Il nuovo saggio

Socialista moderno, umanitario, riformista: perché la sinistra può ripartire da Garibaldi

Mussolini ne volle fare un protofascista. Ma l’anima politica del generale era di sinistra, austera e repubblicana. Con un viscerale attaccamento al popolo

Cultura - di Virman Cusenza

5 Aprile 2026 alle 08:30

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Socialista moderno, umanitario, riformista: perché la sinistra può ripartire da Garibaldi

Per gentile concessione dell’autore e dell’editore, pubblichiamo qui di seguito la postfazione de “L’altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera” (Mondadori, 216 pp. 20 euro), saggio che Virman Cusenza, già direttore del Messaggero oggi Chief Communication Officer di Acea, ha dedicato al profilo privato – e poco noto – dell’Eroe dei due mondi.

Attualità di Garibaldi. Arrivi in un buen retiro che ti aspetteresti più piccolo e meno scenografico. Invece capisci subito che in questa scelta c’è stata un’ambizione. Magari non pensi di trovare una capanna o una stanza in calce viva con accanto lo stazzo per sfamare la famiglia. Però, quando all’ingresso ti imbatti nel mulino più avanzato dell’epoca, assemblato con genio da Garibaldi insieme a un amico ingegnere, capisci che sei di fronte a qualcosa di più moderno del generale con il poncho, il fazzoletto e la camicia rossa che ti aspettavi. Trovi un Giuseppe Garibaldi che centosettant’anni fa capì, con largo anticipo sui tempi, che il buen retiro non è il rifugio di Robinson Crusoe o un luogo d’evasione in cui dimenticare il mondo. È un posto appartato in cui meditare, ma dove il mondo ti raggiunge e vuoi che ti raggiunga, almeno nei suoi aspetti più moderni e funzionali, come dagli amici che numerosi ti vengono a trovare.

Caprera è la comfort zone da cui spiccare il volo per fare l’Italia, un pensatoio sospeso per ritrovare i confini – anche corporei – dell’uomo Garibaldi. Altro aspetto è la famiglia. La grande comune che il generale mette in piedi qui è qualcosa d’inedito per l’Ottocento e lo sarà ancora per almeno un secolo prima dei figli dei fiori o del grande raduno degli hippy a Woodstock. Garibaldi vive in una casa da possidente agricolo, un piccolo borgo che prende forma nel tempo aggiungendo qualche stanza in più al nucleo iniziale. Non ha lussi, appena lo spazio necessario per lavorare e dedicarsi alle sue passioni. Ma tutto questo lo fa circondato dalla sua famiglia allargata. Abitano con lui, magari a tratti e in certi momenti dell’anno, i figli di primo letto – quelli di Anita, per capirci – e quelli avuti da Francesca, con cui inseguirà per vent’anni il matrimonio per regolarizzare la paternità. La differenza d’età con le sue compagne, nel corso della sua vita, ha progressione geometrica: 14 anni con la leggendaria Anita, 23 con la Ravello, 33 con la Raimondi, fino a quota 41 con l’ultima consorte, la Armosino. Quando diventerà padre per l’ottava volta, avrà gli anni che di solito spettano a un nonno. Non è un cliché che anticipa – e di molto – i nostri tempi di paternità e maternità tardive?

Si dà il caso, però, che questo nonno basculi in un prototipo di carrozzina assai simile al triciclo dei bimbi, con tanto di manubrio che decide la traiettoria dell’infermo. L’artrite reumatoide che lo tormenta gli consente di ambulare solo sospinto dalla gentilezza di qualche familiare. Percorre chilometri con quel velocipede a tre ruote, raggiunge la vigna durante la vendemmia, il forno mentre cuociono il pane, o la stalla in cui si accerta delle condizioni della Marsala, la cavalla prediletta che gli venne donata in Sicilia a ricordo dello sbarco di cui porta il nome.
L’eroe dei due mondi, in realtà, ne aveva un terzo – più segreto e appartato, ma sicuramente più autentico – che svela la sua natura più nascosta, con la testa già nel secolo successivo. Ne lascia traccia in un documento straordinario, quanto poco conosciuto, al centro del mio libro, i Diari agricoli, dove annota la sua vita quotidiana in cui la zappa e la spada si alternano. Non inganni l’aura da nonno di Che Guevara che gli è stata affibbiata nei decenni, a seconda delle convenienze. Alla fine, è un legalitario che obbedisce al potere costituito anche quando ne dissente radicalmente, il contrario esatto del rivoluzionario tutto rum e fucili. Questa sua natura proteiforme ne ha fatto inevitabilmente un boccone prezioso per ideologi di opposte barricate. Mussolini ne scippa l’aureo- la e lo coopta nel pantheon fascista, facendone addirittura un precursore dell’arditismo e della virilità italica. Durante il Ventennio, Caprera diventa il tempio di un’icona nazionale spogliata della sua profonda natura risorgimentale.

Ma pure la furbata del Fronte popolare di sceglierlo come scudo per le elezioni del 1948 arreca un gran danno al generale. Ne ha dimezzato la carica patriottica, indebolito il crisma da eroe di tutti: entrambe le operazioni sono il frutto avvelenato di fazioni che hanno svilito un simbolo fino ad allora condiviso, facendone un fantoccio di partito: di un partito. La disputa su Garibaldi «sinistro», perché aveva la camicia rossa dei macellai uruguaiani poi indossata spavaldamente dai Mille (che certo macellai non erano), è ormai puro folklore. Basti rileggere le sue polemiche furiose con i dogmatici mazziniani. L’anima sociale e riformista del generale è un’altra cosa, è quella radice sana e laica – che prescinde dalla sua crociata mangiapreti – di cui purtroppo si sono perse le tracce nella cultura politica italiana. Era un socialista umanitario con un viscerale attaccamento al popolo. Bettino Craxi lo intuisce e perciò lo rivaluta, Umberto Bossi ne fa un nemico del Nord: pedina dei «centralisti» e colpevole di averlo unito al Sud. In realtà, il generale è un repubblicano austero come solo marinai e contadini sanno essere, allergico al lusso ma sempre pronto a farsi ingolosire dall’erotismo, eppure capace di scindere le conquiste femminili da una forma evoluta di amicizia che spesso sconfinava in sodalizi durati anni sia con donne del popolo sia con raffinate dame dell’alta società italiana o inglese che fosse. La donna per lui, assai modernamente, è il fulcro del cambiamento, l’unico stimolo che può spronare gli uomini all’azione.

Agricoltore e imprenditore agricolo, promotore di una modernissima riforma agraria che dalla sua Caprera avrebbe voluto esportare all’intera Sardegna. Ma pure cacciatore, pescatore e allevatore. Stretto e ingenuo nei panni di parlamentare, impacciato in quelli di scrittore – lui, uomo d’azione –, ma soprattutto militare di quella razza particolare che imbraccia il fucile solo quando c’è una battaglia ideale e politica da sostenere. Che strano impasto è stato Garibaldi, poco italiano nell’assenza di calcolo e di furbizia, molto italiano nella generosità dell’azione che prescinde da ritorni materiali o onorifici. Nato in una Nizza ancora francese, poi diventata italiana quando aveva solo otto anni e tornata francese per il dono dei Savoia a Napoleone III, ma italianissimo nel midollo. Quel «midollo del leone», con cui Italo Calvino ribattezzò l’audacia di chi nel dopoguerra ebbe il coraggio per rimettere in piedi un Paese a pezzi. Un Paese frantumato proprio come quello che il generale contribuì a rassodare in un solo impasto, imperfetto e malriuscito quanto si vuole, ma pur sempre unico.

5 Aprile 2026

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