Il senatore dem
Intervista ad Alessandro Alfieri: “Partecipazione va conquista, riforme possibili anche senza toccare la Costituzione”
«Il referendum dimostra che una nuova partecipazione è possibile. Ma non è garantita: va conquistata ogni giorno. Dobbiamo evitare di pensare che per il centrosinistra e i progressisti la strada sia in discesa»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Alessandro Alfieri, senatore, capogruppo del Partito democratico alla Commissione esteri di Palazzo Madama e responsabile Riforme e PNRR nella Segreteria nazionale del Pd.
Qual è il segno politico del voto del 22 e 23 marzo?
In generale per questo Governo è una sconfitta pesante dopo che in Parlamento ha blindato una riforma costituzionale senza accogliere, in maniera arrogante, neanche un emendamento dell’opposizione. Al contrario rappresenta un successo per i comitati civici, per associazioni e sindacati e per i partiti di opposizione che si sono mobilitati per il NO. Abbiamo fatto un ottimo gioco di squadra. Un grandissimo risultato, anche perché ottenuto con un’alta partecipazione, non prevista alla vigilia. Pensiamo in particolare a coloro che non erano andati a votare alle ultime elezioni politiche e che invece questa volta si sono mobilitati per difendere la nostra Costituzione, a partire dai più giovani. Come senatore del Pd sono orgoglioso dello straordinario lavoro fatto dai nostri sul territorio, con tante iniziative sul merito della riforma per denunciare il rischio di indebolire l’autonomia della magistratura. Abbiamo contribuito a riattivare tante energie. Sappiamo bene che i risultati del referendum non sono sovrapponibili a quelli delle elezioni parlamentari. Ma sicuramente ci responsabilizza ulteriormente a lavorare per costruire fin da subito l’alternativa con tutte le forze di opposizione, coinvolgendo il mondo associativo che si è mobilitato per il no al referendum e quelle persone che sono tornate a votare dopo aver disertato le urne alle ultime politiche. Da oggi lo faremo con ancor maggior determinazione
- Perché Schlein è la vincitrice del referendum: ha guidato la rimonta de NO, neanche stavolta l’hanno vista arrivare
- Meloni si nasconde, un video per mascherare il tonfo referendario: a sinistra il trionfo di Schlein e la sfida di Conte
- Così è stata punita l’arroganza di Meloni sul referendum: la storia la scrivono i cittadini, non la premier
Dopo la vittoria del NO, si può parlare di un’”anatra zoppa” a Palazzo Chigi?
A Palazzo Chigi pensavano di vincere agilmente quando hanno scelto di puntare sul referendum sulla separazione delle carriere. Invece, è arrivata la prima vera sconfitta per la presidente del consiglio Giorgia Meloni, tanto più che, con la rimonta del NO nelle ultime settimane, ha dovuto scendere in campo in prima persona, con tutti i rischi connessi. Inevitabile il contraccolpo. Non so se possiamo parlare formalmente di anatra zoppa, perché la sua maggioranza in parlamento rimane solida, ma con il Paese reale si è rotto definitivamente l’incantesimo e non bastano certo le dimissioni a raffica di questi giorni per farla tornare a correre. Anzi è ancora peggio: gli italiani si chiederanno: ma perché ha aspettato la sconfitta referendaria per spingerli a lasciare quando c’erano motivazioni enormi per farlo molto tempo prima.
Un ruolo importante nella vittoria del NO l’hanno avuto i giovani. Ma non era una generazione di apatici, privi di passione civile e disimpegnati?
Durante questa campagna referendaria mi hanno colpito in particolare gli eventi con tanti ragazzi e ragazze interessati a capire la costituzione e pronti a scendere in campo per difenderla. Un pezzo del successo del NO è dovuto alla mobilitazione dei più giovani. Dire che i giovani siano apatici è sempre stato un alibi comodo per chi non li ha voluti ascoltare davvero. Il voto del 22 e 23 marzo lo smentisce in modo clamoroso: quando vengono coinvolti su temi concreti, quando percepiscono che la posta in gioco riguarda il loro futuro e i valori in cui credono, i giovani partecipano, eccome. Ciò ci carica di una responsabilità in più: quella di non disperdere questa passione civica. I giovani non si mobilitano solo per appartenenza, ma per convinzione nella causa da sostenere. E questo ci obbliga a essere più seri, più coerenti, più netti nelle scelte su lavoro, istruzione, ambiente e sanità. Se c’è una cosa che questo voto dimostra, è che una nuova partecipazione è possibile. Ma non è garantita: va conquistata ogni giorno.
