare ingestione di corpi estranei, ferite procurate con materiale improvvisato, tentativi di impiccagione e strangolamento. Alcune persone poi ci riferivano di non essere state preavvisate nel trasferimento nella struttura albanese. Una luce interna alla camera di pernottamento resta accesa anche durante la notte e viene oscurata dai cittadini stranieri con un asciugamano.

E invece qual è lo stato di salute delle nostre carceri?
La drammaticità della condizione non soltanto degli istituti penitenziari ma, in generale, delle condizioni di vita dei detenuti, con il corteo degli inaccettabili disagi che ne conseguono in termini, soprattutto, di congestione delle presenze in spazi angusti, è fin troppo e tristemente nota. Non si scorgono all’orizzonte segnali concreti ed immediati di miglioramento. Questo è motivo di allarme per il Garante anche per i negativi riverberi sul lavoro e sulla esposizione a rischio del personale della polizia penitenziaria. Manca la scossa politica senza la quale la stagnazione prevarrà sulle ragioni del cambiamento.

A proposito c’è una data per la presentazione del Rapporto al Parlamento? Si farà prima dell’estate?
Proprio in questi stessi giorni sarà pubblicata la relazione al Parlamento per il 2024 ed inviata alle autorità competenti. Si è già al lavoro per la relazione riferita al 2025.

Ma verrà resa nota prima dell’estate al Parlamento e a tutti noi?
Non dipende da noi la scelta della data.

In questo ultimo anno di legislatura che cosa si può ancora fare per migliorare la detenzione?
Un esempio specifico e di relativamente agevole recepimento ed attuazione è quello di una speciale forma di indulto nei termini rappresentati in un appello, che presto sarà convertito in petizione popolare, sottoscritto in occasione del recente Giubileo da oltre un centinaio di autorevoli appartenenti ad una pluralità di categorie professionali attente e competenti al fenomeno dei diritti dei detenuti.

15 Aprile 2026

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