Il post-referendum

Referendum, la destra di Meloni paga quattro anni di governo scriteriato: ma ora si rischia il superpotere delle Procure

Ora il centrodestra pagherà per quattro anni di governo scriteriato. Però attenti: si rischia il superpotere delle Procure

Politica - di Piero Sansonetti

24 Marzo 2026 alle 08:00

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Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse
Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse

Ha vinto il No e ha affossato la riforma della Giustizia. L’assetto della magistratura non è stato neppure scalfito. La magistratura esce molto forte da questo voto. Si è opposta in modo quasi compatto alla riforma, che avrebbe ridotto i poteri dei Pm e scompaginato il sistema delle correnti. La magistratura chiedeva che tutto restasse com’era prima. Ha ottenuto quello che voleva. Il funzionamento della magistratura e i suoi rapporti interni resteranno quelli che conosciamo e il sistema delle correnti continuerà a mantenere il potere ben saldo nella sue mani.

Questo è l’effetto collaterale di un referendum che è stato giocato su un terreno molto diverso da quello della giustizia. La verità evidente è che non si è votato a favore o contro le correnti della magistratura, o a favore o contro la separazione delle carriere, ma si è votato pro Meloni o contro Meloni. E ha vinto con larghezza lo schieramento che si oppone al presidente del Consiglio e al suo governo. Si era calcolato che se gli elettori avessero votato rispettando le indicazioni di partito, e se ai partiti fosse restato lo stesso consenso che avevano alle politiche del 2022, il Sì avrebbe vinto con circa il 54 per cento dei voti. Ma gli elettori hanno rovesciato il risultato e per Giorgia Meloni è un colpo durissimo. La favola che siccome ha conquistato nel ‘22 la maggioranza in Parlamento il centrodestra può fare quel che vuole è stata smentita. E le conseguenze, sul piano politico, saranno molto positive.

La campagna elettorale è stata estremamente faziosa e le posizioni confuse. I rappresentanti della magistratura hanno sostenuto che se fosse passata la riforma, la magistratura sarebbe stata sottoposta al potere del governo. Ma questo non è vero nemmeno lontanamente. I sostenitori del Sì, viceversa, ci hanno spiegato che la riforma sarebbe servita a impedire ai magistrati di scarcerare gli immigrati. Giorgia Meloni in persona, negli ultimi giorni di campagna elettorale si è rivolta alla parte più forcaiola dell’elettorato, chiedendo di votare Sì per mettere in cella “stupratori e clandestini”. Non solo mentendo, perché le conseguenze della riforma per fortuna non sarebbero state queste. Ma mostrando un cinismo davvero impressionante nel paragonare chi stupra le donne a chi è senza permesso di soggiorno ma non ha commesso nessun reato. Nessuno nel centrodestra si è alzato per smentirla e per difendere la riforma da queste ipotesi vergognose. Alla fine il merito della riforma è sparito dal campo di battaglia. Le ultime settimane sono state un fronteggiarsi tra lo schieramento meloniano e chi si oppone a questo schieramento. E così è successo che i sondaggi, che all’inizio della campagna elettorale, quando era ancora sul tappeto il merito della riforma, erano assolutamente favorevoli al Sì, hanno invertito la marcia e hanno registrato in poche settimane un recupero clamoroso del No che negli ultimi giorni è arrivato al sorpasso.

Ora si aprono due scenari nuovi. Uno riguarda la politica, uno riguarda la giustizia. Sul piano politico diciamo pure che è finita la “luna di miele”. Giorgia Meloni non è invincibile. E la maggioranza dell’elettorato non è più dalla sua parte. Cioè ha preso atto che l’unica dote di questo governo è la stabilità. Ottenuta grazie alla legge elettorale e al fatto che quattro anni fa il cosiddetto “campo largo” (cioè sinistra più Cinque stelle) si presentò diviso al voto. Ma la stabilità non ha prodotto praticamente niente. Le uniche leggi di un certo rilievo varate dal governo Meloni sono tutte leggi che tendono a ridurre le libertà individuali, ad aumentare la repressione, a punire i più deboli (a partire dai detenuti) e ad accanirsi contro i migranti e i naufraghi, facendo la guerra alle Ong e ai soccorritori. Tutte leggi in netto contrasto, peraltro, con lo spirito della Riforma.

La campagna della destra non ha puntato le armi contro i Pm che arrestano e fanno le retate, spesso senza prove o anche senza indizi. Ma, al contrario, le ha puntate contro i giudici che scarcerano, applicando la legge e il diritto. Gli elettori hanno stabilito che il risultato della stabilità è assolutamente scarso e hanno inviato un “avviso” al governo. Avvertendolo che non si spinga verso il varo di nuove riforme istituzionali (come sarebbe l’introduzione del premierato o la legge elettorale col super premio di maggioranza) perché queste riforme gli si potrebbero ritorcere contro. Tutto ciò è positivo.

Dopodiché c’è l’aspetto che riguarda la giustizia. Non sottovalutiamo gli aspetti negativi di questo voto. Il rischio sin troppo evidente è il rafforzamento di un partito dei Pm, in grado di trasformare la Giustizia in un luogo di potere e di sopraffazione riservato ai magistrati. Il partito delle Procure da almeno trent’anni ha un grande potere nella politica italiana. E tra i risultati della sua azione c’è stato quello di avere sempre saputo impedire una riforma della Giustizia. Ora ci troveremo di fronte ad un ulteriore rafforzamento? Sarebbe un effetto deleterio di questo referendum. Toccherà soprattutto al Pd, che rappresenta la componente liberale dello schieramento del No, agire in modo da evitare una escalation giustizialista. La partita è aperta. Ed è molto complicata.

24 Marzo 2026

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