Che insegnamenti dovrebbe trarre l’opposizione e in particolare il Pd da questo voto?
Nei grandi centri ha vinto il NO, mentre è vero, il risultato è stato spesso diverso in provincia, dove abita la gran parte degli italiani. Lì bisogna costruire un progetto che rassicuri le persone e le accompagni attraverso i grandi cambiamenti che stiamo affrontando. A partire dal nord, dove il radicamento del centrodestra rimane forte e noi registriamo le maggiori difficoltà ad intercettare il malessere di partite IVA e mondo produttivo. Ora la priorità è costruire un’agenda economica e sociale condivisa. Partiamo dagli stipendi che sono tra i più bassi d’Europa e dalle bollette che sono tra le più care, fino alle liste d’attesa troppo lunghe nella sanità. Senza dimenticare la sicurezza. Temi su cui abbiamo già presentato delle iniziative insieme come partiti di opposizione. L’errore che invece dobbiamo evitare è pensare che per il centrosinistra e i progressisti la strada sia in discesa. Una parte di quei NO, soprattutto al sud, sono voti di protesta che faticheremo a portare sulla nostra proposta politica. Mentre sono certo che potremo intercettare una parte dei SÌ che non voterà mai la Meloni ed è interessata a capire che riforme abbiamo in mente noi per migliorare il funzionamento della giustizia. Perché quando ti presenti per governare il Paese, non basta più dire no; devi indicare quali sono le tue proposte.
C’è chi sostiene che a determinare la vittoria del NO sia stato anche l’appiattimento della destra e della presidente del Consiglio sulla guerra di Trump e Netanyahu. È anche lei di questo avviso?
L’ulteriore politicizzazione della sfida referendaria, impressa dalla discesa in campo della Meloni, ha trovato il suo terreno inevitabile nella guerra scatenata da Trump e dal premier israeliano. Agli italiani non piace questa guerra perché crea incertezza e soprattutto non piacciono le conseguenze in termini di rincari di benzina e bollette. E hanno individuato in Trump il principale responsabile. Inutile dire chi considerano la persona a lui più vicina in Italia. Quella persona ha inevitabilmente pagato un prezzo. E lo paga in un momento delicato, dove l’incapacità della Meloni di prendere le distanze da Trump e dal suo avventurismo si aggiungono all’incapacità di dare risposte su stipendi e sanità. La politica estera probabilmente non porta molti voti, ma incide sulla credibilità di un leader e su quella della coalizione che lo sostiene. Tutto ciò sia di monito anche per il lavoro che abbiamo avviato come centrosinistra per definire le nostre posizioni in politica estera. Dove abbiamo fatto passi in avanti costruendo mozioni condivise su Gaza, sul Board of Peace e sui conflitti in Medio Oriente; mentre rimangono importanti differenze sulle modalità di sostegno al popolo ucraino. Ma sono convinto che con pragmatismo potremo trovare una sintesi anche su questo versante.
Resta il tema irrisolto di una iniziativa per una Giustizia giusta. Il referendum ha chiuso questa strada?
Siamo convinti che servano riforme importanti per far funzionare meglio la macchina giudiziaria. Ma possono essere benissimo promosse senza toccare la Costituzione, bastano delle leggi ordinarie. In questo senso, durante il governo Draghi con il nostro lavoro siamo arrivati ad una separazione di fatto delle carriere. E abbiamo indirizzato una parte importante dei soldi del PNRR destinati alla Giustizia per rafforzare l’ufficio del processo e accelerare sui tempi di conclusione delle cause. Adesso abbiamo pronte le nostre proposte per stabilizzare i giovani che abbiamo assunto a tempo determinato con quelle risorse e per consolidare gli organici, così come abbiamo i nostri progetti in materia di responsabilità dei magistrati. Non ci siamo mai tirati indietro dal confronto su questi temi. Purtroppo, è la maggioranza che ci ha sbattuto in faccia la porta nelle quattro letture tra Camera e Senato. Creando un pessimo precedente.
Ultima domanda: nonostante la sconfitta al referendum, Giorgia Meloni sembra intenzionata ad insistere sulla riforma elettorale.
Mi sembra che non abbiano capito la lezione. Invece di occuparsi di caro energia e di liste di attesa in sanità, come prima cosa Meloni e la destra accelerano le procedure per modificare la legge elettorale. E Il motivo? Perché con l’attuale perderebbero. Immagino che gli italiani siano contenti che questa sia la priorità del governo. Farebbero bene a fermarsi, invece di andare avanti con arroganza e senza ascoltare come hanno fatto con la riforma costituzionale appena bocciata.