Segreteria nazionale Cgil
“Pace, lavoro, democrazia: la spalla alla destra la daranno i giovani”, intervista a Christian Ferrari
«C’è un filo rosso che lega i movimenti pro Gaza, la difesa della Costituzione e la vittoria del No: i giovani, stanchi di paghe da fame, guerre e pulsioni autocratiche si sono messi alla testa del cambiamento»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Christian Ferrari, membro della Segreteria nazionale della Cgil. La Cgil è stata tra i protagonisti della campagna per il No. A mente fredda, cosa racconta quella campagna e quel voto?
Racconta innanzitutto una delle più clamorose rimonte della storia politica recente. Quando è iniziata la campagna, secondo tutti i sondaggi il Sì era avanti di oltre venti punti. Il merito principale del nostro Comitato – che, come Cgil, abbiamo contribuito a promuovere insieme a tante altre realtà sociali e civiche – è stato quello di non rassegnarsi a un risultato che sembrava già scritto, di crederci e di confidare nel fatto che ogni qual volta i cittadini erano stati chiamati a difendere la Costituzione da chi voleva stravolgerla, avevano risposto all’appello. Questo legame profondo tra la grande maggioranza degli italiani e la Carta costituzionale rappresenta il principale punto di forza e di garanzia della nostra democrazia. La vittoria del No è la sconfitta di quel modello di “democrazia del capo”, tanto cara a Trump, che la destra italiana ed europea vorrebbe importare anche alle nostre latitudini. Ma questi ultimi mesi raccontano anche altro: le battaglie di cui si è convinti vanno combattute a prescindere dal loro esito, che non è mai scritto prima che l’arbitro fischi la fine della partita. C’è infine un altro elemento che emerge in maniera chiarissima: le grandi conquiste sociali e democratiche si ottengono solo mobilitandosi collettivamente, e non confidando nelle virtù taumaturgiche di questo o di quel leader. E lo dimostra il fatto che è difficile, anzi impossibile, individuare un unico protagonista della campagna referendaria contro la legge Meloni-Nordio. C’era il nostro comitato, presieduto nel migliore dei modi da Giovanni Bachelet, c’era quello promosso dall’Associazione nazionale magistrati, c’era il “Comitato dei 15”, c’erano i partiti, c’erano tante personalità del mondo della cultura e molto altro ancora. Insieme abbiamo salvato la Carta costituzionale, il bilanciamento dei poteri, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, l’eguaglianza di tutte le cittadine e i cittadini di fronte alla legge.
I giovani hanno portato un contributo importante alla vittoria del No. C’è chi ha scritto che a vincere è stata “la generazione Gaza”. Concorda?
Hanno portato un contributo decisivo, hanno fatto la differenza. Hanno, soprattutto, smentito nella maniera più clamorosa una pubblicistica – comoda quanto superficiale – che descrive le ragazze e i ragazzi ripiegati su sé stessi, passivi e disinteressati alla politica. È vero il contrario: quando sono in ballo le grandi questioni del nostro tempo – dal cambiamento climatico alla pace, dai diritti sociali e civili alla democrazia – i giovani non solo non sono indifferenti, ma diventano protagonisti, si impegnano, partecipano, parteggiano. E si rivelano determinanti. Quando sono scesi in piazza a milioni per denunciare il genocidio a Gaza, in molti – anche tra i sedicenti “rifomisti” – si sono augurati che la spinta di quel movimento si esaurisse presto e che le sue bandiere venissero subito arrotolate. Ebbene, il 22 e il 23 marzo, quelle bandiere si sono trasformate in milioni di No sulle schede referendarie: certamente a tutela dell’indipendenza della magistratura, ma innanzitutto in difesa della Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza, fondata sul lavoro e – è il caso di sottolinearlo in questo drammatico tornante storico – sulla pace. E sono tornate a sventolare anche nella straordinaria manifestazione del 28 marzo a Roma, contro la guerra in Iran e contro la deriva autoritaria che molte, troppe democrazie occidentali stanno imboccando. Qualunque prospettiva di cambiamento di questo modello di sviluppo – che è ormai insostenibile sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale (e basta guardare a quanto sta succedendo in questi giorni in Abruzzo, Molise, Puglia, per averne l’ennesima conferma), e che invece qualcuno vorrebbe salvare magari riconvertendolo in economia di guerra – non può che camminare sulle loro gambe.
C’è un filo rosso che lega i referendum promossi dalla Cgil e quello sull’ordinamento giudiziario?
