La tregua in Iran

Tregua USA-Iran: perché è iniziata l’era post americana, Trump non è un’aquila ma un corvo maldestro

L’elite ha capito chi è il presidente. Ora l’America patirà molto a lungo il costo di questo fallimento. Sullo sfondo della crisi i 36 trilioni di dollari ai quali ammonta il debito che affondano ogni sogno imperiale.

Esteri - di Michele Prospero

9 Aprile 2026 alle 07:00

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AP Photo/Julia Demaree Nikhinson
AP Photo/Julia Demaree Nikhinson

Dopo aver minacciato la distruzione immediata di un’antica civiltà, Trump ha interrotto il conto alla rovescia per radere al suolo l’Iran e ha siglato un accordo per il cessate il fuoco che per il momento sposta a data da destinarsi la questione dell’impiego della sua valigetta di emergenza. Molto è stato scritto sulla nebbia che visibilmente si addensa in quella testa arancione, che con la Nuclear football ha tra le mani le sorti del pianeta. Engels ha affermato una volta che alla base del moderno costituzionalismo c’è “il timore” per la completa mancanza di senno e non certo una iniezione di ottimismo circa l’indiscutibile trionfo della ragione. L’incastro dei poteri tra loro separati scaturisce cioè dalla preoccupazione che la società non sia affatto incamminata lungo un tragitto di progressivo rischiaramento, ma, al contrario, che gli individui prodotti nella mattana del capitale con il tempo diventino “sempre più̀ confusi, pieni di pregiudizi e folli”.

Nel caso del tycoon la somma di squilibri, vaneggiamenti e fanatismi è tale che non bastano i bilanciamenti tra gli organi né i limiti delle tre funzioni dello Stato a metterlo in riga placandone la sventatezza. Cedendo alle esortazioni di Netanyahu, che nella Situation Room lo incalzava nella riunione a quattr’occhi affinché allacciasse l’elmetto, il (vice)comandante in capo ha regalato agli Usa un fallimento totale di cui patirà a lungo le conseguenze di sistema. Non soltanto ha bruciato fior di miliardi in quaranta giorni di scontro selvaggio, ha anche visto abbattere i suoi angeli sterminatori nel cielo di Teheran e, per giunta, con la puzza di benzina ha gettato nel panico l’economia globale.
Tranne l’Armani volante, che stavolta da Palazzo Chigi è planata nel Golfo a bighellonare, ormai tutti hanno percepito che sono inaccettabili i costi che la Casa Bianca intende far pagare agli alleati per conservare l’egemonia a stelle e strisce. Mentre a Pechino il rivale in forte ascesa, incoraggiando il Pakistan e facendo scrupolose raccomandazioni all’Iran, incassa dei significativi punti diplomatici, a Washington rimane lo sconforto in seguito al fatuo delirio di potenza.

L’élite ha senz’altro capito che Trump non è un’aquila, piuttosto un maldestro corvo che si butta là dove avvista una preda che può concedere risorse. Ma dai Caraibi alla Persia, i pezzi di carne agguantati non cambieranno il destino, che pare aver definitivamente aperto l’epoca post-americana. Dietro l’ansia militare di un presidente dato per pazzo spiccano però, come causa effettiva della ubriacatura bellica, gli oltre 36 trilioni di dollari accumulati dal debito federale. Gli interessi passivi, sborsati per l’eccessiva mole di indebitamento, superano già l’intero ammontare del gigantesco bilancio della difesa. Gli spietati numeri, più di ogni ideologia, smascherano il bluff della guerra economica, dei dazi a capocchia, del terrore disseminato dappertutto. Per il Pentagono, l’adattamento strategico alla nuova condizione non può essere ulteriormente rinviato stante la insostenibilità aritmetico-economica dell’ambizione imperiale.

Entrambi i firmatari della tregua cantano vittoria rivendicando, ciascuno per la propria parte, il successo per il modo in cui sono stati sciolti i nodi della revoca delle sanzioni, delle riparazioni di guerra, della libertà di navigazione, dell’arricchimento dell’uranio. È inevitabile quando viene condivisa la de-escalation dei conflitti e si raffreddano i bollenti spiriti. La speranza è che, oltre le due settimane di quiete, e al di là del ripristino del flusso di gas e di petrolio nello Stretto di Hormuz (che permane sotto il controllo iraniano), vengano comprese le ragioni di fondo che esigono di tornare al rispetto del diritto internazionale. Il tema resta quello di rilanciare il ruolo dell’Onu, che il sovranismo condanna all’oblio.

La richiesta di Teheran è che la Cina si confermi il garante del faticoso processo di pace in Medio Oriente. Ciò documenta che neanche le bombe sganciate su impulso dello Studio Ovale fermano i passi necessari per il disegno di un nuovo ordine multipolare. Arrestato provvisoriamente il desiderio di sangue di “the Donald”, ora solo “Bibi” continua a scatenare l’inferno. Le centinaia di cadaveri, che Tel Aviv ha impunemente ammassato a Beirut nell’operazione “Oscurità eterna”, rivelano quale sia, e non da oggi, il più ostinato pericolo per la sicurezza, per la pace, per il diritto internazionale. Nondimeno, secondo il cosiddetto mondo libero, i reiterati crimini di guerra non sono ancora sufficienti per alzare il dito contro uno Stato canaglia che semina morte perché vuole “finire il lavoro”.

9 Aprile 2026

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