A 30 anni dalla scomparsa
Dario Bellezza, una vita come opera d’arte: il “miglior poeta della sua generazione” per Pasolini ghettizzato per l’Aids
La sua vita fu segnata dallo stigma della malattia, che gli procurò solitudine e amarezza. E uno sconsolato dialogo con le cose ultime
Cultura - di Susanna Schimperna
Dario scontroso, ribelle, umorale, intelligente, colto, acuto, imprevedibile. Dario pieno di contraddizioni: secondo Luca Canali, aveva un atteggiamento sempre polemico nei riguardi del mondo; nei ricordi di Antonio Veneziani desiderava affetto e lo frenava subito dopo; Paolo Mosca lo descriveva come un uomo di un’educazione e correttezza fuori dal comune, che non approfittava del suo essere poeta per permettersi comportamenti antipatici. Su una cosa tutti, estimatori e amici, detrattori e nemici (questi ultimi davvero pochi oggi, perché ovviamente la morte dà modo a chi è rimasto vivo di mettersi in mostra in una gara a chi lo scomparso lo conosceva meglio, lo amava di più, ne aveva intuito la grandezza ben prima che si manifestasse al mondo e magari a lui stesso), ecco, su una cosa tutti concordano: la vita e l’opera di Dario Bellezza si sovrapponevano perfettamente, e per dirla con le parole di Maurizio Gregorini, grande amico che a lui è stato vicino fino all’ultimo minuto, «Dario viveva nella sua poesia e la sua poesia viveva nella sua vita».
In occasione del trentennale della morte, 31 marzo 1996 all’ospedale Spallanzani, terza divisione, primo piano, letto 10, Gregorini fa uscire una nuova edizione (la terza), molto ampliata, di un libro apparso per la prima volta nel 1997. Il titolo è Dario Bellezza. Un incontro (ed. Il Simbolo). La prima edizione, con un titolo diverso, era nata come memoriale scritto su consiglio di un avvocato, perché, in seguito a dicerie calunniose (farsi pubblicità sfruttando la morte del poeta) e addirittura a una querela che sarebbe sfociata in una causa, Gregorini aveva chiesto alle persone vicine a Dario nell’ultima fase della vita una testimonianza a suo favore, e gli era stata rifiutata. Il memoriale sarebbe dunque servito, nelle intenzioni dell’avvocato, per raccontare la realtà dei fatti nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla magistratura. Oggi, il libro propone il diario delle ultime settimane di vita di Dario, arricchito da una serie di colloqui-interviste con lui, puntigliosamente registrati e di cui ora, dopo averli ascoltati di nuovo, Gregorini mette a disposizione nuovi estratti (evitando le parti più personali e le critiche più feroci di Dario contro persone che detestava), poesie inedite, una personale analisi dell’ultima produzione di Bellezza, testimonianze di chi aveva intrattenuto con lui rapporti di amicizia o di lavoro – oltre ai già citati Canali, Veneziani e Mosca, ci sono Velio Carratoni, Elio Pecora, Enzo Siciliano, Maria Luisa Spaziani, Renzo Paris, Barbara Alberti e Adele Cambria – , e infine una storia dell’Aids, scritta da Gregorini stesso.
La morte di quello che Pasolini aveva definito “il miglior poeta della nuova generazione” già soltanto dopo la prima pubblicazione del 1971, Invettive e licenze, è stata accompagnata da polemiche, drammi, ombre e voltafaccia, un po’ in consonanza con la sua vita. La macchina propostagli dal bioingegnere Giuseppe Marineo e in cui riponeva enorme fiducia, sostenendo che lo aiutasse, lui malato di Aids in un periodo in cui questo significava condanna senza appello, gli era stata tolta («Di chi è la vita che sto vivendo? Non ho il diritto sacrosanto di coltivare una speranza? Solo io posso decidere per me! Per quale motivo hanno deciso di non lasciarmi in pace, non permettendomi di continuare la sperimentazione della cura?»), e Dario a Gregorini confida un doppio rimorso: per non aver pianto come sarebbe stato giusto la morte del padre, dato che il suo unico pensiero era in quel momento la macchina, e per averlo quasi certamente portato lui alla morte, il povero padre, che era stato colpito da infarto a causa delle notizie circolate all’improvviso sul figlio. Circolate “impudicamente”, sottolinea Dario, ed è ancora troppo gentile: un giorno, a settembre del 1995, sui quotidiani era apparsa la diagnosi, Aids, senza riguardo, decenza, e non parliamo di deontologia professionale.