Il principale filo rosso è proprio il voto delle nuove generazioni. Anche nei nostri referendum sul lavoro e in quello sulla cittadinanza le ragazze e i ragazzi hanno partecipato in massa, al punto che l’unica fascia di età in cui è stato superato il quorum è quella tra i 18 e i 34 anni. Del resto, sono loro a subire le conseguenze di una precarietà che, da lavorativa, sempre più spesso diventa esistenziale, e di un sistema che sacrifica sull’altare del mercato e del profitto i diritti sociali e perfino i diritti umani. Ed è proprio per sfuggire a questo destino che oltre 100.000 giovani, ogni anno, lasciano il nostro Paese per cercare un’occupazione sicura, dignitosa, ben retribuita fuori dai confini nazionali. L’8 e il 9 giugno 2025 il governo, e i partiti che lo sostengono, hanno scelto la via facile dell’invito all’astensione, pur di evitare di misurarsi con le nostre proposte. Quando non c’è più stato il quorum da far fallire, quando occorreva convincere le persone ad andare a votare, l’apparente strategia vincente della maggioranza parlamentare si è rivelata una tattica di corto respiro, che è andata a sbattere contro il muro di 15 milioni di No. E il suo nucleo fondamentale era costituito dai 13 milioni di cittadine e cittadini che l’anno scorso hanno chiesto una svolta nei diritti del lavoro e nelle politiche economiche e sociali.
Quali lezioni le forze politiche della sinistra dovrebbero trarre dal voto del 22-23 marzo e quali errori invece non dovrebbero commettere?
Parto dall’errore fondamentale da evitare: pensare di ridurre il confronto politico dei prossimi mesi tra i partiti che compongono la coalizione progressista in una mera disputa sulla leadership. Per affermare una vera prospettiva di cambiamento politico e sociale – che indubbiamente questo voto ha riaperto nel nostro Paese – serve invece promuovere, nella società e nel paese reale, una grande stagione di coinvolgimento, di ascolto e di partecipazione collettiva. E serve un programma chiaro e comprensibile, che peraltro non è difficile da individuare. Chi ha respinto il tentativo di archiviare la Costituzione repubblicana si aspetta ora che qualcuno si faccia finalmente carico di attuarne i principi e i valori. Tutte le emergenze con cui dobbiamo misurarci – la questione salariale, la postura dell’Italia e dell’Europa in un mondo in fiamme, un welfare sempre meno pubblico e universalistico, la deindustrializzazione, la necessità di un rinnovato intervento pubblico in economia, la crisi climatica – trovano nella Carta la direzione da seguire e il progetto di democrazia e di società da realizzare. La vittoria del No ribadisce una richiesta di cambiamento e un messaggio inequivocabile: il problema dell’Italia non è la Costituzione, ma la distanza che separa i suoi valori e i suoi contenuti dalla effettiva condizione di vita e di lavoro delle persone in carne e ossa. Ecco, quella distanza va colmata, prima che si trasformi in un baratro in cui precipiterebbe innanzitutto la nostra democrazia.
Il Medio Oriente è in fiamme, dall’Iran al Libano. Il mondo è alla mercé di Netanyahu e Trump. Ribellarsi è giusto?
Se consideriamo l’alternativa, non ci sono dubbi. L’alternativa, infatti, sarebbe arrendersi a uno stato di guerra permanente e a una corsa al riarmo che metterebbe in discussione la sicurezza di tutti e che distrarrebbe centinaia di miliardi di euro dalle vere priorità del Paese: il lavoro, la sanità, l’istruzione e la ricerca, la non autosufficienza, il diritto alla casa, il trasporto pubblico, le politiche industriali per la transizione digitale ed ecologica del nostro sistema produttivo. Vorrebbe dire rassegnarsi: alle dirompenti conseguenze economiche e sociali di un conflitto che sta causando la più grave interruzione delle forniture energetiche degli ultimi decenni; al ritorno di una fiammata inflattiva che qualcuno vorrebbe far ricadere, per l’ennesima volta, su lavoratori e pensionati; alla irreversibile deindustrializzazione del nostro Paese; alla fine del diritto internazionale, definitivamente sostituito dalla legge del più forte e dalle logiche imperialistiche e di potenza. Credo che, mai come in questo momento, la lotta per la pace, il contrasto del cambiamento climatico, la difesa dello stato sociale, la tutela dei diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, delle donne siano indissolubilmente intrecciati. Senza fermare i conflitti in corso, senza scongiurare il pericolo di un’escalation che potrebbe diventare perfino nucleare, nessun miglioramento delle prospettive delle classi popolari è possibile. Ce lo hanno dimostrato gli anni che abbiamo alle spalle, con tutto ciò che ha comportato la guerra in Ucraina per le popolazioni civili di quel martoriato paese e con le gravi ricadute che ha determinato anche lontano dal teatro del conflitto, in Italia e in Europa. Non c’è un primo tempo, in cui dobbiamo risolvere i problemi interni, e un secondo tempo, nel corso del quale possiamo permetterci di alzare lo sguardo verso quel che accade nel mondo. C’è un unico tempo e un solo mondo, in cui tutti viviamo e che ognuno ha il compito, insieme agli altri, di proteggere e di rendere migliore e più giusto.