All'orizzonte delle elezioni politiche
Nuova legge elettorale, perché va cambiata e cosa va modificato per evitare il pareggio
Il caso delle dimissioni auspicate di Santanché dimostra che l’unica via italiana alla stabilità impone una revisione del sistema di voto.
Politica - di Salvatore Curreri
Per la quinta volta il nostro Parlamento si accinge a cambiare la legge elettorale, dopo le modifiche del 1993 (legge Mattarella), 2005 (legge Calderoli), 2015 (legge Renzi) e 2017 (legge Rosato). L’obiettivo è sempre lo stesso: coniugare rappresentanza e governabilità in modo che l’una non vada a scapito dell’altra. Ci sono almeno tre ragioni per ritenere che la riforma elettorale sarà quasi certamente approvata.
Innanzi tutto, le riforme elettorali sono sempre state la via italiana per garantire quella stabilità di governo che la nostra Costituzione, al contrario di altre coeve, non è in grado di proteggere e garantire, anche a causa dei falliti tentativi di riforma in tal senso. La vicenda della ministra Santanché, con l’irrituale pubblica richiesta di sue dimissioni da parte della presidente del Consiglio, costituisce l’ultima riprova dell’assenza di quei poteri che invece altre Costituzioni riconoscono al capo del Governo; nel caso specifico quello quantomeno di proporre al presidente della Repubblica la revoca, oltreché la nomina, di un ministro. Un potere fondamentale affinché il presidente del Consiglio diriga la politica generale del Governo e ne mantenga l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, giustappunto promovendo e coordinando l’attività dei ministri (art. 95 Cost.).
A ciò va aggiunto che, dopo l’esito referendario dello scorso 22-23 marzo, è molto improbabile che l’attuale maggioranza di governo voglia portare avanti con la stessa tracotante sicumera la riforma costituzionale sul cosiddetto premierato, già oggi finita in un binario morto. Alle sue già gravi lacune tecniche (ad es. come conciliare l’elezione diretta del presidente del Consiglio con un sistema parlamentare in cui ciascuna camera può dare o togliere la fiducia?) diffusamente rilevate anche da quella parte politica non pregiudizialmente contraria a modifiche costituzionali alla forma di governo, si è aggiunto ora il terrore del futuro esito nuovamente negativo del referendum costituzionale che sicuramente verrebbe chiesto dalle opposizioni qualora la riforma non venisse approvata dalle due camere a maggioranza dei due terzi. Un esito che, se tale referendum fosse spostato ad inizio della prossima legislatura, potrebbe determinarne addirittura la fine anticipata.
C’è infine un terzo motivo che induce a modificare la legge elettorale: il timore del pareggio. È bene, infatti, ricordare che l’attuale legge elettorale mista (5/8 di seggi assegnati con metodo proporzionale, i restanti 3/8 con maggioritario a turno unico) non è riuscito a garantire una maggioranza stabile dopo le elezioni del 2018, dove il M5s si è presentato da solo (da qui gli opposti governi Conte I e Conte II e la grande coalizione del governo Draghi). C’è riuscito nel 2022 a causa però di tre condizioni contingenti: la persistente divisione nel centro sinistra tra Pd e M5s, che ha permesso al centro destra presentatosi invece unito di conquistare quasi tutti i seggi uninominali grazie ai quali ha la maggioranza in entrambe le Camere; il crollo elettorale del M5s che ha evitato il ripetersi della divisione del Parlamento del 2018 in tre schieramenti grosso modo equivalenti; infine – dato quasi sempre ignorato – la netta prevalenza di Fratelli d’Italia rispetto agli altri partiti dello schieramento vincente di centro-destra che ha risolto subito il problema della premiership al suo interno, coincidente ovviamente con la sua leader. La longevità dell’attuale governo – a dispetto di quelli invece di centro sinistra vittime della competizione interna tra alleati (la futura competizione tra Conte e Schlein non è che un déjà vu, ipoteca di future crisi) – dipende principalmente dalla superiorità elettorale di Fratelli d’Italia e dalla capacità di leadership di Giorgia Meloni. Se questi sono i tre motivi che inducono a ritenere quasi certa l’approvazione della riforma elettorale, pare evidente che la riforma, come detto all’inizio, dovrà cercare di favorire la governabilità senza compromettere la rappresentanza politica: la solita quadratura del cerchio, insomma.
In altri paesi tale obiettivo viene raggiunto attraverso sistemi elettorali maggioritari – a turno unico (Gran Bretagna) o doppio (Francia) – oppure proporzionali però fortemente selettivi grazie, ad esempio, a collegi elettorali provinciali (Spagna) oppure ad elevate soglie di sbarramento (Germania). Ma in questi paesi il sistema funziona anche perché ci sono alcune convenzioni costituzionali che tutti gli attori politici rispettano, quali ad esempio il fatto che il leader del partito è il candidato premier e che tale diventa il candidato del partito con il maggior numero di seggi. Entrambe queste condizioni purtroppo non sono state quasi mai rispettate nel nostro ordinamento per cui abbiamo avuto “papi stranieri” e presidenti del Consiglio non designati dagli elettori. Questo è un fattore d’instabilità di cui i fautori del ritorno a un sistema proporzionale non possono non tenere conto. Stabilità di governo che – e questi ultimi anni l’hanno drammaticamente dimostrato – è un requisito assolutamente essenziale per la politica interna ed internazionale. Così come non si può non tenere conto del fatto che un sistema proporzionale, ancorché con elevate soglie di sbarramento (per quanto irrealistiche), potrebbe probabilmente non garantire la maggioranza dei seggi in entrambe le camere a nessuno degli schieramenti in campo. La soluzione a quel punto dovrebbe essere governi di grande coalizione che però sono oggi recisamente rifiutati da Meloni e Schlein e che peraltro, come accaduto in Germania, potrebbero favorire la crescita di forze politiche estreme contrarie (è il caso della stessa Fratelli d’Italia che si è certamente avvantaggiata del fatto di essere l’unico partito all’opposizione del governo Draghi).
E qui ci scontriamo con un’ultima difficoltà: l’estrema polarizzazione del confronto politico a causa anche dell’azione corrosiva svolta dai social, in base ai cui messaggi i più giovani votano. Un tempo, per dimostrare come i sistemi bipolari finissero per premiare l’elettorato moderato, si faceva l’esempio dei due gelatai che, in un ideale spiaggia, per riuscire a conquistare più clienti, tendevano a posizionarsi al centro. Oggi, al contrario, sembra invece che a prevalere sia l’elettorato estremo per cui i due gelatai tendano a posizionarsi ai lati della spiaggia (il fatto che la vittoria del centro-destra a quanto pare possa dipendere esclusivamente dall’alleanza con Vannacci la dice lunga…). Tutto questo ha però un prezzo: che molti non comprino più il gelato, cioè che non vadano più a votare, tanto più se non possono scegliere direttamente i loro rappresentanti.
Dunque: garantire la governabilità; non compromettere la rappresentanza; non cedere all’estremismo; far ritornare gli elettori alle urne. Per dirla alla De Gaulle: un vasto programma.