Il presidente nazionale Arci
Intervista a Walter Massa: “Al referendum ha vinto un No alle scorciatoie, i problemi della giustizia restano aperti”
«Tempi, disuguaglianze, carceri. Va aperto un confronto condiviso che parta dai bisogni delle persone e non dagli equilibri di potere». «Trasformare questo voto in una bandierina di parte sarebbe il modo più rapido per disperdere la partecipazione»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Walter Massa è Presidente dell’Arci nazionale.
L’Arci è stata in prima linea nella campagna per il No. A mente fredda, cosa racconta quella campagna e quel voto?
Racconta prima di tutto che la partecipazione non è morta, e che questa attivazione popolare è la cosa migliore che potesse accadere in questa tornata referendaria. Voglio andare oltre e dire che esprimere un voto, mettendoci la faccia, almeno sulle scelte importanti, torna ad essere una scommessa da fare. E aggiungerei che, contrariamente al refrain stucchevole ascoltato in campagna elettorale, non esistono materie troppo difficili per i cittadini quando di mezzo c’è la politica. E, infine, mi lasci dire che la crisi generale, nazionale e soprattutto internazionale, porta le persone a rimettere al centro la politica come risposta collettiva alla paura e all’instabilità, diventata ormai una condizione permanente da troppo tempo. Esagero? Per quello che mi riguarda ovviamente no, poiché quando la posta in gioco è reale, le persone si muovono. Nel volontariato, come nell’attivismo, ma in questo voto abbiamo visto un passaggio in più. È il dato più importante e non può appartenere a una parte politica, ma è un bene comune del paese. La campagna referendaria è stata ampia, costruita dal basso, sostenuta da una rete di associazioni, comitati, pezzi di società, partiti e sindacati che hanno rimesso al centro la Costituzione come terreno concreto. Non è un caso che, subito dopo il voto, insieme ad Acli, Anpi, Libera e Pax Christi abbiamo parlato di una nuova fase democratica: perché quella partecipazione non può essere dispersa. Il voto dice anche che non tutto è disponibile. Che esiste un limite sociale e democratico alle forzature istituzionali, soprattutto quando vengono raccontate come tecniche ma, in fondo, sono scelte politiche precise.
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I giovani hanno portato un contributo importante alla vittoria del No. C’è chi ha scritto che a vincere è stata “la generazione Gaza”. Concorda?
È una definizione suggestiva che coglie un punto reale: esiste una generazione che non accetta la normalizzazione della guerra, del riarmo ossessivo e delle disuguaglianze globali. Gaza è stata una frattura politica e simbolica. Che ha segnato il nostro futuro. Ha reso evidente una distanza tra istituzioni e società che non riguarda solo il Medio Oriente, ma il modo in cui vengono interpretati diritti, libertà e democrazia. Lo vediamo in queste ore drammatiche in Libano e a Cuba, e purtroppo da troppo tempo anche in Ucraina. Quella stessa generazione ha partecipato al referendum e alle mobilitazioni #NoKings del 28 marzo, in Italia e in molte città del mondo. Non è un fatto episodico: è una domanda di coerenza che attraversa più piani, dal locale all’internazionale. Sarebbe un errore leggerla come una parentesi o ridurla a una categoria sociologica. Perché, piaccia o non piaccia, è già un fatto politico.
L’Arci ha sempre avuto a cuore una giustizia giusta. C’è chi sostiene che il No abbia chiuso questa partita.
