Destra in tilt
Capaci di tutto, buoni a nulla: saltano Delmastro e Bartolozzi, il governo Meloni è in tilt
Senza premierato e legge elettorale su misura, Meloni ha davanti a sé mesi di passione. Ma a sinistra c’è da risolvere la grana primarie di Conte
Politica - di David Romoli
Pur di provare a ribellarsi alla cocente sconfitta e lanciare un segnale agli elettori, Meloni è pronta a tutto. E così, nella solida tradizione forcaiola nella quale si è formata a Colle Oppio, si prende la testa di Bartolozzi e Delmastro, con Santanché che si avvicina a grandi passi alla ghigliottina.
Tutto accade intorno alle 18, quando, smentendo clamorosamente Nordio che l’aveva blindata, Bartolozzi e Delmastro si precipitano a via Arenula per rassegnare le dimissioni. “Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni – reciterà poco dopo l’accorata nota del viceministro – da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio”. Se il centrodestra annaspa, nel tentativo disperato di invertire la china discendente, nel centrosinistra è invece tempo di schiudere nuovi orizzonti.
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“I giovani ci hanno chiesto come aumentare i salari e come fermare la guerra, non come scegliere il candidato premier”: il co-leader di Avs Nicola Fratoianni prova così a frenare la corsa verso le primarie lanciata da Giuseppe Conte. Avs ha molti motivi per non gradire le primarie e il principale è la fondata paura che una guerra interna al Campo Largo ne danneggi poi le prospettive elettorali. Ma ormai è tardi: la corsa alle primarie è iniziata e il PD sa di non poterla bloccare. Conte, del resto, ieri ha rilanciato e precisato la sua posizione: «Prima ci vuole il programma. Non sarebbe pensabile scegliere il premier senza un programma. Poi arriveranno le primarie e io sono pronto a candidarmi». Il leader del M5S mira a circoscrivere l’alleanza, allargando i confini dell’attuale Campo, proprio attraverso la messa a punto del programma. Non che ci siano molti dubbi: Renzi farà parte della partita, Calenda no. Ieri, anzi, il leader di Azione ha sparato a zero: «Alla fine il populista Conte sarà il candidato premier». L’ex premier ha in effetti molte carte da giocare in una campagna elettorale basata sulla popolarità personale: la sua, si sa, è ancora molto alta anche all’interno del Pd. Ma Elly ha all’attivo una serie di successi coronati dal trionfo nel referendum e ha anche alle spalle una campagna referendaria vincente per le primarie del Pd. I giochi sono quindi tutti aperti.
Molto diversa la situazione dall’altro lato della barricata. I leader della maggioranza, a partire da Giorgia Meloni, non si sono ancora ripresi dalla inaspettata mazzata della sconfitta secca al referendum. La prospettiva, per ora, resta quella sempre perdente del far finta di niente: «Continuiamo a lavorare per il bene del Paese», sintetizza il leader di Fi, Tajani. Le fonti anonime di Palazzo Chigi confermano. La premier non ha intenzione di chiedere il rinnovo della fiducia in Parlamento, non pensa affatto a elezioni anticipate, per il momento, non ha neppure in programma un colloquio con il Capo dello Stato. Ma far finta di niente stavolta è davvero impossibile: la posizione della premier dovrà probabilmente essere riveduta e molto corretta nei prossimi giorni. Il premierato, per esempio, è oggi una strada diventata impraticabile. Prima o poi Giorgia qualcosa in materia dovrà dirla.
La legge elettorale, poi, è destinata a diventare un calvario. Provare a imporla a colpi di maggioranza significherebbe, infatti, inimicarsi ulteriormente un’opinione pubblica che ha fatto capire molto chiaramente di non gradire regole scritte da una parte sola a proprio vantaggio. Significherebbe anche sfidare i fucili puntati della Corte Costituzionale e forse dello stesso Quirinale. Con alle spalle la vittoria nel referendum la premier era certa di poter contare, se non sul consenso aperto, almeno su un’opposizione quasi solo di facciata da parte del Pd. In due giorni è cambiato tutto. Il capo dei senatori Pd Boccia è ora drastico davvero: “Meloni deve deporre la clava e ritirare la nuove legge elettorale”. Insomma, cambiare la legge elettorale non sarà affatto facile, tanto più che nella maggioranza il progetto che Giorgia ieri poteva imporre mentre oggi è troppo debole per farlo non piace molto a Forza Italia per alcuni motivi e alla Lega per altri.
Poi c’è il capitolo economia. La strategia elettorale del centrodestra si basava tutta sull’ipotesi di una finanziaria espansiva e spendacciona. Ma quei soldi non è affatto detto che ci siano, anzi è probabile che la prossima finanziaria dovrà essere, se non proprio austera come le precedenti, almeno piuttosto povera. Insomma, il rischio che corre Giorgia Meloni con la strategia del far finta di nulla è quello di restare sulla graticola per un anno per poi ritrovarsi con le spalle al muro al momento delle elezioni politiche. Al momento la decisionista indecisa non ha le idee chiare nemmeno su cosa fare per il ginepraio di via Arenula. Ieri il ministro Nordio, bontà sua, si è assunto «la responsabilità della sconfitta». Detta responsabilità non ha però alcuna implicazione: a dimettersi il ministro non ci pensa per niente, ma certo è che dopo averla blindata la mattina, Bartolozzi è stata costretta a dimettersi la sera, in compagnia dell’ormai indifendibile viceministro Andrea Delmastro. «Spiegherà tutto», ha promesso Nordio.
Oltre questo, però, la premier per ora non sa andare. Il punto nodale sono proprio le elezioni anticipate. La sola mossa che le resta sarebbe convocarle immediatamente per verificare se il suo governo gode ancora di legittimità popolare oppure no. Senza quella verifica, è la classica anatra zoppa: un governo che c’è ma non si sa più se legittimato dal consenso popolare e quindi condannato alla paralisi.