Fino a quel momento, a sapere era soltanto la sorella. È l’inizio, dice Gregorini, di una ghettizzazione lancinante e di bizzarre insinuazioni che porteranno il poeta a un calvario mediatico e sociale. E gli amici, i conoscenti? «Ho avuto il terrore di non poter più nemmeno scambiare due chiacchiere coi vicini di casa. E non ho nessuna remora ad ammetterlo: mi hanno trascurato gli intellettuali perché, lo so, hanno il panico di entrare in casa mia, paura di venire da me, terrore di contrarre il virus. Ma non sanno che l’Aids non si trasmette con una stretta di mano? Aveva ragione Elsa (Morante, n.d.r.) quando diceva che i circoli letterari romani erano fascisti e putrefatti». Saranno sempre “gli intellettuali”, o meglio molti di loro, a firmare una lettera su cui Paolo Mosca, noto per essere elegante e moderato, non esita a riversare tutto il suo disprezzo, qualificandola come “documento famigerato, azione mostruosa, ingiustificabile sotto ogni punto di vista”: si contestava il fatto che Dario potesse usufruire della legge Bacchelli, perché altrimenti, così argomentavano quelle menti illuminate e pietose, la legge Bacchelli avrebbe dovuto estendersi a tutti i malati di Aids. Livore e invidia, aggiunge Mosca, perché Bellezza «era poeta molto bravo e più coerente di altri che si credono tali».
A tratti tenere o divertenti, profonde o struggenti, le conversazioni registrate da Gregorini nelle lunghe notti insonni accanto al letto di Dario toccano soprattutto la letteratura, l’amicizia, Dio, la fede. Dario svela il suo grande amore per un libro di scarsissimo successo, Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, e poi per i libri di Clemente Rebora, David Maria Turoldo, Deniky Orten, che Gregorini gli legge. Si confrontano sul buddismo, il cristianesimo, la figura di Cristo Salvatore, l’ebraismo. Dario si sente abbandonato da Dio, punito. Qualche giorno prima di morire scrive versi frammentari rivolti ai suoi adorati gatti e alla perdita del calore delle amicizie. Vorrebbe scrivere un libro sull’Aids intitolato Il mio Sida, ma non ne ha il tempo. Nove anni prima, non si sa se già a conoscenza del risultato positivo del test per l’Hiv, aveva pubblicato Serpenta, che si chiudeva così: «La nuova versione / di me non è più possibile ascoltarla; / la memoria ha fatto piazza pulita / e il cuore si è fermato in un attimo / scabroso. Rimane solo la vernice / per sporcare la porta di rosso / sangue; il delitto sarà consumato / domani». Il “canto infermo” di Bellezza, ha ragione Gregorini, è un filamento svolto tra l’umano e il divino, una poesia che conserva la temerarietà di non piacere, l’aspirazione a vivere senza curarsi di essere disapprovato. Viene in mente quel giorno a Castelporziano, quando al pubblico che lo vuole nudo Dario aveva reagito gridando «stronzi fascisti».
Malato, del giudizio altrui adesso se ne infischia ancora di più. Il suo referente è Dio, è l’assoluto, in un dialogo a due, o forse in un monologo visto che Dio sembra assente, e di fronte a questo il resto è nulla, a parte il dolore, atroce, e la preoccupazione per dove sarà sepolto: «Se hanno voluto Amelia (Rosselli, n.d.r.), perché non dovrebbero volere me? In fin dei conti sono buono, sono un valido poeta. Mi accetteranno, vero?». Sì, lo accettano. Quando la salma arriva al cimitero acattolico ad aspettarla ci sono poche persone, che gettano nella fossa oggetti personali, fiori, scritti di Dario, oltre che un po’ di terra. C’è anche un gatto bellissimo, che sosta sull’orlo della fossa, poi si ferma sulla tavola che l’attraversa e non intende spostarsi di lì per nessun motivo.