No, ha chiuso un tentativo maldestro e ingannevole di riforma della Magistratura, non il tema della giustizia. Si è tentato di intervenire in modo autoritario sulla Magistratura, quando sarebbe stato necessario aprire un confronto reale, aperto e sincero sulla giustizia nel nostro Paese. Cosa che noi sentiamo urgente poiché dopo il referendum restano in piedi tutti i problemi: tempi, accesso, disuguaglianze, carceri. Dire che è tutto risolto significa lasciare le cose come stanno. Proprio l’appello che abbiamo promosso come associazioni impegnate nel comitato del No dice un’altra cosa: ora va aperto davvero un confronto serio e condiviso, che parta dai bisogni delle persone e non dagli equilibri di potere. Il referendum ha segnato un limite alle scorciatoie. Adesso si tratta di costruire soluzioni credibili perché come abbiamo sostenuto sin dal principio la riforma della giustizia non è questione che riguarda solo la Magistratura e la Politica. Ma tutto il Paese.
Quali lezioni le forze politiche della sinistra dovrebbero trarre dal voto del 22-23 marzo e quali errori invece non dovrebbero commettere?
La prima lezione è che quando si costruiscono convergenze reali, si può vincere. E questa convergenza tra società civile e politica non è stata né improvvisa né casuale se la guardo dal punto di vista dell’Arci. Proprio qui, su l’Unità, abbiamo raccontato le due carovane per Rafah: un momento di svolta nella percezione del Paese di quel dramma. Società civile, partiti e anche giornalisti ne sono stati i protagonisti, insieme, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Anche lì la spinta, ad essere onesti, non è venuta dai partiti, ma dalla società. E non è lesa maestà dirlo. La seconda lezione è che la partecipazione non si invoca, si costruisce, passo dopo passo, fatica dopo fatica. Con l’ascolto e il confronto e costruendo ogni giorno, mattone dopo mattone, credibilità e autorevolezza. E anche qualche rottura con le certezze che arrivano dalla storia o dal passato. Dove c’erano relazioni, comitati, presenza nei territori, il risultato si è visto quasi subito. E qui non posso non citare – oltre alle mobilitazioni per la Palestina, anche il percorso de La Via Maestra. Un generatore di buone pratiche e di convergenze, come lo è stato, in forme diverse, anche #stoprearmeurope, esplosa con la manifestazione nazionale del 21 giugno 2025. Vede, gli errori da evitare sono evidenti ma uno su tutti merita di essere sottolineato: trasformare questo voto in una bandierina di parte o usarlo per regolare pesi e misure interne, sarebbe il modo più rapido per disperdere quella partecipazione di cui oggi tutti riconoscono il valore. È il rovescio della medaglia dell’auto referenzialità che abbiamo conosciuto in tempi non lontanissimi e che hanno fatto danni che paghiamo ancora adesso. Serve invece umiltà, ascolto, confronto, continuità nel solco di ciò che abbiamo fatto fino ad oggi. Serve poi comunità politica capace di tenere insieme diritti, democrazia, lavoro e opposizione alla guerra. Perché sono tutte questioni che si tengono insieme.
Il Medio Oriente è in fiamme, dall’Iran al Libano. Il mondo è alla mercé di Netanyahu e Trump. Ribellarsi è giusto?
Più che giusto, è necessario. Ma non può essere uno slogan fine a se stesso. E, mi faccia aggiungere che bisogna ribellarsi anche a Putin e a un’idea di Europa che rischia di essere del tutto irrilevante, pronta ai potenti di turno. Ribellarsi significa non accettare come inevitabile una spirale di guerra permanente, non considerare normale ciò che normale non è: bombardamenti sui civili, violazioni del diritto internazionale, doppi standard. Anche scelte come quelle della Knesset sulla pena di morte che sono un abominio che rimarrà nella storia e segnerà per sempre lo stato di Israele. E, purtroppo, tutti gli israeliani. E poi, le piazze del 28 marzo lo hanno detto con chiarezza, in Italia come altrove: esiste una parte di società che non si riconosce in questa direzione. La contrasta apertamente e si ribella. In modo pacifico come ha dimostrato il 28 marzo ma risoluto. Adesso il punto politico di questa straordinaria mobilitazione è trasformare questa consapevolezza in iniziativa stabile. Senza pressione sociale e democratica continua e organizzata, la logica della forza – e della guerra -continuerà a prevalere.