Il leader area liberal del Pd

“Riforma della giustizia giusta, ma lasciata in pasto al conflitto tra maggioranza e opposizione”, parla Enrico Morando

«Non sono pentito di aver sostenuto il Sì, non avrei potuto guardarmi allo specchio se avessi lasciato senza rappresentanza quanti si sono impegnati, da sinistra, per il giusto processo»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

31 Marzo 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Enrico Morando, leader dell’area liberal del Partito Democratico e presidente dell’Associazione Libertà Eguale, già viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.

Lei è stato uno leader della Sinistra per il Sì. A mente fredda ritiene di aver commesso un errore politico?
Noi di Sinistra per il Sì abbiamo subìto una netta sconfitta. Quando si perde, in una competizione democratica, è doveroso chiedersi dove si è sbagliato: la colpa non è mai degli elettori. Sia i partiti della maggioranza di governo, sia quelli dell’opposizione hanno affrontato il tema della riforma costituzionale per la separazione delle carriere dei magistrati con il fermissimo intento di non percorrere la strada prioritaria indicata dall’articolo 138 della Costituzione, cioè quella della larga convergenza parlamentare: la maggioranza di Meloni ha presentato un testo e non ha mai mostrato alcuna disponibilità a modificarlo. L’opposizione ha risposto con l’ostruzionismo. Le leadership di entrambe hanno dunque pensato che fosse prioritario iscrivere la riforma costituzionale in materia di ordinamento giudiziario -uno dei capisaldi della democrazia liberale- dentro il conflitto tra maggioranza e opposizione. Contro questa doppia e convergente pretesa avrebbero dovuto immediatamente reagire i sostenitori della necessità e dell’urgenza di un intervento di riforma che rendesse effettivamente attuabile l’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. La convergenza tra centrodestra e centrosinistra (emendamenti Salvi-Pera) che si realizzò alla fine degli anni ‘90 su quell’articolo poteva e doveva essere mantenuta. Una aperta battaglia politica dei liberali di destra e di sinistra (quelli che si sono poi ritrovati nei Comitati per il Sì), all’interno dei rispettivi schieramenti, avrebbe forse potuto sia intaccare la rigida chiusura del confronto tra maggioranza e opposizione nel lungo iter parlamentare della riforma; sia, soprattutto, diffondere nell’opinione pubblica la consapevolezza della posta in gioco: non l’utilizzo della Costituzione per il rafforzamento del Governo o dell’opposizione, ma il diritto del cittadino al giusto processo. Quello che si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, di fronte ad un giudice terzo e imparziale. Sì, ognuno di noi ha scritto qualche articolo, ha fatto qualche intervista… Ma è mancata un’iniziativa politica determinata, organizzata, convergente sull’obiettivo. Esattamente quella che abbiamo provato a sviluppare durante la campagna referendaria. Il ritardo è stato il principale errore compiuto. Per i riformisti, le battaglie non date al tempo giusto, e con la determinazione necessaria, sono spesso fonte di sconfitta. Sono le prediche vuote dei massimalisti quelle che non hanno il problema di fare i conti col tempo.

Ma la sconfitta del Sì è stata determinata da molti altri fattori…
Certamente. Ma la sua domanda riguardava quelli compiuti dalla Sinistra del sì. Gli altri fattori di sconfitta -a partire da una debole mobilitazione dell’elettorato del centrodestra, specie nel Sud-, non sono certo riconducibili alla responsabilità della Sinistra del Sì… Ad esempio, io credo che a determinare l’insufficienza della mobilitazione dell’elettorato del centrodestra abbia giocato un ruolo tutt’altro che trascurabile il fatto che questa riforma -andando all’essenziale -era una riforma liberale, volta a mandare definitivamente nel dimenticatoio il processo inquisitorio, intrinsecamente autoritario. Proprio quel tipo di processo -che piace tanto alla destra del “buttateli in galera e gettate via la chiave“- che la riforma Vassalli alla fine degli anni 80 e quella del giusto processo alla fine degli anni 90 (riforme ispirate e volute anche, se non soprattutto, dalla sinistra liberalsocialista), hanno cercato di superare. Di più: io credo che le reminiscenze di questa cultura abbiano influito su molte delle incertezze e degli errori compiuti in campagna elettorale da esponenti del Governo e del centrodestra, a partire dagli attacchi indiscriminati alla magistratura (i plotoni di esecuzione), fino al cedimento alla logica che voleva la riforma come strumento di soluzione del conflitto tra Politica e Magistratura. Finché era il No a dire che si voleva asservire la magistratura, si trattava di una propaganda sbagliata ma legittima. Se però i Sì della maggioranza di governo confermavano quella tesi, l’elettorato la prendeva come interpretazione autentica, a prescindere dalla campagna della Sinistra del Sì e delle Camere penali.

