Il voto in Ungheria
La destra scricchiola in tutta Europa, le difficoltà da Meloni a Le Pen: il voto in Ungheria da Orban l’ultimo segnale?
In tutt’Europa il tempo dei trionfi sembra finiti. Il voto in Ungheria può essere l’ultimo segnale. E poi bisognerà aspettare le elezioni americane
Politica - di David Romoli
Il vento della politica lo si annusa e quando cambia lo si avverte prima di tutto a pelle. È possibile che a spiegare la deludente prova di Giorgia Meloni due giorni fa in Parlamento, un immobilismo più da pugile intontito che da gelido saggio cinese, valga anche quella percezione per lei più che allarmante.
I segnali di una sterzata sono molti e tutti eloquenti. Tra questi, in primo piano figura peraltro proprio la sconfitta del governo italiano nel referendum: una mazzata che ha all’improvviso messo a nudo i pochissimi risultati raggiunti sin qui da quel governo. Per quasi quattro anni quei fallimenti erano stati coperti dal carisma e dalla popolarità della leader della destra: ora quel dato sconfortante è emerso in piena vista.
Nei sondaggi del Regno Unito per la prima volta da un anno il partito sovranista di Nigel Farrage è non è più al primo posto nei sondaggi. Lo hanno superato i Verdi e la possibilità di una coalizione di centrosinistra al governo, che appena ieri pareva una chimera, ha acquistato concretezza.
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In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen ha mancato la conquista delle principali città francesi. La partita è tutta da giocare, stavolta probabilmente non sarà sufficiente, come nelle ultime presidenziali, l’appello all’unità antifascista per fermare la destra radicale, soprattutto se il candidato alle presidenziali sarà il giovane Bardella che non deve fare i conti col peso del nome e del passato come Marine Le Pen. Ma prima delle ultime amministrative sembrava che non ci fosse più alcuna partita da giocare e che i giochi fossero già fatti. Domenica prossima le elezioni in Ungheria potrebbero segnare una svolta storica: la caduta di Orbàn dopo 16 anni di governo autoritario. Il candidato favorito dai sondaggi, Péter Magyar, non è certo un uomo di sinistra o centrosinistra. Ex braccio destro di Orbàn è un conservatore dell’ala destra del Ppe. Si distanzia dal leader che ha abbandonato due anni fa essenzialmente su due temi: l’europeismo e il sostegno all’Ucraina.
All’apparenza, per Meloni, la vittoria di Magyar non dovrebbe essere un problema. Nel merito, ormai, le sue posizioni sono per molti versi più simili a quelle dello sfidante che a quelle del filorusso Orbàn. Ma il leader ungherese è anche un simbolo, anzi il principale simbolo del sovranismo europeo e occidentale, il suo punto di riferimento da tre lustri. Non a caso nello spot elettorale nel quale tutti i leader della destra occidentale sostengono la quinta rielezione del capo di Fidesz, alla premier italiana era riservata la postazione d’onore. La sconfitta di Orbàn, prevista da tutti i sondaggi, sarebbe un colpo micidiale per tutta la destra, che ha del resto già perso la Polonia. Ancor più decisivo del voto ungherese sarà quello americano del prossimo novembre: le elezioni di Midterm. Le quotazioni di Trump sono al minimo storico. Erano già in caduta libera. La folle guerra in Iran ha inflitto il colpo di grazia e soprattutto le sue conseguenze, a partire dall’inflazione mai così alta negli ultimi due anni, rendono molto difficile il recupero.
Le suggestioni, in politica, vanno sempre prese con le pinze ma è difficile sottrarsi a quella che deve iniziato il tramonto della destra occidentale a partire proprio dal suo mezzogiorno, la conquista del Paese più potente dell’Occidente e del mondo, gli Usa. La presa della principale roccaforte era comprensibilmente apparsa come il segno di uno sfondamento già consumatosi e destinato poi a dilagare ovunque. Non è andata così e potrebbe anzi verificarsi una dinamica opposta per una quantità di ragioni, tra le quali spiccano il carattere del presidente, che non ha mai cercato di indossare panni più presentabili come la stessa Meloni ma anche Le Pen e persino la Afd in Germania, e la riprova dell’impossibilità di impostare politiche sovraniste senza ledere gli interessi di altri sovranisti.
Dare per spacciata una destra europea che pochi mesi fa era data per vincente ovunque sarebbe naturalmente esagerato. Però il rischio si è moltiplicato, la partita è diventa molto più difficile e pericolosa. Richiederebbe una elasticità e una capacità di adattarsi alla nuova situazione che almeno Giorgia Meloni, due giorni fa, ha dimostrato di non possedere neppure in parte minima. Al doppio terremoto del referendum in Italia e della guerra sul piano globale ha reagito cercando di convincere, o forse di convincersi che non è cambiato niente invece di prendere atto del fatto che, in pochissimo tempo, è cambiato tutto.