Il film di Andrea De Sica
“Gli occhi degli altri”, Casati racconta le donne di oggi
Il film rievoca la parabola di uno dei delitti più scandalosi degli anni ‘60, che vide il marchese Camillo uccidere sua moglie e l’amante. “Sono passati 60 anni, ma questa storia pare cronaca”
Spettacoli - di Chiara Nicoletti
Alla Festa del Cinema di Roma, dove era stato presentato in Progressive Cinema, Gli Occhi degli altri, terzo lavoro di Andrea De Sica, si è portato a casa il Premio Monica Vitti per la miglior attrice alla sua protagonista, Jasmine Trinca. Ed è proprio il percorso del personaggio di quest’ultima il centro del film che si ispira al noto delitto Casati Stampa, uno dei casi più scandalosi dell’Italia degli anni 60 in cui il marchese Camillo Casati Stampa uccise la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante con cui si scoprì successivamente che la donna aveva iniziato una relazione sessuale con il consenso del marito, che vi assisteva.
Una storia d’amore e di possesso, ancora sorprendentemente attuale, dichiara De Sica, che la ambienta sull’Isola di Zannone. Arrivato da poco nelle sale il film, distribuito da Vision dal 19 marzo vede Filippo Timi affiancare Trinca nel ruolo del marchese Lelio e Matteo Olivetti in quelli del giovane innamorato della bella, finalmente consapevole di sé e “quasi” libera dalle manipolazioni del marito, Elena. Sta proprio in quel ‘quasi’ che il film si connette con l’oggi e rende la storia amaramente attuale. All’inizio i due condividono la trasgressione, Elena non subisce le scelte del marito ma ne condivide i desideri sessuali. Quando attraverso le stagioni della vita Elena prende consapevolezza di sé e cambia le regole del gioco, perché non lo sente più suo, il “rifiuto” manda in pezzi un marito manipolatore che non sa accettare il no, l’indipendenza, la libertà della donna che dice di amare.
“Questo è un film che guarda al passato per parlare del presente, che pone interrogativi più che dare risposte – riflette infatti De Sica. Mentre scrivevamo il film con Gianni Romoli ci interrogavamo sui motivi profondi che ci portavano alla necessità di raccontare questa storia oggi. Poi la cronaca, anche drammaticamente, ci ha dato ragione. Oggi si parla molto di personaggi maschili come Jeffrey Epstein, di uomini di potere e non li vedo tanto distanti dal mio marchese, da questa dimensione totalizzante della sua isola. Tristemente la realtà ci ha dato ragione, non lo dico con orgoglio. Ma non voglio che il film si concentri solo sugli aspetti perturbanti: la mia ricerca personale è sempre stata sulla zona di confine tra fascinazione e male, e spero che il film riesca a tenerli insieme entrambi”.
Non è un caso, dunque, che il film sia sostenuto dalla Fondazione Una, Nessuna e Centomila, come ci informa fieramente la produttrice Marta Donzelli di Vivo Film: “Hanno visto il film e deciso di sostenerlo proprio per il punto di osservazione che offre sulle violenze all’interno delle coppie. È una cosa su cui Andrea, Filippo e tutti noi abbiamo lavorato molto. Il film esplora una zona grigia, dove però la linea del consenso non deve essere messa in discussione. Siamo contenti che anche questo messaggio passi attraverso il film”. Anche se il film si chiama Gli Occhi degli altri, è lo sguardo della Elena di Jasmine Trinca il baricentro della storia, sono i suoi occhi e il suo corpo che cambiano, si trasformano. Del suo personaggio e del suo percorso Trinca sottolinea, appunto, l’attualità: “È una donna che diventa libera alla fine e che paga questa scelta con la vita, come spesso accade. All’inizio la percepiamo forse falsamente libera: è dentro una relazione che sceglie, sì, ma chi di noi è libera dai costrutti sociali? Una donna senza grandi mezzi che pensa di dover sposarsi bene per esistere. Questa dinamica viene assunta da tutte noi, in qualche posto. E ricordiamoci come il romanticismo può essere la causa di tutti i mali. Queste pratiche sessuali, per gli anni 60 in cui è ambientata la storia, avevano una loro facciata borghese e poi il grande scandalo del retropalco. Cosa avevano di moderno? La modernità sta nell’accettazione di quella libertà, nell’incarnare la sessualità senza morale. Mentre lo sguardo prevaricante di quest’uomo è tutto il contrario della modernità, è assumere qualcosa di vecchio di secoli e riproporlo all’infinito. Ed è quello che ci ritroviamo a vivere continuamente, anche nel 2026”.
E sul 2026, sull’oggi, interviene anche Andrea De Sica: “Purtroppo la cronaca risuona dentro questa storia. Lo prendo però da un altro punto di vista, anche da maschio borghese che ha cercato di mettersi in discussione: i Casati Stampa erano la coppia più celebrata dell’Italia dell’epoca, e la loro morte cruenta ha mostrato al mondo qualcosa che stava dietro. Io racconto qualcosa che sta dietro al mio mondo, con grossa autocritica”. A proposito di sguardo, De Sica poi procede anche a descrivere il perché del titolo: “Mi piace perché non è una formula, è qualcosa che può risuonare in varie situazioni. Gli occhi degli altri sono innanzitutto i nostri occhi, gli occhi del pubblico, di chi guarda. C’è un discorso sullo sguardo, sul cinema, sull’essere regista: nel momento stesso in cui metto il mio sguardo su qualcosa, rimango coinvolto. Noi andiamo al cinema perché ci sembra una comfort zone da cui spiare le storie da vicino, ma poi queste immagini prendono il sopravvento e possono anche distruggerci. È proprio un film sullo sguardo, sul guardare, sul cinema”.
Ciò che rimane indelebile nel film è l’abnegazione con cui Jasmine Trinca si è donata, letteralmente anima e corpo, al progetto. È da sempre un’artista che si è messa in gioco e in discussione, rappresentando tante personalità, tante sfumature del femminile. Con Elena, condensa tante prove precedenti e diventa tante donne diverse interpretandone solo una, messa a nudo emotivamente e fisicamente. A chi le parla di coraggio, risponde: “Coraggiosa? Mica tanto. Mi sarei sinceramente sottratta da un racconto di questo tipo se non avessi incontrato questa scrittura, se non avessi incontrato un regista che, pur conoscendo da quando eravamo bambini, mi ha portato una visione molto vicina al mio sguardo su questo racconto. Il rischio qui è altissimo, non solo per l’esposizione del corpo, ma soprattutto per la sostanza del racconto. Andando avanti col tempo mi sono detta: ha senso che cominci a utilizzare il mio lavoro per incarnare qualcosa. Ho sempre voluto incarnare un femminile potente, diverso. Adesso che sono più grande mi sono detta: è il caso di incarnare anche il femminile controverso. Se me lo prendo addosso io, è difficile che qualcuno venga a dirmi qualcosa, perché so raccontarlo, prendendomi anche il rischio di sbagliare”.