Dica la verità: si è pentito della scelta che l’ha portata ad impegnarsi per il Sì? Qualcuno ha detto che lo ha fatto per accrescere la sua visibilità…
Nessun pentimento. Prendo atto della sconfitta e rifletto sui miei errori e sulle sue ragioni. Ma non avrei potuto guardarmi allo specchio se avessi lasciato senza rappresentanza quanti si sono impegnati -da sinistra- per il giusto processo e la conseguente separazione delle carriere. Quanto alla ricerca di visibilità, lasciamo perdere. Eppure, chi lo ha detto mi conosce da quarant’anni…

C’è chi sostiene che il vero vincitore del referendum sia stato il “partito dell’Anm”. Game over per una Giustizia giusta?
I comitati referendari sono -per legge- soggetti politici. La scelta della Anm di costituirsi in Comitato è una consapevole scelta di mutamento -sia pure per la fase della campagna elettorale- della propria natura, per diventare soggetto politico. È una scelta molto impegnativa, potenzialmente foriera -al di là dei fasti della contingenza- di una perdita di prestigio e autorevolezza della Associazione. Per fortuna, questo esito negativo non è scontato: molto dipenderà dall’utilizzo che i dirigenti della Anm vorranno fare della “vittoria”. Molti di loro hanno sostenuto -a mio avviso correttamente- che la separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti sia realizzabile anche a Costituzione vigente. Bene. Ora i Comitati per il Sì potrebbero elaborare ipotesi di soluzione che prendano sul serio questa possibilità e la traducano in norme di legge ordinaria, rivolgendosi a tutti gli operatori del diritto, dai magistrati agli avvocati, oltre che ai partiti di maggioranza e di minoranza. La oggettiva impossibilità di attuare pienamente l’articolo 111 della Costituzione se la carriera di Pm e giudice rimane la stessa non è un’invenzione dei sostenitori del Sì, ma una reale difficoltà per quanti non pensano che quell’articolo sul giusto processo sia una “boiata bicamerale“. Anche il sistema elettorale del Csm potrebbe essere rivisto, utilizzando il collegio uninominale. Alcuni tra i più autorevoli esponenti di Sinistra del Sì -in primis Stefano Ceccanti- hanno elaborato proposte in tal senso. Vale la pena di tirarle fuori dal cassetto…

Venendo al dopo referendum. Ritiene che a Palazzo Chigi ci sia ora un’”anatra zoppa”?
La Presidente del Consiglio ha subito una sconfitta pesante, in primo luogo determinata dalla sua scelta di non ricercare in alcun modo una larga convergenza parlamentare sulla riforma della Costituzione. Pensava di poter fare da sola una riforma di tipo liberale dell’ordinamento giudiziario. È stato al tempo stesso un errore di sopravvalutazione della sua forza e di sottovalutazione delle resistenze di tipo culturale presenti nel suo elettorato. La sua maggioranza parlamentare resta molto ampia, ma la sua leadership è gravemente compromessa. Come dimostra la decisione di fare ora scelte (Delmastro, Santanchè) che con l’esito del referendum non hanno alcun rapporto e andavano fatte mesi e mesi or sono.

Dal governo all’opposizione. Il No ha indubbiamente rafforzato la leadership di Elly Schlein. Cosa si sente di chiedere oggi alla segretaria Dem?
La Segretaria del Pd esce rafforzata dalla battaglia referendaria. Il risultato premia la sua scelta: puntare sulla “naturale” contrapposizione a Meloni, mettendo in secondo piano il testo della riforma. Molti, a sinistra, hanno votato No con l’obiettivo di dare un colpo a Meloni e al suo Governo, pur condividendo l’esigenza della separazione delle carriere. Ne ho incontrati parecchi, nel corso di una campagna elettorale che ho condotto senza risparmio. A tutti ho detto che capivo il fondamento della loro decisione, ma non potevo condividere-quando era in ballo il diritto fondamentale del cittadino al giusto processo-, la scelta di privilegiare un obiettivo tattico, inerente il rapporto di forza tra maggioranza e opposizione, sulla esigenza di dare finalmente attuazione piena, con la forza della Carta fondamentale, a quell’articolo 111 che noi di centrosinistra avevamo contribuito a scrivere e che rischiava di restare inapplicato. Non sottovaluto il peso che, a favore del No, ha avuto quell’insieme di posizioni e idee di una parte rilevante della sinistra che va iscritto nella categoria del populismo giustizialista, per contrastare il quale noi miglioristi del Pds ci impegnammo in una dura battaglia politica, fin dagli albori di Tangentopoli, nel lontano 1992 (documento dell’area riformista del Pds sul governo Amato e la lezione da trarre da Tangentopoli). La verità è che la larga maggioranza dell’elettorato di centrosinistra si è convinta che l’obiettivo relativo al contesto (l’indebolimento di Meloni e del centrodestra) dovesse essere nettamente privilegiato sull’esigenza di stare al testo della riforma, realizzando quella separazione delle carriere di giudicanti e requirenti la cui mancanza ha impedito, da più di cinque lustri, il pieno dispiegarsi -nella vita dei cittadini- del diritto al giusto processo (e al “sapere” che il processo è giusto). Ora, nel rivendicare il pieno diritto di cittadinanza nel centrosinistra e nel Pd di quegli elettori che hanno scelto di far prevalere il testo sul contesto, penso che sia urgente il lavoro di costruzione di una credibile proposta di governo alternativa a quella di Meloni e del centrodestra. Una proposta che ha due componenti fondamentali: un programma -al tempo stesso visionario e realistico-, e una leadership che lo incarni di fronte agli elettori. Pretendere di concentrarsi solo su uno di questi due elementi porterebbe al fallimento: non c’è programma di governo vero se alla sua elaborazione non ha concorso -per la necessaria mediazione tra soluzioni diverse, per quanto tutte compatibili con un quadro di valori e principi condivisi-, un leader che abbia ricevuto una indiscutibile investitura popolare. Si scelga tra due soluzioni. Se si adotta la soluzione europea che il premier è espresso dal primo partito della coalizione, il Pd faccia il suo congresso, per rinnovare un mandato ormai troppo distante e comunque in scadenza. Se invece si scelgono le primarie, bisognerà allora che, tra tutte le forze che intendono far parte della coalizione, si condivida una dichiarazione sui principi e i valori generali che ispirano l’insieme delle forze in campo. Di lì in poi, saranno i candidati alle Primarie per la candidatura a premier a consentire che milioni di elettori di centrosinistra si possano pronunciare sulla proposta di governo nel suo insieme. Il doppio turno -come accadde per le primarie Bersani-Renzi- consentirà di evitare la frammentazione e di scegliere il leader più rappresentativo.

A contribuire fortemente alla vittoria del No sono stati i giovani, “la generazione Gaza” (copyright Concita De Gregorio).
La grande partecipazione al voto è, in generale, incoraggiante. Quella dei giovani, ancora di più. Mi piacerebbe che la mobilitazione giovanile si rivolgesse allo stesso modo e con identica intensità verso Gaza, l’Ucraina e i milioni di ragazzi e ragazze iraniani che lottano da anni a mani nude contro un regime che li massacra. Finora non è avvenuto, ma non dispero…

31 Marzo 2026

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